Due rimorchi carichi di forniture per data center, tra cui bobine di rame per 300.000 dollari, sono stati rubati la settimana scorsa tra l’Alabama e la Florida e recuperati dalle forze dell’ordine nell’area di Chicago, come racconta Futurism citando un’inchiesta di Business Insider. Il primo rimorchio, sparito in Alabama, trasportava forniture per 1,3 milioni di dollari. Il secondo, sottratto a Jacksonville, in Florida, ne valeva circa un altro milione. Il fatto che entrambi i mezzi siano riemersi nello stesso punto morto suggerisce un’operazione coordinata, non due colpi isolati.
Non è un episodio raro. Pochi giorni prima, in Canada, quasi 5 milioni di dollari tra rame ed elettronica sono spariti durante il trasporto. Negli Stati Uniti il furto di merci in transito vale già 35 miliardi di dollari l’anno secondo il Dipartimento della sicurezza interna, e la fetta legata alle forniture per data center cresce più in fretta del resto. Secondo la società di risk assessment Verisk CargoNet, il crimine nella catena di fornitura è aumentato del 60% nell’ultimo anno tra Stati Uniti e Canada, fino a sfiorare i 725 milioni di dollari.
Il crimine organizzato ha imparato a leggere i listini dei chip.
Il crimine ha scoperto la corsa all’AI prima di molti investitori
Keith Lewis, a capo delle operazioni di CargoNet, descrive un salto di qualità nel modo in cui questi furti vengono organizzati. “Sono molto più strategici e mirati adesso”, ha dichiarato al Canadian Press. “Sanno cosa va di moda e cosa si vende.” Non parliamo più di camionisti opportunisti che rubano quello che trovano per strada. Parliamo di reti che seguono i listini dei semiconduttori con la stessa attenzione di un trader, e che sanno esattamente dove intercettare un carico di RAM, GPU o rame prima che arrivi a destinazione.
La logica è semplice: più sale il prezzo di un componente, più cresce l’incentivo a rubarlo. Il mercato della memoria è già sotto pressione da mesi, con le finestre di quotazione della DDR5 enterprise ridotte da 90 a 30 giorni e i clienti più grandi che prenotano allocazioni con due anni di anticipo. Il rame segue una traiettoria simile: ogni piano per costruire nuova capacità cloud e AI aumenta la pressione su un materiale già conteso da produttori di veicoli elettrici, reti elettriche e industria della difesa. Un chilo di rame rubato da un cantiere vale oggi più di quanto valesse due anni fa, e un rimorchio pieno di bobine frutta quanto una piccola rapina in banca, con molto meno rischio.
I data center in costruzione sono bersagli comodi. Sono cantieri enormi, spesso in aree periferiche con sorveglianza limitata, che ricevono forniture continue di materiale ad alto valore: chip, cavi in rame, sistemi di raffreddamento, componenti di rete. La carenza di manodopera specializzata che già rallenta questi progetti lascia meno risorse anche per la sicurezza logistica dei cantieri. Chi organizza i furti lo sa, e lo sfrutta.
Più il chip vale, più conviene rubarlo prima che arrivi.
Un effetto collaterale che nessuno aveva messo nel budget
C’è un secondo livello, meno visibile, in questa storia. Negli Stati Uniti la costruzione di nuovi data center è già un tema politico caldo: consumo d’acqua, bollette elettriche più alte per i residenti vicini, cantieri contestati da elettori democratici e repubblicani senza distinzione. Il furto di merci aggiunge un costo che nessuno aveva messo in conto quando si è progettata questa espansione: un mercato criminale attaccato alla filiera come un parassita, che genera perdite reali senza comparire in nessuna slide di presentazione agli investitori.
Quel costo, di solito, non lo paga chi organizza il colpo. Le assicurazioni sul trasporto merci alzano i premi quando il tasso di furto sale, e i costi assicurativi più alti finiscono nei preventivi dei general contractor, che li scaricano sui committenti, che a loro volta li considerano parte del costo totale di costruzione del data center. Alla fine, chi paga il conto aggiuntivo è chi acquista capacità di calcolo cloud: un margine in più nascosto dentro un prezzo già gonfiato da carenza di chip e di energia.
Il contesto politico rende tutto più teso. Il Maine si avvia a diventare il primo stato USA a vietare nuovi data center, almeno fino al 2027, e in Ohio un consiglio comunale che aveva dato il via libera a nuove strutture è stato spazzato via alle urne dagli elettori al voto successivo. Gli operatori del settore si trovano quindi a difendere ogni singolo cantiere su due fronti contemporaneamente: quello dell’opinione pubblica, sempre più ostile, e quello, meno raccontato, della criminalità organizzata che nel frattempo si è specializzata nel colpire proprio quei cantieri. Nessuno dei due fronti aiuta a rispettare le tabelle di marcia già compresse dalla carenza di componenti.
Il fenomeno non risparmia l’Italia
Anche in Italia il rame è diventato una preda ambita, anche se i bersagli sono diversi dai data center. La rete di ricarica per veicoli elettrici ha già un problema strutturale: gli operatori hanno contato circa 450 colpi tra aprile 2025 e aprile 2026, concentrati sulle stazioni ad alta e altissima potenza, secondo Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, come racconta Quattroruote. Un connettore per la ricarica veloce contiene fino a nove chili di rame, contro il chilo e mezzo di un punto di ricarica lenta, e questo lo rende un bersaglio molto più redditizio per chi stacca i cavi con una tronchese.
Il conto per gli operatori della mobilità elettrica è già salato: un danno medio di 3.000 euro a evento porta la stima complessiva a quasi 1,4 milioni di euro l’anno, senza contare i mancati incassi durante il fermo macchina e i premi assicurativi più alti. “È un gesto da poveracci, si rischia tanto per guadagnare pochissimo”, ha raccontato a Quattroruote un riciclatore di rame di Milano, descrivendo però una filiera che da poche persone disperate si sta trasformando in una rete organizzata. Le forze dell’ordine hanno già arrestato diversi sospetti nel 2026, tra cui un 44enne a Qualiano, nel Napoletano, e due persone tra Catania e Siracusa responsabili di furti su dieci diversi punti di ricarica.
Il fenomeno non si limita alla mobilità elettrica. La rete ferroviaria italiana convive da anni con i furti di rame sulle linee elettrificate, e il problema non si è attenuato nel 2026: solo nei primi mesi dell’anno, manomissioni e furti di rame hanno causato il ritardo di 600 treni, come ha confermato il ministero delle Infrastrutture dopo un incontro tra il vicepremier Matteo Salvini e i vertici di FS, Trenitalia e RFI. RFI partecipa da anni all’Osservatorio Nazionale sui Furti di Rame, e tra le contromisure in campo ci sono l’interramento dei cavi, la sostituzione progressiva del rame con l’alluminio nei tratti più esposti e un progetto di tracciabilità della filiera per rendere più difficile rivendere il metallo rubato.
Il filo che lega colonnine, ferrovie e data center americani è lo stesso meccanismo: ovunque ci sia rame esposto e poco sorvegliato, in un mercato che ne fa salire il prezzo di anno in anno, qualcuno organizzato trova il modo di arrivarci prima di chi lo deve installare o proteggere.
Il rame è diventato oro rosso, e i ladri lo sanno bene.
Le risposte che il mercato sta già vendendo
Il settore della logistica non è rimasto a guardare. Piattaforme di risk intelligence come quella di CargoNet mappano in tempo reale le zone a rischio e permettono agli spedizionieri di deviare i percorsi o rinforzare la scorta nei tratti più esposti. Il tracciamento GPS sui rimorchi, i sigilli elettronici che segnalano l’apertura non autorizzata e le verifiche più severe sui subappaltatori del trasporto sono contromisure già disponibili, con costi che per una grande commessa restano una frazione minima del valore trasportato. Nessuna di queste soluzioni elimina il problema. Riducono la finestra di opportunità per il ladro, non la chiudono.
Le contromisure riducono il rischio, non lo azzerano mai del tutto.
La corsa all’oro attira sempre chi vende i picconi, e chi li ruba
Nella corsa all’oro dell’Ottocento chi si arricchiva davvero, spesso, non era il cercatore ma chi vendeva picconi e stivali. Nella corsa ai data center AI il paragone regge fino a un certo punto: qui c’è anche chi i picconi li ruba direttamente dal deposito, li rivende sul mercato grigio, e non compare in nessun bilancio ufficiale della transizione verso l’intelligenza artificiale. È un’economia sommersa che cresce alla stessa velocità del settore che la genera, e che nessun report sugli investimenti in AI include mai nelle proiezioni di spesa.
Chi gestisce la logistica delle grandi costruzioni tech dovrebbe leggere questi numeri come un promemoria pratico, non come una nota di colore. Il problema è strutturale: finché il prezzo dei materiali per l’AI continuerà a salire, il crimine organizzato avrà sempre un incentivo a restare un passo avanti a chi deve proteggerli. E chi alla fine tira fuori il portafoglio, tra premi assicurativi più alti e cantieri più lenti, è lo stesso cliente enterprise che ha già firmato un contratto pluriennale per capacità di calcolo che oggi costa più di quanto avesse previsto.
Vale anche la pena guardare la cosa da un’altra angolazione. Ogni miliardo annunciato per nuova capacità AI viene raccontato come investimento in infrastruttura strategica, mai come apertura di un nuovo mercato per la criminalità organizzata. Eppure è esattamente quello che sta succedendo: un settore che cresce così in fretta da non riuscire a proteggere la propria catena di fornitura genera, quasi per definizione, un’economia parallela che si nutre degli stessi materiali scarsi. Chi pianifica il prossimo cantiere farebbe bene a mettere in budget non solo il prezzo del rame, ma anche il rischio di non vederlo mai arrivare.
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Giulia Bianchi
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