Milano – Confessioni di un (ex) wild boy. John Taylor si prepara a riaccendere coi Duran Duran passioni mai sopite suonando il 7 luglio all’Arena di Verona, il 9 alla Reggia di Caserta e l’11 luglio a Villa Manin di Codroipo. Ma intanto racconta in videocall l’epopea di “Hungry like the wolf”, “The reflex”, “A view to a kill” e “Rio” così come continua a viverla coi suoi sodali di sempre Simon Le Bon, Nick Rhodes e Roger Taylor.
John ogni volta che vi chiedete a cosa è dovuta questa forte connessione col pubblico italiano, la risposta qual è?
“Effettivamente abbiamo un legame molto forte con il nostro pubblico, soprattutto con le ragazze che ci hanno scoperto durante l’adolescenza. A quell’età la musica può diventare essenziale: ti fa sentire compreso e ti aiuta ad attraversare momenti difficili. Per me è stato così con David Bowie, che ascoltavo continuamente perché sembrava capire ciò che stavo vivendo. Quando superi quella fase, resti per sempre grato agli artisti che ti hanno accompagnato. È bello incontrare persone che raccontano quanto la nostra musica abbia segnato un momento importante della loro vita. In fondo, tutti siamo stati “salvati” dalla musica. Oggi molti giovani vivono la stessa esperienza con artiste come Sabrina Carpenter o Taylor Swift: è quasi un rito di passaggio”.
Da cofondatore della band, quali sono state le maggiori difficoltà incontrate in quarantotto anni di collaborazione?
“Mettendo in piedi la band, io e Nick non avevamo compreso fino in fondo quanto sarebbe stata importante la nostra partnership. Siamo molto diversi, ma condividiamo ambizione e determinazione. Una carriera musicale lunga come la nostra non si pianifica a tavolino: si costruisce anno dopo anno e vale quanto la qualità del lavoro che riesci a produrre. Siamo stati fortunati a formare la band nei secondi anni Settanta, un periodo straordinariamente vivace per la musica nel Regno Unito. A farci andare avanti è stato l’amore per la musica, per i concerti e per il rapporto con il pubblico. Amo ancora pubblicare dischi, ideare nuovi progetti e sentire il legame con persone che non ho mai incontrato. A un certo punto, intorno ai trent’anni, pensavo che fosse tutto finito e persi fiducia. Per fortuna Nick e Simon tennero in piedi la band. Quando tornai, capii il valore di ciò che avevamo costruito. Da allora ho imparato ad apprezzare la nostra unione ancora di più. Il segreto di tanta longevità è la chimica tra noi: ognuno porta qualcosa di unico e insieme continuiamo a evolverci”.
Il segreto di tanta longevità è la chimica tra noi: ognuno porta qualcosa di unico e insieme continuiamo a evolverci
Un album decisivo della vostra carriera come “Notorious” compie 40 anni. Avete pensato di rimetterci le mani per l’anniversario?
“A ben guardare, ogni anno c’è un anniversario. E quando gli anniversari sono più grandi ci rinunciamo non mi ricordate che ci sono stati 40 anni sin da quando abbiamo fatto questo ma abbiamo appena pubblicato un doppio vinile del ‘wedding album’, un doppio vinile di ‘Thank you’, un doppio vinile dei Power Station quindi abbiamo vero e proprio programma ristampa e aggiornamento del nostro catalogo. Abbiamo in cantiere pure dei progetti per l’utilizzo della tecnologia Atmos su ‘Notorious’ ed altri dischi”
Com’è nata l’amicizia con i Måneskin e in particolare con Victoria De Angelis?
“Sono un grande fan dei Måneskin. Li ho scoperti quasi per caso dopo la pandemia, nella sala d’attesa del mio dentista a Beverly Hills, dove ho conosciuto il loro batterista. Qualche tempo dopo mi ha presentato il resto della band e Victoria: è stato amore a prima vista dal punto di vista musicale. Ha un’energia incredibile, da vera performer. Le regalai uno dei miei bassi signature ‘Rio’ e, poco dopo, la invitai a suonare in ‘Psycho killer’ per ‘Danse macabre’. Sul palco è semplicemente magnetica. Sono felice che i Måneskin siano tornati a lavorare insieme dopo la pausa. So per esperienza quanto sia difficile mantenere unita una band, soprattutto oggi, quando l’industria musicale preferisce puntare sui singoli artisti piuttosto che sui gruppi. Negli anni Settanta erano le band a dominare; oggi molti pensano che sia più semplice gestire una sola star che cinque personalità diverse. Eppure, il vero valore sta proprio lì: nella chimica. Una band può discutere, scontrarsi e mettere continuamente in discussione se stessa, ma è da quella tensione creativa che nasce qualcosa di speciale. I Måneskin hanno conquistato il mondo grazie a un’energia unica che nessun progetto solista potrebbe replicare. I singoli possono essere interessanti, ma la magia che si crea quando una band funziona davvero è insostituibile. È ciò che rende grande la musica, ed è lo stesso principio che ha tenuto vivi anche noi per tutti questi anni”.
Ammiro figure come Bruce Springsteen, che non hanno paura di prendere posizione pubblicamente
Pensa che sia utile quando gli artisti parlino di politica e di problemi sociali?
“Credo che ogni artista abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni. Ammiro figure come Bruce Springsteen, che non hanno paura di prendere posizione pubblicamente: fa parte della sua natura e del suo percorso artistico. Ma oggi è una scelta complessa, perché in un mondo sempre più polarizzato parlare di politica significa rischiare di alienarsi una parte del pubblico. D’altra parte, anche il silenzio viene spesso interpretato come una presa di posizione o addirittura come una forma di complicità. Ogni artista conosce questo rischio e deve decidere come affrontarlo. Penso però che l’arte abbia una forza particolare: può esprimere idee e sfide senza essere necessariamente esplicita. Recentemente, guardando con mia moglie la nostra serie preferita, quella sulla prima donna avvocato italiana Lidia Poët, sono rimasto colpito dalla cover conclusiva di ‘The times they are a-changin’’ di Bob Dylan. È una canzone di protesta, quasi punk nello spirito, ma conserva anche una visione che la rende universale e duratura. Questo è il punto: quando l’arte è troppo legata a un momento storico specifico rischia di invecchiare rapidamente. Le opere più grandi, invece, riescono a trascendere il contesto che le ha generate. Penso a ‘Guernica’ di Picasso: nata come denuncia della guerra civile spagnola, oggi colpisce soprattutto per la sua forza artistica e simbolica, ben oltre l’evento che l’ha ispirata”.
Roger Taylor, Simon Le Bon, John Taylor e Nick Rhodes: i Duran Duran
Frank Sinatra, in “My way” diceva di aver avuto qualche rimpianto. E lei?
“Oggi sono molto soddisfatto della mia vita e profondamente grato per ciò che ho avuto, anche se a volte temo che gli equilibri possano cambiare. Ripensando al passato, ricordo un’intervista in cui Nick raccontava di aver stretto amicizia con Andy Warhol a New York: ogni volta che era in città lo chiamava. Così, mentre parlava, ho pensato: a Manhattan lui chiamava Warhol e io il mio spacciatore, cosa c’era di sbagliato in me? Avrei dovuto fare come lui, ma col tempo ho capito che non serve rinnegare il passato: tutto ciò che abbiamo vissuto, compresi gli errori, contribuisce a renderci ciò che siamo. La vera lezione è accettare le proprie esperienze e imparare da esse”.
Cosa pensa di questi tempi dominati da campionamenti e sequenze?
“Da ragazzo, non c’era nulla di più ordinario (mi verrebbe da dire banale) che vedere un cantante esibirsi dal vivo esattamente come sul disco. Era lo standard dell’epoca, tanto che alcune formazioni soul venivano persino criticate per essere troppo fedeli alle registrazioni. Per questo, se qualcuno mi avesse detto che nel 2026 alcuni tra più grandi artisti del mondo avrebbero puntato su quel tipo di performance, probabilmente non ci avrei creduto. A dire il vero, ascolto poca musica contemporanea: su questo Simon Le Bon è molto più aggiornato di me. È stato lui ad entusiasmarsi per i Pigeon, che ad ottobre apriranno il nostro tour nel Regno Unito, mentre noi ci chiedevamo chi fossero. Continuo a tornare soprattutto alle mie passioni di sempre: Motown, Philadelphia Soul e Chicago Blues. Tra gli artisti attuali, però, mi hanno colpito molto Raye, dopo la sua straordinaria esibizione agli Academy Awards, e Rosalía, per la forza concettuale del suo lavoro. Se immagino la musica che vorrei fare oggi, penso a qualcosa sospeso tra Grace Jones e Talking Heads, ma con una cassa potente e moderna alla Kanye West”.
I suoi tre album da portare sull’isola deserta?
“Oh, Dio! Probabilmente avrò qualcosa da The Beatles. Diciamo l’album bianco perché è il più lungo. Ma anche qualcosa di R&B che mi faccia sentire davvero bene come ‘Songs in the key of life’ di Stevie Wonder, perché è un doppio. E poi qualcosa di classico, forse la Terza Sinfonia di Beethoven”.
Tra gli artisti attuali mi hanno colpito molto Raye e Rosalía
Con che animo affrontate il palco?
“Con il tempo la band ha imparato a ‘entrare dentro’ la musica e a funzionare come una vera squadra di football, indipendentemente dal fatto che il pubblico sia di 50 o 50.000 persone. Sul palco si crea un flusso di energia continuo tra i membri, quasi come se si passassero una palla immaginaria, tanto da dimenticare a volte la presenza del pubblico. Mentre Simon è il frontman, gli altri si osservano costantemente e lavorano insieme per costruire il suono migliore possibile. In passato le emozioni erano più intense e altalenanti, ma l’esperienza ha insegnato che ogni concerto deve essere all’altezza delle aspettative: il pubblico investe tempo e denaro nel venirti a vedere e per questo ogni esibizione richiede una totale dedizione. E finché resta il desiderio di fare del prossimo concerto il migliore di sempre, vale la pena continuare”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Source link





