“Ci vorrebbe, un padre sul cui petto poter poggiare la testa e riposare. Ci vorrebbe, un amore infinito che siamo incapaci di tradire. Ma sono cose che non esistono in natura. I padri che ti consolano, gli amori infiniti che non ti tradiscono”. Il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi è la storia dell’amicizia tra due ragazzine, Marianna e Chiara, che stanno crescendo in due famiglie apparentemente agli antipodi – una ordinata e colta, l’altra ruvida e irrequieta – ma che si rivelano uguali nel modo in cui tradiscono, soffocano, feriscono. Contro la violenza, soprattutto paterna, che circonda le due ragazze, l’amicizia è la salvezza. E il desiderio della salvezza, la sua nascita e la tensione verso la sua (possibile? impossibile?) realizzazione abita l’intero libro, dal titolo Chiara (Einaudi).
Antonella Lattanzi: quanto spazio ha nella sua letteratura il desiderio? “Se ripenso ai miei romanzi, da Devozione fino a Chiara, mi rendo conto che il vero motore di tutto, il fil rouge che unisce le mie storie, è sempre il desiderio. I miei personaggi desiderano costantemente, e spesso compiono azioni eclatanti, quasi disperate, guidati da un bisogno fondamentale: il desiderio di essere visti, desiderio spesso disatteso. La letteratura, in fondo, è questo: è la speranza continua di trovare qualcosa per poi approdare, magari, a qualcos’altro”.
Il desiderio ci rende vittime o carnefici? “È una forza ambivalente. Siamo vittime di noi stessi — come mi diceva un mio ex fidanzato: il tuo più grande nemico sei tu — ma diventiamo anche carnefici degli altri. Quando il bisogno dell’altro si fa totalizzante, finiamo per non scegliere una persona davvero, ma per fagocitarla – come dice Chiara a Marianna – perché abbiamo disperatamente bisogno di lei per esistere”.
Nel libro il rapporto più devastante delle due ragazze è quello con i propri padri. Quanto conta in un figlio il mancato sguardo di un genitore? “Per spiegare gli effetti di questa assenza mi piace usare un’immagine che mi ha suggerito una psicologa sui primi mille giorni di vita, quelli che determinano la nostra personalità. Quando un neonato viene allattato — che sia al seno o con il biberon, da una madre, da un padre o da chiunque altro — con il braccio si crea una culla naturale. In quel momento, chi nutre guarda il bambino e sorride. Quello sguardo e quel sorriso sono il primo vero contatto umano e trasmettono un messaggio innato e potentissimo: “Tu vai bene come sei. Io ti vedo. Qualunque cosa accada, di qualunque cosa tu abbia bisogno io sono qui. Il mondo fuori ti può giudicare come vuole ma io non ti giudico, sono qui per te e tu sei al sicuro“. Se però quel genitore è distratto dal dolore, dalla depressione post-partum, o dalla violenza del partner, quel sorriso manca. E il bambino non viene visto. Chi da piccolo è stato visto cresce con una silhouette piena: ha un “io” strutturato, sa chi è. Chi non è stato visto cresce con una silhouette bucata. Diventa una persona che si nutre dello sguardo altrui, chiedendo continuamente conferme (“sono bravo?”, “sono bello?“, “mi vuoi bene?”) per riempire quei buchi. Ma da quegli stessi buchi, ogni amore ricevuto scivola via, e ci si svuota di nuovo. Questi bambini, se non trovano un abbraccio in cui riposare da piccoli, non lo troveranno nemmeno da grandi. Magari da adolescenti si rifugeranno in amicizie viscerali e simbiotiche, come quella tra Chiara e Marianna, ma da adulti saranno soli”.
Come accade a Chiara nel romanzo, questo “buco” interiore può portare a replicare, anche involontariamente, gli stessi identici meccanismi disfunzionali con i propri figli? “Ricordo un mio ex fidanzato che aveva subìto le gravissime violenze del padre; sebbene lo odiasse e fosse scappato da quella realtà, quando si arrabbiava finiva per usare le stesse identiche parole in dialetto di suo padre. Eppure, io credo che la consapevolezza ci dia il potere di spezzare la catena. Io scrivo esattamente per questo. Con Cose che non si raccontano volevo dare voce a una violenza, a una tragedia – il desiderio di maternità, le interruzioni di gravidanza, l’insensibilità di alcuni medici – che rimanevano sommerse, per far sentire le persone meno sole. La lettura ha questo potere immenso: mostra che qualcuno ha provato il tuo stesso dolore e ha trovato le parole che a te mancavano. I libri a me hanno dato la forza di agire: leggendo Goliarda Sapienza ho trovato una frase che mi ha colpito a tal punto da darmi il “permesso” di andarmene da una situazione che mi faceva stare male. Non credo che si possa guarire del tutto, ma possiamo salvarci da soli, ogni giorno, facendo nostro quel che dice Vasco Rossi in Liberi liberi: il passato è passato. Non si può vivere per sempre sotto il peso di un abuso o di un trauma. Il gesto più violento e di vera ribellione che possiamo compiere è decidere, fortemente, di non replicare”.
In Chiara scrive: “Dio ti prego salvami dai miei ricordi”. “I ricordi feriscono sia quando sono brutti, sia quando sono terribilmente belli. Marianna, sprofondata in una depressione che la spersonalizza al punto da parlarsi in terza persona, viene letteralmente tempestata dal passato. Liberarsi della memoria, per queste due bambine, significherebbe poter finalmente costruire una vita felice. Significherebbe praticare quell’arte della gioia di cui parlava Goliarda, che è un vero e proprio mestiere, difficile. Come sappiamo, a tratti spietato”.
Scrive anche: “Non bisognerebbe mai avere figli, ma neppure genitori, e neppure amori”. “Sì, ma non considero il mio un libro triste o negativo. Racconto la realtà: i genitori amano i figli e i figli amano i genitori, nonostante tutto. Certo, non avere legami risolverebbe ogni problema alla radice, anche perché in natura non esiste un amore che non tradisca. Ma come diceva il maestro Andrea Pazienza: “Amore è tutto quello che possiamo ancora tradire”, ed è meraviglioso, perché significa che ci tieni, se lo tradisci”.
Come si traduce la forza del desiderio in forza politica? “Per me, scrivendo quello che voglio, in totale libertà e senza calcoli di mercato. Quando in Chiara ho scritto della masturbazione di una bambina di otto anni, o quando ho pubblicato Cose che non si raccontano, non ho pensato alle reazioni o al “coraggio” che ci voleva. Io non ho coraggio, scrivo e basta, e scrivere ciò che si vuole è un atto profondamente politico. Quando ho pubblicato Cose che non si raccontano sono stata sommersa dalla solidarietà di un esercito di donne; parlare apertamente di temi come la violenza ostetrica è un modo per difendersi collettivamente. Con Chiara racconto di figli danneggiati dai genitori, della violenza fisica e psicologica subìta dai bambini. Il mio obiettivo è raccontare storie, quelle che Simenon definiva “le cose che non si raccontano”, le cose semplici: la nascita, la morte, l’amore, la maternità”.
I libri che hanno infiammato il suo desiderio? “I primi che mi vengono in mente: Cime tempestose, Madame Bovary, Anna Karenina, Una questione privata, Sotto il vulcano, L’arte della gioia, La Storia di Elsa Morante, La porta di Magda Szabó, il racconto La presentazione di Virginia Woolf. Poi Shirley Jackson, Stephen King…”
Se i sogni son desideri, gli incubi cosa sono? “L’incubo è la vita quotidiana. La realtà oggettiva non esiste: se sei felice un posto è bellissimo, se sei infelice lo stesso posto è orribile. Esistono solo l’arte, la musica, la letteratura e, appunto, l’incubo. Se pensiamo al carissimo Jack Torrance in Shining, di King, il suo incubo all’Overlook Hotel nasce in fondo solo dalla voglia di un padre di essere una brava persona. Gli incubi sono un pezzo della realtà quotidiana. E poi c’è il desiderio, la forza più potente in assoluto, l’unica capace di sbaragliare tutto il buio”.
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