Perdite d’acqua record in Italia: spreco da 9,8 miliardi l’anno


In Italia il 42% dell’acqua potabile va perso in rete: costo 9,8 miliardi l’anno. I dati città per città, l’impatto su imprese e la richiesta di un piano urgente.


11 Luglio 2026 alle 10:20





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La rete idrica italiana continua a perdere acqua a ritmi insostenibili, con ricadute economiche rilevanti per famiglie, imprese e finanza pubblica. Secondo un’analisi dell’ufficio studi della Cgia di Mestre – l’associazione artigiani e piccole imprese – basata su dati Istat 2022, il 42% dell’acqua potabile immessa in rete viene dispersa, per un costo stimato in 9,8 miliardi di euro all’anno.

Quanta acqua perdiamo (e quanto vale in euro)

La fotografia scattata dalla Cgia arriva in piena emergenza idrica estiva e mette in luce una criticità strutturale: nel 2022 in Italia sono andati persi 3,8 miliardi di metri cubi di acqua. Su base individuale, questo si traduce in 157 litri di acqua persi ogni giorno per abitante.

La dispersione idrica si riferisce all’acqua che, pur essendo prelevata, potabilizzata e immessa nelle condotte, non arriva mai agli utenti finali (famiglie, aziende, enti pubblici). Le cause, evidenzia lo studio, sono principalmente:

  • rotture e guasti nelle condotte;
  • età avanzata degli impianti, con reti spesso obsolete;
  • errori di misurazione dei contatori;
  • allacci abusivi alla rete.

Il costo di 9,8 miliardi di euro annui rappresenta il valore stimato di questa acqua dispersa: una somma che, in ultima analisi, pesa sulla collettività, sia attraverso le tariffe idriche sia tramite la necessità di maggiori investimenti pubblici per riparare e ammodernare le infrastrutture.


Le città con più perdite e i casi virtuosi

La situazione varia molto da territorio a territorio. Tra i capoluoghi con le perdite più elevate la Cgia segnala:

  • Potenza: dispersione al 71%;
  • Chieti: 70,4%;
  • L’Aquila: 68,9%;
  • Latina: 67,7%;
  • Cosenza: 66,5%.

All’estremo opposto, alcune realtà mostrano che un uso più efficiente della risorsa idrica è possibile. Le città più virtuose per minori dispersioni risultano:

  • Como: perdite al 9,2%;
  • Pavia: 9,4%;
  • Monza: 11%.

Nel Mezzogiorno non mancano eccezioni positive: Lecce si attesta al 12% di perdite, un dato migliore rispetto a quello di Milano, che registra una dispersione del 13,4%.

Le differenze tra regioni e il conto più salato

Le disparità emergono anche a livello regionale. La Cgia segnala che la Basilicata è la regione con la dispersione più alta, pari al 65,5%, seguita da:

  • Abruzzo: 62,5%;
  • Molise: 53,9%.

Tra le regioni più virtuose spicca l’Emilia-Romagna, con una dispersione del 29,7%, seguita da:


  • Valle d’Aosta: 29,8%;
  • Lombardia: 31,8%.

Il tema non è solo di efficienza tecnica ma anche di impatto economico territoriale. Il Lazio è la regione che sopporta il costo maggiore in valore assoluto: le perdite d’acqua sono stimate in 1,5 miliardi di euro. Seguono Sicilia e Lombardia, entrambe con un costo superiore al miliardo di euro.

Italia primo paese europeo per prelievo idrico

Il quadro interno si inserisce in un contesto europeo in cui l’Italia risulta particolarmente esposta. Secondo la Cgia, il nostro Paese è il primo in Europa per prelievo idrico complessivo, con 36,5 miliardi di metri cubi nel 2023. Seguono:

  • Spagna con 33 miliardi di metri cubi;
  • Francia con 26 miliardi di metri cubi.

I prelievi d’acqua vengono ripartiti tra i principali utilizzi economici e civili:

  • 49% destinato all’agricoltura, un comparto particolarmente dipendente dall’irrigazione;
  • 23% agli usi civili (abitazioni, servizi pubblici, attività quotidiane);
  • 18% all’industria manifatturiera e produttiva;
  • 10% alla produzione di energia elettrica.

La scarsità idrica e le perdite lungo la rete impattano direttamente su tutte queste voci, con effetti a catena su costi di produzione, competitività delle imprese e servizi ai cittadini.

I settori industriali più esposti alla crisi idrica

La Cgia richiama in particolare l’attenzione sulle imprese manifatturiere ad alta intensità idrica, ossia quelle che utilizzano grandi volumi d’acqua nei propri processi produttivi. Tra i comparti più esposti vengono indicati:


  • il settore estrattivo;
  • il comparto tessile;
  • l’industria petrolchimica;
  • la farmaceutica;
  • la produzione di ceramica;
  • il settore della carta.

Per queste filiere, una disponibilità d’acqua incerta o più costosa può tradursi in margini più compressi, minori investimenti e, nei casi più estremi, in fermi produttivi. La gestione efficiente della risorsa idrica diventa quindi un tema non solo ambientale, ma anche di politica industriale e di competitività del sistema Paese.

La richiesta della Cgia: un piano infrastrutturale urgente

Di fronte a questo scenario, la Cgia di Mestre invoca un piano infrastrutturale urgente. L’associazione sottolinea la necessità di intervenire su più fronti, a partire dal recupero dell’acqua piovana, che oggi si fermerebbe a circa il 10% del potenziale. Tra le misure indicate figurano:

  • un maggiore recupero e stoccaggio delle acque meteoriche;
  • la realizzazione di nuove infrastrutture idriche come vasche di laminazione e invasi;
  • la costruzione e l’ammodernamento delle grandi adduzioni, ossia le condotte principali che trasportano l’acqua su lunghe distanze.

Questi interventi avrebbero l’obiettivo di ridurre le perdite, aumentare la resilienza del sistema idrico ai fenomeni climatici estremi e garantire una gestione più efficiente di una risorsa sempre più preziosa.

La Cgia lega in modo esplicito il tema acqua al cambiamento climatico, osservando che la nuova frequenza di siccità e eventi meteorologici intensi rende ancora più urgente il cambio di passo nella gestione infrastrutturale.

In questa fase di cambiamento climatico – avverte l’istituto – non possiamo più permetterci di sprecare una risorsa così preziosa: ogni goccia che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per l’economia del territorio. Insomma, è necessario un piano infrastrutturale serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani”.


Il messaggio dell’associazione artigiana è chiaro: ridurre le perdite d’acqua non è solo una scelta ambientale, ma un intervento economico, con impatti diretti sulla competitività dei territori, sul costo del servizio idrico e sulla capacità dell’Italia di reggere le sfide poste dal clima e dai mercati.

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