Roma, 11 luglio 2026 – Il fenomeno dei Neet in Italia ha sempre avuto una dimensione sociale rilevante, ma il nuovo Rapporto Dedalo ne mette in luce con forza il volto più esposto: quello femminile. Oltre un milione di giovani donne, 1.106.000, si trova fuori dai percorsi di studio, formazione e lavoro. Sono il 59% del totale dei Neet tra i 15 e i 34 anni. Un dato che non descrive soltanto una condizione statistica, ma una perdita di capitale umano, autonomia economica, futuro professionale e partecipazione sociale. La seconda edizione del Rapporto Dedalo – Laboratorio permanente sul fenomeno Neet, promosso da Fondazione Gi Group in partnership con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, con ZeroNeet di Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo, propone una lettura di genere del fenomeno. Il titolo, “Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia”, indica già il nodo: per molte giovani donne l’uscita da studio e lavoro non dipende solo da mancanza di opportunità, ma anche dal peso delle responsabilità familiari, dagli stereotipi di ruolo e da un sistema di servizi ancora insufficiente.
L’Italia resta indietro
Nonostante il miglioramento registrato dal 2020, l’Italia resta tra i Paesi europei più esposti al fenomeno. Nel 2025 il tasso di Neet tra i 15 e i 34 anni è pari al 15,6%, per un totale di 1,87 milioni di giovani. v Colpisce le traiettorie formative, l’accesso al lavoro, la continuità occupazionale, la possibilità di costruire una vita autonoma. Il Rapporto ha il merito di andare oltre la definizione generica di Neet. Non tutti i giovani fuori da studio e lavoro sono nella stessa condizione. C’è chi cerca attivamente un’occupazione, chi è disponibile ma scoraggiato, chi non cerca più, chi è bloccato da responsabilità di cura, chi vive in territori senza servizi e opportunità. Senza distinguere queste situazioni, le politiche rischiano di essere inefficaci.
La maternità come fattore di rischio
Il dato più forte riguarda la genitorialità. Essere genitori, in Italia, non pesa allo stesso modo per uomini e donne. Tra i monogenitori il tasso femminile di Neet arriva al 47,6%; tra le madri in coppia raggiunge il 49,4%. È un livello oltre quattro volte superiore a quello delle donne che vivono come figlie, ferme al 12%, e quasi sei volte quello dei padri in coppia, all’8,3%. Il divario esplode nella fascia tra 20 e 24 anni: tra le madri in coppia il tasso di Neet raggiunge il 78,2%, con 58,5 punti in più rispetto ai padri. È la fotografia di una maternità precoce o comunque giovane che, in assenza di servizi e sostegni adeguati, diventa una porta d’uscita dal lavoro e dalla formazione. Non per scelta libera, spesso, ma per mancanza di alternative. Il Rapporto mostra che oltre il 90% dei genitori in coppia Neet è donna. La causa principale è chiara: per il 78,8% delle madri in coppia Neet le responsabilità familiari e di cura sono il motivo prevalente della condizione. Tra i padri, invece, dominano ragioni legate al mercato del lavoro, come la disoccupazione di lungo periodo. La stessa genitorialità, dunque, produce effetti opposti: per gli uomini è spesso un problema occupazionale; per le donne diventa un problema di cura, tempo, carichi familiari e rinuncia.
Anche senza figli il divario resta
Il rapporto tra genere e inattività non nasce solo con la maternità. Anche tra le coppie senza figli il tasso di Neet è molto più alto per le donne: 15,7% contro il 3,4% degli uomini. Il gap resta costante lungo le diverse fasce d’età e segnala un elemento culturale profondo: la sola convivenza di coppia può incidere diversamente sulle traiettorie femminili e maschili, riflettendo una distribuzione ancora squilibrata delle responsabilità domestiche. È un passaggio cruciale perché impedisce di ridurre tutto al costo dei figli. La penalizzazione comincia prima, dentro modelli familiari e sociali che continuano ad assegnare alle donne una quota maggiore di lavoro domestico e cura. Il figlio amplifica lo squilibrio, ma non lo crea da zero.
La laurea non basta a proteggere
Nemmeno il titolo di studio cancella lo svantaggio. La laurea resta in generale un fattore protettivo, ma non è sufficiente a neutralizzare il peso della maternità. Tra i laureati, il tasso di Neet è pari al 12,5% per le donne e all’8,1% per gli uomini. Il divario aumenta con l’età e supera i 5 punti nella fascia 30-34 anni. Il dato più eloquente riguarda i genitori in coppia: le madri laureate hanno un tasso Neet quasi dieci volte superiore a quello dei padri laureati. Questo significa che il capitale formativo femminile può essere disperso anche quando è elevato. Il problema, quindi, non è soltanto l’istruzione. È la capacità del mercato del lavoro e del welfare di impedire che la maternità interrompa o indebolisca percorsi professionali già qualificati.
La nuova Scala di Gravità
Una delle innovazioni del Rapporto è la Scala di Gravità, uno strumento che misura la distanza dei Neet dal mercato del lavoro attraverso otto livelli, da 0 a 7. La scala combina ricerca attiva, disponibilità immediata, motivazioni dell’inattività e durata della condizione. Il risultato è preoccupante: quasi un Neet su tre, il 30,8%, si colloca al livello più grave, quello in cui non cerca lavoro, non sarebbe disponibile ad accettarlo e si trova fuori da oltre dodici mesi. Per questo gruppo gli strumenti ordinari di politica attiva rischiano di non bastare. Convocare, orientare o proporre un corso può essere insufficiente se prima non si rimuovono ostacoli di cura, isolamento, scoraggiamento, mancanza di servizi, bassa fiducia o fragilità familiare. Anche qui l’asimmetria di genere è fortissima: il 43,1% delle donne Neet si colloca al livello 7, contro il 13,2% degli uomini.
Le proposte: oltre le politiche tradizionali
Il Rapporto propone un approccio differenziato. Le politiche attive del lavoro funzionano soprattutto con i Neet più vicini al mercato. Per le giovani donne lontane da studio e occupazione servono interventi più strutturali: orientamento precoce, contrasto agli stereotipi di genere, educazione al valore del lavoro regolare, condizioni occupazionali che garantiscano indipendenza economica e abitativa, contrasto al lavoro irregolare, sgravi contributivi per le imprese che assumono Neet, in particolare donne. Tre gruppi richiedono azioni mirate. Le giovani madri hanno bisogno di percorsi di rientro formativo e lavorativo, asili nido, tempo pieno scolastico e congedi di paternità più forti. Le donne straniere di prima generazione necessitano di mediazione culturale, lingua italiana, riconoscimento dei titoli esteri e collegamento con il lavoro. Le giovani donne del Mezzogiorno richiedono incentivi alle imprese, filiere produttive locali e valorizzazione del lavoro da remoto.
Violini: intervenire subito
Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group, sottolinea il rischio di lungo periodo: “Con oltre un milione di giovani donne fuori da percorsi di studio e lavoro, l’Italia non solo disperde capitale umano, ma rischia di riprodurre le stesse condizioni di vulnerabilità nelle generazioni future”. Per questo, aggiunge, bisogna intervenire “prima che queste disuguaglianze si consolidino”. Il livello culturale-educativo diventa la prima area di intervento: agire fin dalla scuola sui meccanismi attraverso cui gli stereotipi di genere influenzano scelte formative, professionali, aspettative e modelli di ruolo. Ma, insieme alla cultura, serve una visione del lavoro come autonomia economica, riconoscimento sociale e libertà personale.
Rizzetto: dare opportunità concrete
Anche il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto, richiama la necessità di politiche mirate. La sua proposta di legge per istituire una Giornata nazionale contro l’inattività giovanile, spiega, non vuole essere una ricorrenza celebrativa, ma uno strumento per rafforzare orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro, coinvolgendo Regioni, enti locali, scuole e centri per l’impiego. L’obiettivo è “dare ai giovani più fragili opportunità concrete”.
La sfida
Il Rapporto Dedalo dice una cosa semplice e severa: i Neet non sono invisibili, ma spesso vengono guardati nel modo sbagliato. Dietro i numeri ci sono giovani molto diversi tra loro e, soprattutto, un’enorme questione femminile. Quando una madre giovane finisce fuori da studio e lavoro, non perde solo un reddito: perde continuità professionale, contributi, autonomia e prospettiva. E il Paese perde competenze, produttività e futuro. Contrastare il fenomeno significa quindi tenere insieme lavoro, scuola, servizi, famiglia e cultura. Senza asili, senza orientamento, senza contrasto agli stereotipi, senza occupazione stabile e senza politiche territoriali, l’inattività continuerà a colpire soprattutto le donne. La vera misura del successo non sarà solo ridurre il numero dei Neet, ma impedire che la cura diventi rinuncia e che la maternità si trasformi in esclusione.
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