Tre amministratori delegati dell’intelligenza artificiale hanno pranzato con i capi di governo del G7 il 17 giugno ad Évian-les-Bains, e non come ospiti di cortesia. Sam Altman, Dario Amodei e Demis Hassabis si sono seduti al tavolo con una proposta concreta: costruire una coalizione internazionale a guida americana che controlli l’accesso ai modelli di frontiera e escluda la Cina dalla catena di fornitura dei chip critici. La geopolitica dell’AI ha trovato il suo Yalta, e come a Yalta le asimmetrie di potere erano già scritte nel menù.
L’incontro di Évian arriva in un contesto che rende le proposte dei tre CEO meno diplomatiche di quanto il format del pranzo farebbe pensare. Pochi giorni prima del G7, gli Stati Uniti avevano applicato i primi controlli alle esportazioni diretti a un modello AI, non ai chip che lo fanno girare: Fable 5 e Mythos 5, due sistemi di frontiera sviluppati fuori dal perimetro americano, erano stati bloccati prima ancora che i leader europei si sedessero a tavola. La domanda sulla sovranità AI europea aveva già ricevuto risposta prima che qualcuno la ponesse ufficialmente.
La coalizione sì, ma le regole le scrive Washington prima ancora che si voti.
Le proposte portate al pranzo erano due, e divergevano su metodo ma non su sostanza. Amodei e Hassabis hanno proposto una coalizione formale a guida statunitense con accesso privilegiato ai modelli di frontiera per gli alleati che accettano i termini americani di governance e sicurezza, accompagnata dall’esclusione della Cina dal commercio dei chip critici. Altman ha puntato su un approccio più multilaterale: un forum internazionale con standard di test condivisi, meno gerarchico nella forma ma ugualmente centrato sulla validazione tecnica dei modelli secondo criteri che i laboratori americani contribuirebbero a definire. Entrambe le proposte convergono su un punto che i comunicati non dicono esplicitamente: chi fissa gli standard controlla l’ecosistema.
La coalizione sì, ma le regole le scriviamo noi: il messaggio implicito di Washington
La logica della proposta Amodei-Hassabis è razionale dal punto di vista americano. Gli Stati Uniti hanno i modelli di frontiera più avanzati, le infrastrutture di calcolo più capillari e il quadro normativo più consolidato per la sicurezza AI. Costruire una coalizione intorno a questi asset significa estendere il perimetro di influenza tecnologica americana con il consenso degli alleati, in modo più elegante degli export control applicati unilateralmente. Gli alleati otterrebbero accesso: in cambio, accetterebbero un regime dove le regole le scrive Washington.
Il blocco di Fable 5 e Mythos 5 aveva già dimostrato come funziona questo regime in assenza di accordi formali. Per la prima volta nella storia dei controlli alle esportazioni, gli Stati Uniti avevano applicato la misura non ai semiconduttori che addestrare un modello richiede, ma al modello stesso come oggetto giuridico. È un cambio di paradigma che le cancellerie europee non possono ignorare: significa che qualsiasi modello AI sviluppato o distribuito fuori dal perimetro americano è soggetto a restrizioni unilaterali, indipendentemente dal paese di origine. Il termine che circola nelle capitali europee dopo il blocco è “blackout AI” — la possibilità che un sistema su cui poggiano infrastrutture critiche venga spento da una decisione presa a Washington.
Chi accede ai modelli di frontiera accetta anche il diritto di disconnessione del fornitore.
Emmanuel Macron ha sintetizzato la posizione europea con una frase che vale come argomento tecnico prima ancora che politico: “nessuno comprerà AI americana se teme che possa essere spenta in qualsiasi momento”. La critica non è ideologica. Riguarda la continuità di servizio come requisito di acquisto. Un’azienda che integra un sistema AI nel proprio processo produttivo, o un governo che lo usa per gestire infrastrutture critiche, deve poter escludere il rischio di un’interruzione unilaterale decisa da una capitale straniera. Se quel rischio esiste, il calcolo commerciale cambia, indipendentemente dalla qualità tecnica del modello.
Macron ha ragione: nessuno compra AI che può essere spenta da un’altra capitale
La Commissione europea aveva anticipato questa dinamica tre settimane prima del G7. Il 3 giugno 2026 aveva pubblicato l’European Technological Sovereignty Package, un insieme di misure coordinate che comprende il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act e una strategia open source per i modelli di fondazione. L’obiettivo dichiarato è costruire una filiera AI europea che non dipenda da un singolo fornitore extraeuropeo per nessun componente critico, dal silicio ai pesi del modello.
La tempistica del pacchetto rispetto al G7 non è casuale. Bruxelles sapeva che la proposta di coalizione americana era in preparazione, e il pacchetto serviva anche come posizione negoziale: l’Europa non arriva al tavolo senza nulla da offrire né da opporre. Le AI Factories dell’Unione Europea rientrano in questa logica, così come gli investimenti in supercalcolo distribuito su scala continentale. Il problema è che questa infrastruttura arriva con anni di ritardo rispetto ai laboratori americani, e nel frattempo la dipendenza si è consolidata sia tecnicamente che contrattualmente.
Il blocco di Fable 5 e Mythos 5 ha reso concreto un rischio che gli analisti descrivevano come ipotetico. Chi aveva già firmato contratti di accesso API a modelli americani si è ritrovato con una lista di casi d’uso improvvisamente fuori dal perimetro consentito. La nuova dottrina americana sulla tecnologia come leva geopolitica non riguarda solo i chip: riguarda i modelli, i pesi, le API, i sistemi di inferenza. Ogni strato della catena del valore può diventare oggetto di export control.
I chip erano l’hardware del potere. I modelli sono diventati il software della geopolitica.
L’Europa ha ragione sul principio, e Macron ha ragione sulla logica commerciale. Ma la posizione europea porta con sé una contraddizione che il Technological Sovereignty Package non risolve: la sovranità AI richiede capacità di sviluppo autonomo a livello di frontiera, e le AI Factories europee non sono ancora in grado di produrre modelli competitivi con i sistemi americani di quarta generazione. Il gap non è solo finanziario: è di dati, di ricercatori, di ecosistema. I laboratori americani hanno un vantaggio strutturale che non si colma in tre anni di investimento pubblico.
La proposta di Altman — un forum internazionale con standard di test condivisi — è tecnicamente più digeribile per l’Europa perché non richiede una scelta esplicita di campo. Ma gli standard di test sono anch’essi una forma di controllo: chi definisce i criteri di sicurezza per i modelli AI definisce anche quali modelli passano la selezione e quali no. Un forum internazionale a guida americana con capacità di certificazione produce lo stesso effetto della coalizione esplicita di Amodei, con meno frizione politica nell’adozione.
Quello che il G7 di Évian ha messo in evidenza è che la governance globale dell’AI non può essere risolta con il formato diplomatico tradizionale. Tre CEO con interessi commerciali definiti non sono rappresentanti neutri di una tecnologia: sono parti con una posizione. Farli sedere al tavolo dei capi di governo senza un contrappeso istituzionale che rappresenti interessi diversi — consumatori, lavoratori, governi di altri paesi, accademici — produce documenti che riflettono la razionalità dei laboratori americani, non quella della comunità internazionale.
La questione della sovranità AI europea non si risolve a Évian, e non si risolve accettando la proposta di coalizione né respingendola. Si risolve costruendo capacità propria in tempi utili, il che significa anni, non mesi. Nel frattempo, ogni contratto firmato con un fornitore americano è anche un’esposizione al rischio di blackout, e ogni API integrata in un processo critico è una dipendenza che nessun pacchetto di sovranità tecnologica può annullare per decreto. La posizione europea è corretta. Resta da vedere se chi acquista AI in Europa ha ascoltato.
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Marco Ferretti
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