C’è una parola che il Novecento ha usato disinvoltamente per confinare le donne ai margini della vita civile. L’attitudine. La dicitura esatta, nel 1947, durante la seduta in cui l’Assemblea Costituente discuteva l’articolo 51 – che regolava l’accesso ai pubblici uffici – prevedeva che tutti i cittadini potessero accedervi ma “conformemente alle loro attitudini”. L’assenza presunta di alcune specifiche – ritenute di appannaggio maschile – bastava ad escludere le donne dalla magistratura, come da numerosi altri impieghi, dalla professione richiedente giudizio, sintesi, autorità.
Una parola che non si spiegava: si dava per assodata, si trattava come un fatto di natura; perché le donne – si sa – non sono emotivamente stabili, non possiedono un forte equilibrio, non sono dotate di oggettiva capacità di analisi scevra da condizionamenti personali.
Il fondamento teorico di questa tesi ha un nome preciso: Paul Julius Möbius. Neurologo tedesco, studioso stimato, autore di saggi su Goethe, Schopenhauer, Nietzsche. Nel 1900 pubblica ‘Über den physiologischen Schwachsinn des Weibes’ — traducibile, senza eufemismi, come ‘Sull’imbecillità fisiologica della donna’. L’argomento è che un eccessivo sviluppo intellettuale danneggi le funzioni riproduttive: la natura avrebbe provveduto a tenere la donna lontana dal pensiero astratto per proteggerla da sé stessa e salvaguardarne la maternità.
Le donne – sostiene Möbius – sono prive di giudizio critico, incapaci di riflessione profonda e guidate prevalentemente dall’istinto. E così la scienza diventa tutela. La limitazione, dono. Il trattato conobbe quattro edizioni in pochi anni e fu tradotto in più lingue. Era un prodotto culturale di successo, assai letto e citato, parte del paesaggio intellettuale di inizio secolo.
Il problema, in effetti, non è mai il pregiudizio dichiarato, quello che si riconosce subito e si può combattere frontalmente. Il problema è il pregiudizio che diventa sistema, che trova la sua formulazione scientifica, che si traduce in lingua amministrativa e da lì in norma. Il problema è quando l’arbitrio parla il linguaggio dell’evidenza. La legge, nelle sue forme più sofisticate, non vieta il desiderio in modo diretto – anzi, ne gestisce le declinazioni; stabilisce chi ha titolo per desiderare cosa, e in quale forma. E il modo più efficace per farlo, prima della proibizione esplicita, è la definizione di ciò che è naturale.
Se la donna è per natura priva delle attitudini psichiche necessarie all’esercizio della giustizia, allora escluderla dalla magistratura non risulterà una limitazione – ma piuttosto, riconoscere la realtà delle cose. È la struttura che Kafka ha reso immortale ne ‘Il processo’ — una colpa che non si conosce, una legge che non si mostra.
Vale la pena fermarsi un momento sul modello implicito di eccellenza cognitiva che il pregiudizio di Möbius costruisce: logica stringente, assenza di oscillazione emotiva, capacità di sintesi rapida e ripetibile, impermeabilità al caso singolo. Un modello che oggi riconosciamo perfettamente — perché lo abbiamo costruito. Si chiama intelligenza artificiale.
I sistemi di IA apprendono, classificano, deducono con una precisione che nessun essere umano può eguagliare; elaborano milioni di dati senza stancarsi, senza lasciarsi distrarre dall’empatia, senza cedere al peso del particolare: sono, in altri termini, l’esito logico di ciò che Möbius esaltava… la ragione depurata dall’umano. La “perfezione” – o meglio, la finitezza – dell’automa. Ed è proprio per questo che non capiscono nulla. Perché la comprensione — quella vera, quella che orienta il giudizio — richiede la capacità di stare dentro la realtà di un altro, di lasciarsi modificare da ciò che si incontra. Necessita esattamente di ciò che veniva ascritto al genere femminile come debolezza.
La dicotomia che Möbius aveva costruito — logica da un lato, emozione dall’altro; forza da una parte, fragilità dall’altra — non ha mai davvero coinciso con la biologia. È una distribuzione di valori non afferente alla realtà. E come tutte le attribuzioni arbitrarie, produce frustrazione e disequilibrio: chi interiorizza il lato sbagliato, chi simula il lato giusto, chi si perde nel confine, chi non si accetta nella sua complessità di individuo. È esattamente questa la struttura che le donne dell’Assemblea Costituente si trovarono a smontare nel 1946.
Venute da culture politiche distanti — la sinistra laica dell’UDI, il cattolicesimo militante del CIF — ma convergenti su una cosa: che quella parola, attitudine, fosse quella da cambiare. Maria Federici — deputata democristiana, prima presidente del Centro Italiano Femminile — lo espresse con lucidità tagliente: la sensibilità femminile non è un deficit della ragione, ma una sua risorsa – potrebbe addirittura arricchire l’amministrazione della giustizia.
La risposta istituzionale fu lenta. Per le donne l’accesso alla magistratura avverrà molto più tardi, solo nel 1963. Ma la direzione era segnata: sostituire attitudine con requisito stabilito dalla legge. Una trasformazione radicale – questa sì, di pura logica, svuotata da ambiguità emotive. Il requisito di legge è verificabile, impugnabile, modificabile: appartiene all’ordine del diritto positivo. L’attitudine appartiene all’ordine della natura, che si subisce. Spostare il termine significa spostare il piano del contendere: da ciò che si è a ciò che si può dimostrare di saper fare.
Ingeborg Bachmann, nelle sue ‘Lezioni di Francoforte’, scriveva che la letteratura ha il compito di essere affilata di conoscenza — che le parole devono stridere tra i denti come sabbia, risvegliare la fame piuttosto che placarla. Riprendeva Kafka: un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. È un’immagine che vale anche per i termini giuridici, per quelle parole apparentemente neutri che regolano l’esistenza. Attitudine era un mare ghiacciato. E cambiarne il nome è stato, a suo modo, un atto di quella stessa violenza conoscitiva che Bachmann chiedeva alla letteratura: spaccare il ghiaccio per vedere cosa c’era sotto.
Da quella seduta del 1946, quando l’Italia repubblicana era appena nata, sono passati ottanta anni. Ottanta anni di costituzione italiana. E qualcosa di quella logica, travestita ora da merito, ora da inadeguatezza, ora da incompatibilità con i ritmi del lavoro, continua a circolare. La struttura resta: c’è sempre un modo per dire che il desiderio di certe persone eccede ciò che la legge è disposta a riconoscere come legittimo. La Milanesiana ha scelto quest’anno di mettere al centro desiderio e legge.
Una tensione che attraversa ogni forma di vita associata, ogni sistema che prova a regolare ciò che uomini e donne vogliono e ciò che è loro consentito volere. La storia delle donne nel Novecento è uno dei luoghi in cui questa tensione si è manifestata con più evidenza: perché è proprio lì che la legge ha tentato di negarne il fondamento stesso, di dimostrare scientificamente che le donne non avevano le strutture mentali per desiderare ciò che desideravano. Fino a quando qualcuno non ha cambiato una parola. E cambiandola, ha cambiato il sistema nella sua forma e sostanza.
Oggi, 10 luglio, si tiene la terza delle tre serate de La Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno. Nello specifico, sarà la volta dello spettacolo “L’inferiorità mentale della donna”, con Veronica Pivetti e Cristian Ruiz, su testo di Giovanna Gra, preceduto dal prologo di Maria Sole Sanasi che pubblichiamo qui. Inizio ore 21, biglietto cortesia 5 euro su Vivaticket.
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