La recente pubblicazione del volume Sa tutto o quasi, ma non capisce nulla. L’intelligenza artificiale e il primato umano del senso del senso, di cui il Prof. Avv. Fortunato Costantino è autore, offre l’occasione per approfondire, attraverso questa intervista, le questioni affrontate nell’opera e le sfide che l’intelligenza artificiale pone al diritto e alla società.
Fortunato Costantino è avvocato, dirigente d’impresa, docente presso European School of Economics, ha scritto di intelligenza artificiale per «L’Espresso» e per «Fortune Italia», dove cura la rubrica Humanity in the Loop. Autore di monografie e articoli pubblicati su riviste Anvur in materia di intelligenza artificiale, sostenibilità, diritti digitali e nuove prospettive del diritto del lavoro, partecipa come relatore a conferenze e tavole rotonde su IA e innovazione sostenibile. Membro del comitato editoriale di «Rivista del Diritto di Internet e dell’intelligenza artificiale» e del comitato scientifico di «Democrazia e Diritti Sociali». Tra le sue opere più recenti: L’insegnamento di Sophia (Giuffrè, 2024) e Il Qubit di Dio. Scienza, coscienza e trascendenza nell’era dell’intelligenza artificiale (Castelvecchi, 2025).
Fortunato Costantino
Nel Suo libro “Sa tutto o quasi, ma non capisce nulla. L’intelligenza artificiale e il primato umano del senso”, Lei affronta il tema della distinzione tra capacità di elaborazione dell’intelligenza artificiale e autentica comprensione del significato. Da dove nasce questa riflessione e perché ritiene importante riportare l’attenzione sul valore del senso e dell’interpretazione umana nel rapporto con le nuove tecnologie?
Il libro nasce dall’esigenza di spostare il dibattito sull’intelligenza artificiale verso una domanda che considero più profonda rispetto a quella che normalmente domina il confronto pubblico. Ci chiediamo spesso se la macchina diventerà più intelligente dell’uomo, ma forse la questione decisiva è un’altra: che cosa significa realmente comprendere?
L’intelligenza artificiale possiede oggi una straordinaria capacità di elaborazione: è in grado di analizzare quantità immense di dati, individuare correlazioni, generare testi, immagini e soluzioni con una rapidità e una complessità impensabili fino a pochi anni fa. Questa capacità rappresenta un’autentica rivoluzione e apre opportunità straordinarie in moltissimi ambiti.
Tuttavia, elaborare informazioni non coincide con comprenderne il significato. La comprensione umana non è soltanto un processo di elaborazione, ma implica esperienza, intenzionalità, contesto, valori, relazioni e capacità di collocare ciò che conosciamo all’interno di un orizzonte di senso. Presuppone, in definitiva, una presenza nel mondo che un algoritmo, per quanto sofisticato, non possiede.
Il titolo del libro è volutamente provocatorio. Affermare che l’intelligenza artificiale “sa tutto o quasi, ma non capisce nulla” non significa negarne la straordinaria potenza, ma evidenziare una differenza fondamentale: una macchina può disporre di una quantità immensa di informazioni e stabilire relazioni estremamente sofisticate tra esse, senza tuttavia attribuire loro un significato proprio.
Ma il messaggio del libro non è una critica all’intelligenza artificiale, né una difesa nostalgica di un primato umano inteso come contrapposizione alla tecnologia. Al contrario, la mia tesi è che l’intelligenza artificiale rappresenti il complemento dell’intelligenza umana.
Proprio perché le macchine possono ampliare enormemente la nostra capacità di elaborare informazioni, diventa ancora più importante valorizzare ciò che rimane specificamente umano ovvero la capacità di interpretare, valutare, scegliere, assumere responsabilità e attribuire senso.
La vera sfida del futuro non sarà quindi stabilire se l’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo, ma comprendere come costruire una relazione nella quale la potenza elaborativa delle macchine e la capacità interpretativa degli esseri umani possano integrarsi. È questa, a mio avviso, la nuova frontiera dell’intelligenza: non una competizione tra uomo e macchina, ma una forma di cooperazione nella quale l’IA amplia le nostre possibilità di conoscenza, mentre l’uomo rimane il luogo nel quale quella conoscenza diventa comprensione, decisione e senso.
Nel volume ricorre il riferimento alla filosofia del linguaggio e alla semiotica come strumenti utili per comprendere l’intelligenza artificiale. Quale contributo possono offrire queste discipline rispetto a una lettura prevalentemente tecnica del fenomeno, concentrata su efficienza e capacità computazionali?
La filosofia del linguaggio e la semiotica ci ricordano che il linguaggio non è semplicemente un sistema di simboli da elaborare, ma il luogo nel quale si costruisce e si trasmette il significato. Le parole, i testi e le immagini non hanno valore soltanto per la loro struttura formale, ma perché rinviano a esperienze, contesti, relazioni e interpretazioni.
L’intelligenza artificiale lavora in modo straordinariamente efficace sulle relazioni tra i segni, intesi non soltanto come contenuti generati, ma anche come l’insieme delle strutture, delle regole e dei processi computazionali che rendono possibile la loro produzione. È proprio questa capacità di elaborazione delle relazioni tra segni che rende l’IA così potente nella generazione di linguaggio e contenuti.
L’essere umano, tuttavia, compie un passaggio ulteriore: interpreta quei segni alla luce della propria esperienza, della cultura, del contesto, delle intenzioni comunicative e del rapporto con la realtà alla quale quei segni rinviano. In altri termini, non si limita a riconoscere relazioni, ma attribuisce loro significato.
Per questo nel libro richiamo autori come Wittgenstein, Saussure, Barth, Peirce ed Eco. Pur partendo da prospettive differenti, tutti mostrano che il significato non è semplicemente contenuto nelle parole o nei segni, ma nasce all’interno di un processo interpretativo. Il senso non è una proprietà isolata del messaggio: emerge dall’incontro tra segno, interprete e contesto.
Questa prospettiva cambia anche il modo in cui guardiamo all’intelligenza artificiale. La domanda fondamentale non è soltanto quanto una macchina sia in grado di elaborare informazioni, ma come quelle elaborazioni possano trasformarsi in conoscenza significativa e in decisioni dotate di valore per le persone.
Ed è proprio qui che emerge il ruolo decisivo delle discipline umanistiche. Quanto più aumentano le capacità tecnologiche, tanto più diventa necessario comprendere il significato, le implicazioni e le conseguenze di ciò che la tecnologia rende possibile. Le discipline umanistiche non sono quindi alternative all’innovazione, ma rappresentano la dimensione attraverso cui l’innovazione può essere interpretata, orientata e resa pienamente umana.
Uno dei temi centrali del libro riguarda il rapporto tra intelligenza artificiale e fiducia. Nel contesto delle imprese e della relazione con i consumatori, quali elementi ritiene fondamentali affinché l’utilizzo dell’IA possa svilupparsi nel rispetto della trasparenza, della responsabilità e della tutela della persona?
La fiducia rappresenta oggi una delle condizioni fondamentali perché l’innovazione tecnologica possa generare valore. In particolare, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, la fiducia diventa il punto di equilibrio tra le straordinarie possibilità offerte dalla tecnologia e la necessità di preservare la centralità della persona.
L’intelligenza artificiale può rendere le imprese più efficienti, più rapide nei processi decisionali e più capaci di personalizzare prodotti e servizi. Ma l’efficienza, da sola, non produce fiducia. Una tecnologia può essere tecnicamente avanzata e al tempo stesso generare diffidenza se le persone non comprendono come opera, quali dati utilizza e chi risponde delle conseguenze delle decisioni che contribuisce ad assumere.
La fiducia nasce quindi dalla possibilità di comprendere e controllare il rapporto con la tecnologia: sapere quando si interagisce con un sistema di IA, conoscere quali informazioni vengono trattate, comprendere la logica generale delle decisioni automatizzate e avere la certezza che esista sempre una responsabilità umana.
Per questo la trasparenza non deve essere intesa come la semplice conoscibilità tecnica dell’algoritmo, spesso impossibile anche per ragioni di complessità, ma come la capacità di rendere comprensibili gli effetti delle decisioni automatizzate e di garantire adeguati strumenti di verifica e intervento.
Anche su questo piano emerge il rapporto di complementarità tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. L’IA può ampliare le capacità analitiche, migliorare la qualità delle informazioni disponibili e supportare processi decisionali più efficaci; tuttavia, la responsabilità ultima delle scelte che incidono sulle persone non può che rimanere umana.
È proprio questo equilibrio che il quadro normativo europeo sulla disciplina dell’Intelligenza artificiale cerca di costruire; non un freno all’innovazione, ma un modello di sviluppo nel quale la tecnologia possa rafforzare la fiducia perché rimane inserita all’interno di un sistema di responsabilità, diritti e valori umani.
Nel Suo libro viene affrontato anche il tema del “referente” e del rapporto tra autore, linguaggio e destinatario dei contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale. Quali riflessioni apre questo cambiamento rispetto al modo in cui interpretiamo informazioni, testi e immagini generati attraverso sistemi algoritmici?
L’intelligenza artificiale generativa modifica profondamente il nostro rapporto con il linguaggio, perché interviene su una dimensione che per secoli abbiamo considerato strettamente legata all’esperienza umana: la produzione di testi, immagini e contenuti dotati di significato apparente.
Tradizionalmente attribuiamo valore e significato a un testo anche attraverso il rapporto che esso intrattiene con un autore, con un’esperienza vissuta, con un’intenzione comunicativa e con una determinata realtà alla quale fa riferimento. Un testo non è soltanto un insieme ordinato di parole ma è il risultato di una relazione tra chi comunica, ciò che viene comunicato e chi interpreta.
Con l’intelligenza artificiale generativa questo rapporto si modifica. Possiamo trovarci di fronte a un contenuto perfettamente coerente, stilisticamente efficace e persuasivo, senza che dietro di esso vi sia necessariamente un autore umano che abbia vissuto l’esperienza narrata o che abbia un’intenzione comunicativa nel senso tradizionale del termine.
Questo non significa che tali contenuti siano privi di valore o necessariamente meno affidabili. Al contrario, possono rappresentare strumenti di straordinaria utilità, capaci di ampliare le nostre possibilità creative, analitiche e comunicative. Il punto non è negare il valore dell’output prodotto dall’IA, ma comprendere come cambia il processo attraverso cui attribuiamo significato.
La trasformazione più profonda riguarda quindi il ruolo del destinatario. Se in passato l’interpretazione riguardava principalmente il contenuto del messaggio, oggi deve riguardare anche il processo che ha contribuito alla sua generazione: quali dati sono stati utilizzati, quale sistema ha prodotto quel contenuto, quali limiti può avere e quale rapporto mantiene con la realtà a cui si riferisce.
In questo scenario cresce il valore del pensiero critico e della capacità interpretativa. L’intelligenza artificiale può generare linguaggio, ma non determina automaticamente il senso di ciò che produce. Il senso nasce ancora dall’incontro tra il contenuto, il contesto e un interprete umano capace di comprenderne il significato.
Quanto più l’IA diventa abile nella produzione dei segni, tanto più diventa centrale il ruolo dell’essere umano nell’interpretazione di quei segni. La sfida del futuro non sarà soltanto produrre più informazioni, ma sviluppare la capacità di comprenderle, valutarle e inserirle responsabilmente nel mondo.
Guardando agli sviluppi futuri dell’intelligenza artificiale, quali competenze — culturali, professionali e giuridiche — ritiene necessario promuovere affinché le persone possano utilizzare questi strumenti mantenendo centrale la capacità di giudizio e di attribuzione del senso?
Credo che la vera sfida posta dall’intelligenza artificiale non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto culturale. La questione decisiva non riguarda esclusivamente ciò che le macchine saranno in grado di fare, ma ciò che noi saremo capaci di comprendere, governare e orientare attraverso il loro utilizzo.
Questo tema diventa ancora più rilevante con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale agentica, nella quale i sistemi non si limitano più a elaborare richieste o produrre contenuti, ma possono assumere un ruolo più autonomo nella pianificazione di attività, nell’utilizzo di strumenti e nel raggiungimento di obiettivi assegnati.
In questo nuovo scenario, la sfida non sarà soltanto garantire l’efficacia tecnica dei sistemi, ma costruire un rapporto equilibrato tra autonomia della macchina e responsabilità umana. Quanto più aumenta la capacità operativa dell’IA, tanto più diventa necessario chiarire chi definisce gli obiettivi, chi valuta i risultati e chi assume la responsabilità delle conseguenze.
Naturalmente saranno indispensabili competenze digitali sempre più avanzate. Tuttavia, esse da sole non saranno sufficienti. L’intelligenza artificiale richiede una nuova alfabetizzazione, nella quale competenze tecnologiche convivano con capacità interpretative, giuridiche, etiche e filosofiche.
Il valore aggiunto dell’essere umano non risiederà più nella semplice capacità di elaborare informazioni più rapidamente delle macchine, perché in questo ambito l’IA sarà sempre più performante. Risiederà invece nella capacità di comprendere ciò che viene elaborato, definire finalità coerenti con valori condivisi, valutare il contesto e assumere la responsabilità delle decisioni.
Dovremo quindi formare persone capaci non solo di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma di collaborare consapevolmente con essa: persone in grado di verificarne i risultati, riconoscerne i limiti, indirizzarne l’azione e inserirne i contributi all’interno di processi decisionali responsabili.
In fondo, questo è il messaggio conclusivo del libro: l’intelligenza artificiale amplia enormemente la nostra capacità di conoscere e di agire, ma è l’intelligenza umana il luogo nel quale quella conoscenza e quell’azione possono acquisire significato, direzione e responsabilità.
Non siamo di fronte alla sostituzione dell’uomo, ma alla possibilità di una nuova forma di cooperazione cognitiva e operativa. La macchina elabora, pianifica ed esegue; l’uomo interpreta, orienta e risponde delle conseguenze. La macchina produce possibilità, l’uomo attribuisce loro un senso e una finalità.
È in questa complementarità, e non nella contrapposizione, che vedo il futuro dell’intelligenza artificiale: una tecnologia capace di ampliare le possibilità umane proprio perché rimane inserita dentro un quadro di significato, valori e responsabilità che solo l’uomo può costruire.
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Redazione DIMT
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