Google e Amazon inquinano di più per colpa dell’AI, altro che sostenibili


Google e Amazon hanno pubblicato nei giorni scorsi i rispettivi report di sostenibilità, e i numeri raccontano una storia che nessuna delle due vuole raccontare apertamente. Lo riporta TechCrunch, che ha incrociato i dati ufficiali con le dichiarazioni sulla crescita della capacità di calcolo. Le emissioni di Google sono salite del 25% su base annua, quelle di Amazon del 16%, e in entrambi i casi la causa reale è la stessa: la corsa a costruire infrastrutture per l’AI.

Google e Amazon inquinano di più, e la colpa ce l’ha l’AI.

Nessuno dei due report cita l’intelligenza artificiale come causa diretta dell’aumento. Google, nel suo 2026 Environmental Report, scrive che “la costruzione della nostra infrastruttura AI sta accelerando più in fretta di quanto la rete elettrica riesca a decarbonizzarsi”, una frase che ammette l’effetto senza nominarne la causa per esteso. Amazon, nel suo Sustainability Report 2025, racconta la stessa dinamica per numeri: oltre 1,2 GW di nuova capacità data center aggiunta nel solo quarto trimestre, la maggiore espansione al mondo nel settore.

L’autore di TechCrunch, Tim De Chant, la definisce un caso da “la protesta è eccessiva”, citando Shakespeare: entrambe le aziende dedicano diverse pagine a spiegare come l’AI possa aiutare l’ambiente, invece di spiegare perché le emissioni stiano salendo. Quando un report ESG passa più tempo a giustificare che a correggere, la priorità reale emerge da sola.


Il fenomeno non è isolato. Da anni le grandi piattaforme cloud costruiscono la propria immagine pubblica su un equilibrio implicito: la scala genera efficienza, e l’efficienza genera un impatto ambientale minore rispetto a infrastrutture distribuite e ridondanti. È l’argomento che ha giustificato la migrazione di intere aziende verso il cloud negli ultimi quindici anni. L’arrivo dell’AI generativa ha rotto quell’equilibrio, perché la domanda di calcolo è cresciuta più in fretta di qualunque guadagno di efficienza possa compensarla.

Lo Scope 3 è la crepa nel racconto della sostenibilità

Le emissioni operative, quelle dirette da elettricità e impianti (Scope 1 e 2), restano sotto controllo. Google le ha ridotte del 2% grazie a nove anni consecutivi di acquisti di energia rinnovabile al 100%. Il problema è nello Scope 3, la catena di fornitura: costruzione dei data center, produzione di GPU e chip di memoria, cemento e acciaio per gli edifici. Per Google, lo Scope 3 pesa per l’80% delle emissioni totali.

Solo la costruzione dei data center ha aggiunto 2,3 milioni di tonnellate di CO2e al bilancio di Google. I semiconduttori, poi, vengono in gran parte prodotti su reti elettriche ancora dipendenti dal carbone, a Taiwan, in Giappone, in Vietnam, in India. Il consumo elettrico di Google è cresciuto del 37% nel solo 2025, il salto annuo più alto mai registrato, e del 250% dal 2019.

Per Amazon il quadro è simile: le emissioni da elettricità acquistata sono salite del 34%, e il totale (81 milioni di tonnellate CO2e) segna un +58% rispetto al 2019, l’anno in cui l’azienda aveva fissato il proprio pledge net-zero al 2040. La semplificazione “l’AI inquina” va quindi precisata: non è tanto l’energia per far girare i modelli, è tutto ciò che serve a costruire e rifornire le fabbriche del calcolo.

Questa distinzione tecnica conta perché sposta la responsabilità lungo la catena. Un’azienda cliente che acquista servizi cloud “carbon neutral” guarda in genere ai consumi energetici diretti, quelli su cui i fornitori comunicano con maggiore trasparenza. Le emissioni di filiera restano nella parte meno visibile del bilancio, quella dove i margini di miglioramento sono più stretti e i tempi di intervento più lunghi: cemento e acciaio a basse emissioni sono tecnologie ancora costose, non processi già disponibili su scala industriale.


Il gas naturale come piano B delle rinnovabili

La rete elettrica non tiene il passo, e la risposta delle Big Tech è tornare ai combustibili fossili. Tom’s Hardware ha già raccontato come l’AI bruci gas naturale per alimentare i data center, dopo anni in cui la promessa pubblica era rinnovabili più batterie. Google e Amazon avevano costruito la propria narrativa ESG su quella promessa, e oggi la rete elettrica non decarbonizza abbastanza in fretta da reggere la domanda generata dall’AI.

Le rinnovabili reggevano, poi è arrivata l’AI e serve altro.

Il dato sui consumi conferma la traiettoria: la domanda elettrica dei data center AI potrebbe raggiungere 1.050 TWh entro fine 2026, e in più occasioni la rete non ce la fa a reggere la crescita. Anche il regolatore statunitense se n’è accorto: la FERC ha accelerato gli allacci dei data center AI, chiedendo però che ogni nuovo impianto porti con sé la propria capacità di generazione.

Il gas naturale ha il vantaggio di essere disponibile subito e programmabile, a differenza dell’eolico e del solare che restano legati alle condizioni atmosferiche. È una scelta pragmatica dal punto di vista ingegneristico, e insieme la prova che gli impegni di decarbonizzazione presi anni fa non reggono al ritmo imposto dall’AI. TechCrunch, in un pezzo precedente collegato a questa vicenda, aveva già segnalato il rischio: nuovi impianti a gas costruiti oggi resteranno operativi per decenni, ben oltre l’orizzonte 2030 o 2040 dei target climatici dichiarati.

Target net-zero sempre più lontani, ma nessuno li abbandona (ufficialmente)

Google mantiene formalmente l’obiettivo net-zero al 2030, Amazon al 2040. Nessuna delle due aziende ha ritirato l’impegno, e la distanza fra la data dichiarata e la traiettoria reale delle emissioni si allarga di anno in anno. Le tecnologie che servirebbero, crediti di carbon removal su scala industriale, processi a basse emissioni per cemento e acciaio, restano immature o troppo costose per compensare la crescita attuale.


Il paradosso è che i pledge erano stati fissati in un contesto pre-boom AI, quando i piani di espansione dei data center erano di un ordine di grandezza inferiore. Bloomberg ha verificato in modo indipendente il dato Amazon, e Axios ha documentato la stessa dinamica per Google, con un consumo elettrico salito del 250% dal 2019. Il quadro esterno conferma quello dei report ufficiali: la crescita è reale, la spiegazione nei documenti aziendali resta parziale.

Chi paga il conto ambientale dell’AI

La narrativa dominante racconta l’aumento delle emissioni come un effetto collaterale inevitabile della crescita AI. Vale la pena capovolgerla: le aziende hanno scelto di dare priorità alla capacità di calcolo rispetto agli impegni climatici già presi, non il contrario. I target net-zero non sono stati aggiornati né ritirati, sono stati silenziosamente derubricati a obiettivo secondario.

Il conto ambientale dell’AI non lo paga chi la vende.

Google e Amazon non pagano il prezzo pieno di questa scelta: hanno margini sufficienti per comprare crediti di carbon removal e assorbire il costo reputazionale di un report che smentisce le proprie promesse. A pagare sono le comunità vicine ai data center, che vedono aria, acqua e prezzi elettrici locali sotto pressione, tanto che le cause legali contro i data center per motivi climatici si stanno moltiplicando nel mondo. Pagano anche i target climatici collettivi, perché un settore che pesa sempre di più sul mix energetico globale e rimanda i propri impegni diventa un problema sistemico, non solo aziendale.

Paga, infine, chi ha creduto alla narrativa “cloud uguale più efficiente uguale più verde” senza leggere le note a piè di pagina sulle emissioni Scope 3. Chi in azienda ha giustificato una migrazione al cloud o un contratto AI anche sulla base delle credenziali ESG del fornitore, oggi ha un dato in più da mettere sul tavolo: quella credenziale vale sempre meno.


Si potrebbe obiettare che i report di sostenibilità restano comunque più trasparenti di quanto la media del settore industriale offra, e che pubblicare dati che mostrano l’aumento delle proprie emissioni è già un atto di correttezza che molte aziende non farebbero. È un’obiezione ragionevole. Ma la trasparenza sul dato non equivale a un piano credibile per correggerlo, e finché il report dedica più righe a spiegare i benefici futuri dell’AI che alle misure concrete per ridurre lo Scope 3, il sospetto di greenwashing per omissione resta fondato.

Chi sta valutando un investimento in AI dovrebbe intanto chiedersi cosa succede se la bolla di capitale che finanzia questa espansione si sgonfia prima che i target climatici vengano riallineati: in quel caso il conto ambientale resterebbe comunque aperto, ma senza i margini che oggi lo tengono nascosto. Chi invece deve scegliere un fornitore cloud per motivi anche reputazionali farebbe bene a chiedere il dettaglio Scope 3 prima di citare la sostenibilità del partner in una gara d’appalto o in un bilancio sociale: il numero aggregato “carbon neutral” nasconde più di quanto racconti.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Giulia Bianchi

Source link

Di