Milano, 19 giugno 2026 – Dal sogno statunitense alla poltrona di casa. L’ultimo weekend di Gabriele Gravina da presidente della Figc scorre lentamente, fra pensieri e rimpianti. Metabolizzare la mancata partecipazione ai Mondiali non è stato semplice, tanto più che le ultime partite degli azzurri hanno dato segnali incoraggianti e di speranza per quel che sarà il futuro del nostro calcio.
Squarci di sereno e un addio agrodolce: le due amichevoli di giugno vinte dalla giovane Italia del ct “ad interim“ Silvio Baldini cui si è aggiunto il trionfo dell’Under 17 agli Europei di categoria.
Presidente, per la prima volta dal suo mandato non era in campo in occasione delle ultime due partite. Da dove le ha seguite?
“Ero a casa, dopo le dimissioni avevo già detto che non avrei preso più parte a eventi ufficiali. Una scelta di rispetto per chi si stava candidando ma anche per stemperare certe tensioni visto che per troppo tempo sono stato bersaglio di offese ingiuste. Ma ho sentito Baldini e non ho fatto mancare la mia vicinanza. E poi il club Italia non è solo il suo presidente”.
Qual è stato il suo primo pensiero dopo le ultime vittorie nel segno dei giovani?
“Ho seguito tutto con grande interesse, perché c’era l’occasione per accendere un faro sulla progettualità che stavamo portando avanti come federazione e che riguarda la filiera dei giovani cresciuti grazie al lavoro dei tecnici federali. Il risultato è stato entusiasmante e provo grande soddisfazione nell’aver visto in pochi giorni l’Under 17 confermarsi campione d’Europa, cosa mai successa in 138 anni di storia; e poi i ragazzi vicecampioni del mondo under 20 esordire in blocco nella nazionale maggiore, con tanti 2008 indossare la maglia azzurra e portarsi dietro un carico di responsabilità e pressioni. Tutto ciò è stato un segnale positivo, di soddisfazione e gratificazione per il futuro. Il messaggio più bello da cogliere è quello della speranza”.
Silvio Baldini, commissario tecnico ad interim per due partite
Beata gioventù verrebbe da dire guardando l’orizzonte futuro…
“Valorizzare i giovani italiani è un concetto che vado ripetendo da 8 anni. Il talento c’è ed è sempre esistito ma ora il compito principale ce l’hanno i club, ovvero trasformare il talento in campione. Ma qui arriva il primo problema: se nel 2006 il 70 per cento dei calciatori selezionabili erano italiani, ora siamo scesi al 30 per cento per via della presenza di tanti stranieri. Si capisce che c’è qualcosa che non funziona e non si tratta di essere nazionalisti, ma riguarda il principio della sostenibilità. La filiera non va costruita per valorizzare l’industria del calcio, ma dobbiamo alimentare la filiera per coltivare entusiasmo e attrarre i giovani. Poi servono le vittorie, certo; serve la qualificazione ai Mondiali, vero. Ma il calcio italiano è in crisi perché non ha più riferimenti vincenti come Sinner, Cobolli e Musetti che alimentano entusiasmo nel tennis. Anche il nostro calcio però ha prospettiva e l’abbiamo creata nel tempo, lavorando per vincere domani. Fino al 2018 le nazionali giovanili non arrivavano in finale e poi improvvisamente per la prima volta l’Under 17 ha vinto l’Europeo nel 2024 e pochi giorni fa ha rivinto il titolo, così come ha fatto l’Under 19”.
La sensazione, però, è che ci siano più “saranno famosi” che i vari Totti, i Del Piero, i Maldini e i Pirlo. E i campioni come Donnarumma, Verratti e Tonali, scappano all’estero…
“È la verità. Purtroppo qualche anno fa i nostri talenti erano ingabbiati nei confini italiani, oggi per effetto della globalizzazione ci sono realtà attrattive e ben più remunerative. Pensate alla Premier, può comprare quello che vuole e nessuno qui può trattenere i giovani talenti come Reggiani, Pià e Ruggeri. Sono le leggi di mercato ed economia. Oggi paghiamo questo prezzo, perciò abbiamo l’esigenza di curare i vivai e invece non investiamo perché tutto ciò rappresenta un costo, Ecco perché vorrei far capire a chi ha responsabilità politica di non darci soldi ma intervenire sotto il profilo legislativo, concedendo ad esempio la tax credit per valorizzare i giovani, così come avviene per il cinema. Altrimenti fra non molto i club arriveranno all’80% degli stranieri e non investiranno più sui vivai”.
A proposito di club: da De Laurentiis a Lotito, come la mettiamo con la multiproprietà che fa mugugnare certe piazze?
“In Europa si sta valutando di consentirla con una percentuale riconosciuta che non deve superare il 30 per cento. In Italia quello che ha tolto la norma sono stato io: poi il Napoli ha minacciato di farci causa e si è arrivati alla transazione, con la chiusura del 2028. Quindi De Laurentiis dovrà vendere il Bari perché non si potrà essere proprietari di due club professionistici”.
Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli e patron del Bari
Lei ha detto che le sue dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio…
“Sono contrario alle dimissioni come fuga dai problemi per la mia natura di combattente. Nella mia vita non ho mai fatto un atto di rinuncia, sono andato sempre fino in fondo. Qui c’era un clima diverso, ma non ho avuto timore degli insulti, molti dei quali frutto di strumentalizzazioni e falsità, ma dovevo mettere in sicurezza la Federazione. Il mio è stato un atto di responsabilità istituzionale, e quindi un atto d’amore”.
Nei momenti di difficoltà lei ha avuto più amici o nemici nel calcio?
“Ho sempre avuto tantissime persone che mi sono state vicino, a cominciare da tutta la struttura federale, si è avvicinato anche chi ritenevo impensabile che lo facesse e sa perché? Perché la gente separa verità da falsità. E in questi momenti capisci chi ti stava accanto per affetto o per altre ragioni. Quando la barca affonda i primi a scappare sono i topi”.
C’è una scelta che rifarebbe più delle altre?
“Certo, e lo avverto in continuazione. Abbiamo dato in 8 anni un grande risalto ai rapporti umani, anche per il livello di coinvolgimento di tecnici federali e calciatori, cercando di far passare l’immagine di una grande famiglia. Questo emerge in tutte le sfumature”
Un errore di cui si è pentito?
“Dare fiducia a qualche persona che si è rivelata inaffidabile o ha strumentalizzato il rapporto di amicizia usando argomenti e informazioni per azzoppare questa ‘governance’”.
C’è poi un altro aspetto, perché in Italia si dimenticano presto le cose belle. Per esempio un Europeo vinto nel 2021 con un gruppo meraviglioso, dove lo spessore umano dei protagonisti forse ha pesato più della tecnica individuale.
“Ha ragione. L’amarezza nel non qualificarsi al Mondiale è altissima, perché è l’evento sportivo piu importante e non partecipare è un bel guaio. Però mettiamoci vicino la vittoria di un Europeo arrivata dopo 53 anni, questa è la dimostrazione che non è facile avere successi in questi tempi. Devo solo dire grazie a figure straordinarie, penso all’apporto di Vialli, al ct Mancini e al senso di aggregazione di De Rossi, ragazzi che si sono riscoperti testimoni e custodi dell’entusiasmo di una nazione. Capisco, la gente si dimentica, ma è stato un momento di grande esaltazione. E poi serve un pizzico di fortuna che nel 2021 ci ha accompagnato, ma questo non vuol dire disconoscere errori e carenze programmatiche. Quando sento parlare di fallimento credo che si dovrebbe analizzare la storia della nazionale maggiore con oggettività. Poi io sono il primo a essere amareggiato per la mancata qualificazione ai Mondiali”.
Il trionfo dell’Italia di Roberto Mancini agli Europei del 2020 (posticipati al 2021 per il Covid)
Torno ai giovani, meglio, alle basi. Un sistema con troppe mele marce, dai genitori invadenti ai venditori e ladri di sogni, falsi talent scout fino ai giocatori e allenatori sponsorizzati…
“Se ne parla poco, vero, ma quando noi avevamo informazioni di violazioni delle norme e dell’etica le abbiamo denunciate. E per quel che mi riguarda ho impugnato tante decisioni su sanzioni che non ritenevo congrue. Poi c’è il tema della cultura sportiva e che riguarda l’egocentrismo da parte dei genitori che in maniera esasperata vorrebbero investire sulle qualità del figlio e non sull’aspetto educativo”
Ci sono anche genitori che denunciano quelle scorciatoie che permettono di garantirsi un posto in squadra, della serie “pagare moneta e vedere campo”
“Esiste in Federazione il ‘safeguarding’, ogni giorno arriva di tutto ma la maggior parte delle denunce parlano di torti subiti durante le partite. E invece se tu genitore hai sentore di un’attività illegale è quello che devi denunciare. C’è la prassi di spacciatori di ragazzini, come li chiamo io, che spillano migliaia di euro per prometterti un campionato professionistico. E chi ci rimette? I giovani. Perché nell’ambito di quella squadra quando il ragazzo si siede in panchina e non ha qualità per emergere, viene ghettizzato e bullizzato. E i dati sul dropout giovanile sono allarmanti, tanti ragazzi smettono fra i 10 e i 16 anni”.
Gabriele Gravina con Gennaro Gattuso e Luigi Buffon: lo scatto nel giorno della presentazione dell’ex Milan come commissario tecnico
Presidente, lo so che la domanda brucia: quante partite ha visto del Mondiale?
“Non tutte ma lo sto seguendo, quelle di notte non ce la faccio. Sotto il profilo qualitativo non mi piace molto ma il torneo diventa interessante quando si passa all’eliminazione diretta. Sarà un altro spettacolo”.
Sia sincero: con tutti i limiti mostrati, ci stava l’Italia in questo Mondiale?
“Certo, e avrebbe fatto la sua bella figura. Il nostro girone ci consentiva di competere per la qualificazione, poi tutto poteva succedere”.
Una parola che si sente di dire al suo successore…
“Ci sono due candidati di altissimo spessore con storie straordinarie. Hanno qualità per mettere in sicurezza tutto, ma io devo fare gli auguri al calcio: abbiamo bisogno di fortuna e anche di meno tensioni”.
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