Grano duro:La Turchia tutela prezzi e produttori.L’U.E finanzia la Tunisia. E noi a picco…


In sintesi è quanto denuncia Altragricoltura con un testo e una foto che ci ricorda i campi di spighe dorate di Vincent Van Gogh. La tutela dei produttori agricoli del Belpaese subisce la concorrenza da chi, come l’Unione Europea,dovrebbe tutelare redditi e produzioni. Così non è e l’esempio della Turchia che garantisce il giusto prezzo consiglia quale dovrebbe essere la politica da adottare. Finita? I colpi bassi continuano con l’accordo con la Tunisia e questo fa crollare i prezzi in Italia, con cereali e olio al massimo ribasso. Mercato libero? Ci sono produttori e intermediari italiani dietro questa concorrenza ”voluta e garantita” da Bruxelles. Nel frattempo, e citiamo quanto avviene da alcuni giorni a Bari, proteste dalle associazioni di categoria. Il governo Meloni e il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida hanno qualcosa da dire? Cosa fanno per tutelare gli agricoltori italiani?

Grano Duro: la Turchia lo paga 366 €, l’EU finanzia la Tunisia, in Italia affondiamo nel libero mercato.
Il punto sull’Osservatorio sulle crisi
del Centro Doc di Altragricoltura
Lo Stato turco sostiene il reddito agricolo con forti tutele sul prezzo, Bruxelles finanzia la resilienza rurale in Tunisia, i produttori italiani affrontano il mercato globale senza strumenti equivalenti di sostegno al prezzo.
Mentre in Italia i cerealicoltori affrontano a giugno 2026 una nuova campagna commerciale senza alcuna certezza sul prezzo del raccolto, in Turchia lo Stato interviene con decisione per determinare il valore del lavoro dei propri agricoltori. Attraverso il TMO (Toprak Mahsulleri Ofisi), l’ente pubblico incaricato della gestione del mercato cerealicolo, il governo ha fissato per il raccolto 2026 un prezzo di acquisto base di 16.500 lire turche per tonnellata (TL/t). A questa cifra il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste (Tarım ve Orman Bakanlığı) ha associato i nuovi premi per la produzione pianificata (Planlı Üretim) e i bonus per l’uso di sementi certificate, per un totale di ulteriori 3.014 TL/t. Il calcolo è aritmetico: gli agricoltori turchi incassano un ricavo lordo effettivo di 19.514 TL/t che, ai tassi di cambio correnti registrati nei primi giorni di giugno 2026, si traduce in un valore netto di 366,28 euro alla tonnellata (pari a un prezzo minimo garantito di 36,62 euro al quintale). Una cifra che supera nettamente i minimi reali registrati dalle nostre Commissioni Uniche Nazionali e che dimostra una distanza siderale tra la tutela pubblica estera e la passività istituzionale sulle due sponde del Mediterraneo.
Il confronto non riguarda soltanto due prezzi, ma due modelli economici. Mentre l’UE sostiene il reddito agricolo attraverso gli aiuti PAC senza intervenire sul prezzo, la Turchia utilizza un sistema di prezzo amministrato che protegge direttamente il valore della produzione nazionale. In Turchia il grano viene trattato come una materia prima strategica da difendere sul piano tariffario e commerciale; in Europa le dinamiche di valorizzazione del prodotto sono interamente delegate alle forze competitive del mercato globale.

Per il cerealicoltore italiano il problema profondo non è la Turchia in sé ma le regole con cui vengono messi in concorrenza sistemi produttivi sostenuti da politiche pubbliche profondamente diverse. L’attuale architettura della PAC non compensa questo squilibrio strutturale, lasciando che le nostre aziende si confrontino con le quotazioni delle borse merci globali in assenza di efficaci meccanismi pubblici di protezione del prezzo finale. A rendere ancora più difficile il confronto concorrono differenze nei costi energetici, normativi, ambientali e del lavoro che incidono pesantemente sulla redditività delle nostre aziende agricole.
Le contraddizioni del modello europeo si estendono anche alla gestione dei fondi per la resilienza climatica. I finanziamenti UE vengono indirizzati verso programmi internazionali di rafforzamento delle economie rurali fuori dai confini dell’Unione.

Il programma ADAPT è un’iniziativa finanziata dall’Unione Europea con una dotazione complessiva di circa 70 milioni di euro. Il programma, implementato attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), sostiene l’agricoltura e la pesca artigianale resilienti in Tunisia. Una specifica linea, “ADAPT Cereali”, è dedicata al rafforzamento della filiera cerealicola tunisina, con l’obiettivo di favorire la transizione agroecologica e migliorare la sostenibilità dei sistemi sementieri.
Il nodo è politico: mentre Bruxelles investe all’estero, i cerealicoltori europei affrontano la stessa crisi climatica con risorse interne limitate e una burocrazia tanto asfissiante e cervellotica che finisce per scoraggiare l’accesso agli strumenti. Questo genera un’asimmetria competitiva sui mercati del grano duro.
Se la Turchia protegge il proprio grano con politiche di prezzo e l’UE investe nei Paesi terzi, perché non esiste una strategia equivalente per il reddito agricolo europeo?
Secondo stime USDA, la produzione turca di frumento 2026 potrebbe raggiungere 22,8 milioni di tonnellate. L’aumento dei volumi esportabili può esercitare pressione sui prezzi nei mercati europei, soprattutto durante la fase di raccolta.
La competitività turca è rafforzata dal DIR (Dahilde İşleme Rejimi), regime che consente importazioni di grano senza dazi se destinato alla trasformazione e successiva esportazione.
Senza un cambio di rotta nelle politiche di sostegno, che nei fatti finiscono per finanziare la trasformazione industriale e la capacità di esportare della rete di commercializzazione, la cerealicoltura produttiva italiana continua a restare esposta a un mercato globale fortemente squilibrato, dominato dalla speculazione finanziaria.
Fino a quando reggerà?

Grano Duro: la Turchia lo paga 366 €, l’EU finanzia la Tunisia, in Italia affondiamo nel libero mercato.


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 Franco Martina

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