Ci sono incontri che rappresentano il valore aggiunto di un festival del cinema. Non sono soltanto occasioni per vedere un film, ma momenti in cui il grande schermo si fa racconto, memoria e dialogo con il pubblico. È quello che è accaduto alla prima edizione di AMURA, Altamura International Film Festival, che ha ospitato l’attore Adriano Pantaleo per la presentazione del documentario Noi ce la siamo cavata di Giuseppe Marco Albano. Abbiamo avuto l’occasione di rivolgere qualche domanda ad Adriano Pantaleo, l’attore che negli anni ’90 con il personaggio di “Spillo” della fortunatissima serie televisiva Amico Mio, era diventato quasi uno di famiglia. Ogni settimana milioni di italiani seguivano la sua crescita, affezionandosi a quel bambino dagli occhi curiosi e dal sorriso sincero, fino a considerarlo parte della propria quotidianità. Con la stessa spontaneità di allora, Pantaleo ha risposto alle nostre domande:
Benvenuto all’Amura International Film Festival. Oggi rivediamo insieme Noi ce la siamo cavata, il documentario che ripercorre il viaggio iniziato tanti anni fa con Io speriamo che me la cavo. In fondo, voi bambini… come ve la siete cavata?
“In realtà Noi ce la siamo cavata racconta proprio questo. È un viaggio nei miei ricordi attraverso gli incontri con quelli che erano i bambini di Io speriamo che me la cavo. Insieme ripercorriamo un’esperienza che ha segnato profondamente la nostra infanzia.
Eravamo in un momento storico completamente diverso da quello di oggi. All’epoca fare un film era qualcosa di straordinario, un evento che cambiava la vita. Oggi sembra che chiunque possa avere un momento di celebrità, ma allora era davvero un’esperienza unica e irripetibile.
Ognuno di noi ha vissuto quell’impatto in modo diverso, nel bene e nel male, ma certamente quel film ci ha lasciato un segno. Allo stesso tempo è anche un modo per ricordare un certo cinema italiano degli anni Novanta, realizzato da grandissimi professionisti: Lina Wertmüller, sceneggiatori straordinari e un cast composto da attori come Paolo Villaggio e Isa Danieli.
Per quanto mi riguarda, quel film mi ha letteralmente cambiato la vita. Se oggi sono un attore, e la persona che sono, lo devo a quella scelta di Lina Wertmüller che decise di affidarmi quel ruolo”.
Com’è stato riguardare oggi la storia di quei bambini cresciuti in un quartiere difficile di Napoli, bambini spesso soli e privi di punti di riferimento, che trovano nel maestro interpretato da Paolo Villaggio una guida umana prima ancora che scolastica?
“Quando girammo il film eravamo davvero piccoli. Io sono dell’83 e avevo otto o nove anni, quindi non avevamo piena consapevolezza di ciò che stavamo raccontando.
Con il passare degli anni ho rivisto quel film prima con gli occhi di un adolescente e poi con quelli di un adulto che oggi racconta storie anche come autore e regista. Mi sono reso conto della straordinaria potenza di quel racconto.
Non è un caso che sia diventato un cult. Ha attraversato intere generazioni. Ancora oggi bambini di sette, otto o dieci anni conoscono le battute a memoria.
Il film affrontava temi universali: l’infanzia, il rapporto con i genitori, le infanzie negate, le infanzie rubate. Sono argomenti purtroppo ancora attualissimi. Mentre noi siamo qui a parlare, in altre parti del mondo ci sono bambini che vivono la guerra, che non solo rischiano la vita, ma perdono anche il diritto ad avere ricordi felici della propria infanzia.
Credo che questa sia una delle ragioni per cui, dopo trentacinque anni, siamo ancora qui a parlarne. Io nella mia carriera ho fatto tantissime altre cose, eppure quel film continua a vivere nell’immaginario collettivo in modo davvero unico“.
Nel tuo percorso hai avuto la fortuna di lavorare con grandi maestri come Paolo Villaggio e Massimo Dapporto. Inoltre, per molti spettatori sei rimasto lo Spillo di Amico Mio, quasi una persona di famiglia.
“Sono stati anni in cui mi sono trovato protagonista di tante storie dedicate all’infanzia. Dopo Io speriamo che me la cavo arrivò Ci hai rotto papà, che ebbe un enorme successo, e poi Amico Mio, una serie che accompagnò milioni di italiani.
Molte persone ancora oggi mi dicono di avermi visto crescere. All’epoca Amico Mio era un appuntamento fisso: l’ultima puntata sfiorò i 17 milioni di telespettatori, numeri che oggi sono praticamente impensabili.
Questo racconta anche un’Italia diversa, che si riuniva davanti alla televisione per condividere lo stesso racconto. Oggi le serie si guardano quando si vuole, sulle piattaforme, persino sul cellulare. È cambiato completamente il modo di vivere le storie”.
Quanto sono stati importanti gli incontri con grandi registi e attori nella tua crescita professionale?
“Mi considero molto fortunato perché una carriera si costruisce anche grazie agli incontri.
Essere diretto da Lina Wertmüller è stato un privilegio immenso. È stata una delle menti più brillanti del nostro cinema. Poi ho avuto la fortuna di lavorare con Paolo Villaggio, Massimo Dapporto e tanti altri grandi interpreti.
Negli ultimi anni ho collaborato con registi come Mario Martone, i Manetti Bros. e Sydney Sibilia. Da ciascuno di loro ho imparato qualcosa, non soltanto dal punto di vista della recitazione, ma anche sul piano umano, artistico e intellettuale. Per questo mi sento profondamente grato”.
Quindi, oggi di quel bambino cosa resta?
Direi che rimane la voglia di crescere sempre, di sperimentare di sognare. Di sognare un mondo in cui tutti se la cavano. Purtroppo non è sempre così. Stiamo vivendo un momento storico in cui, mentre noi parliamo, dall’altra parte del mondo, a proposito delle infanzie rubate, delle infanzie mancate, c’è una guerra in atto dove i bambini non solo muoiono, ma quelli che vivono non hanno più l’infanzia, non hanno più i ricordi delle loro infanzia, credo che questo sia il tema principale di riflessione di entrambi i film.
Giornalista freelance . Tra le collaborazioni, Il Quotidiano della Basilicata, Avvenire, Il Fenotipo (periodico dell’Avis Basilicata), Fermenti (periodico Diocesi di Tricarico), Infooggi.
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Anna Giammetta
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