La causa legale da 293 miliardi di dollari relativa a “Noah Doe” e al Bitcoin affronta una prova importante dopo che il primo titolare del portafoglio ha presentato un’istanza di archiviazione


Punti chiave

Dettagli sulla causa da 293 miliardi di dollari relativa ai bitcoin

La causa, intentata l’11 marzo 2026 presso la Corte Suprema di New York, mira a ottenere una sentenza dichiarativa che riconosca la proprietà di circa 39.069 indirizzi Bitcoin inattivi, che detengono complessivamente circa 3,8 milioni di BTC.

I ricorrenti, identificati solo come Noah Doe insieme alle entità del Wyoming ABC Company e XYZ Company, sostengono di aver acquisito il diritto su tali portafogli dopo aver presumibilmente identificato gli indirizzi inattivi tramite un software proprietario, aver consegnato gli elenchi di tali indirizzi alla Polizia di New York (NYPD) come beni ritrovati e aver invocato l’articolo 7-B della Legge sui beni mobili dello Stato di New York che disciplina i beni smarriti.

L’elenco dei portafogli include indirizzi pubblicamente associati all’attacco hacker a Mt Gox del 2011, l’indirizzo di “burn” di Counterparty e oltre 21.000 indirizzi che i ricercatori hanno collegato al modello di mining “Patoshi”, ampiamente attribuito al creatore di Bitcoin, Satoshi Nakamoto. Anche se i ricorrenti dovessero alla fine prevalere, una sentenza favorevole non consentirebbe loro di spendere alcun bitcoin, poiché solo le chiavi private corrispondenti autorizzano le transazioni sulla rete Bitcoin.

Il tribunale ha frenato prima della sentenza in contumacia

Il caso sembrava avviarsi verso una possibile sentenza in contumacia fino al 5 giugno, quando la giudice Kathy J. King ha sospeso l’ulteriore procedimento dopo che l’avvocato newyorkese Ian R. Cohen ha presentato una proposta di memoria amicus curiae che contestava la teoria giuridica dei ricorrenti.


Cohen ha sostenuto che la legge dello Stato di New York sugli oggetti smarriti disciplina i beni tangibili, non gli indirizzi blockchain, e ha affermato che un’inattività prolungata non costituisce abbandono ai sensi di legge. Ha inoltre messo in dubbio che i ricorrenti abbiano notificato correttamente migliaia di titolari di portafogli tramite i messaggi OP_RETURN incorporati nelle transazioni in bitcoin e ha sollevato più ampie questioni relative alla giurisdizione.

La sospensione rimane in vigore mentre il tribunale esamina diverse istanze pendenti. Il 18 giugno, i legali dei ricorrenti hanno chiesto al tribunale di revocare o limitare la sospensione, sostenendo che il contenzioso dovrebbe proseguire nonostante la presentazione della memoria amicus.

Il primo titolare di un portafoglio entra nella contesa

Il contenzioso ha subito un’altra svolta significativa il 30 giugno, quando un convenuto pseudonimo che si identifica come «John Doe 33» ha presentato sia una notifica di comparizione che un’istanza di rigetto, diventando il primo vero e proprio titolare di un portafoglio a contestare la causa.

Nel documento presentato, John Doe 33 afferma di essere «una persona fisica e un essere umano in carne e ossa», non un indirizzo Bitcoin, un portafoglio digitale o una riga di codice sorgente. Spiega inoltre che lo pseudonimo ha lo scopo di proteggere la sua identità a causa dei ben noti rischi per la sicurezza associati ai possessori di criptovalute identificati pubblicamente, riservandosi al contempo tutte le difese legali contro l’azione legale.

La sua comparizione cambia sostanzialmente l’assetto del caso. Fino ad ora, i ricorrenti non avevano sostanzialmente incontrato alcuna opposizione diretta da parte dei titolari di portafogli identificati, lasciando aperta la possibilità che gran parte del contenzioso potesse procedere senza la partecipazione di effettivi convenuti.


Un altro trasferimento di 500 BTC indebolisce la teoria dell’abbandono

Appena due giorni dopo la presentazione della causa, il portafoglio di un altro convenuto è diventato attivo sulla blockchain.

Il 2 luglio 2026, 500 BTC sono stati trasferiti dall’indirizzo 1HnVSXAMkCUHD8EeRxnNXXB6B12oQ9URpV, identificato come portafoglio n. 881 nella causa contro Noah Doe. I registri della blockchain mostrano che la transazione ha trasferito l’intero saldo, sostanzialmente dopo aver pagato circa 57.000 satoshi in commissioni di rete.

Il trasferimento si aggiunge a un elenco sempre più lungo di portafogli citati nella denuncia che hanno movimentato fondi da quando il contenzioso ha iniziato ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Tra le attività precedenti figurano circa 35,55 BTC provenienti da un portafoglio risalente al 2011 il 2 giugno, 47,26 BTC il 6 giugno, circa 1.878 BTC da un portafoglio del 2019 il 7 giugno e circa 199,216 BTC da un indirizzo risalente al 2012 il 19 giugno.

Ogni transazione aggiuntiva rappresenta un’ulteriore sfida alla tesi centrale dei ricorrenti, secondo cui i portafogli sarebbero stati abbandonati dai loro proprietari. Il numero crescente di indirizzi attivi è diventato uno degli aspetti più seguiti del contenzioso da parte degli osservatori legali e degli analisti on-chain.


Cosa succederà ora?

La prossima tappa importante è prevista per il 14 luglio 2026, quando alle ore 10:30 è fissata l’udienza davanti al giudice Kathy J. King presso la Corte Suprema della Contea di New York.

Si prevede che l’udienza affronti, tra le altre questioni procedurali, la richiesta di intervento in qualità di amicus curiae presentata da Cohen, la richiesta dei ricorrenti di modificare o revocare la sospensione del procedimento e la mozione di archiviazione recentemente depositata da John Doe 33.

L’esito potrebbe determinare se il caso riprenda, rimanga sospeso o venga circoscritto prima di arrivare al merito. Indipendentemente dalla decisione del tribunale, l’ingresso in causa di un convenuto attivo e il continuo movimento dai portafogli citati nella denuncia hanno aggiunto nuovi ostacoli a una delle sfide legali più insolite mai intentate contro partecipazioni in bitcoin inattive.


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 Alan Inman

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