- Il 56% investe meno dello 0,5% del fatturato. Competenze e partnership con universitá e istituzioni sfide decisive
- Secondo un’indagine presentata alla prima edizione di AI.DEA – Forum di Varignana 7 imprese su dieci non fanno formazione sull’intelligenza artificiale e solo il 4% arriva a trasformare il proprio modello di business. Competenze e integrazione dei dati le sfide decisive per la competitività
Non basta introdurre applicazioni di intelligenza artificiale o moltiplicare i progetti sperimentali. Il vero indicatore di maturità è la capacità dell’AI di cambiare l’impresa: migliorare i processi, ridurre i costi, innovare prodotti e servizi e generare nuovi modelli di business. È quanto emerge dalla ricerca AI.DEA | L’adozione dell’Intelligenza Artificiale nelle PMI italiane, realizzata da Nomisma con il sostegno di UniCredit e presentata alla prima edizione di AI.DEA – Forum di Varignana a Bologna.
Lo studio combina una survey condotta su oltre 200 PMI italiane con 10-250 addetti, appartenenti alle filiere Machinery, Agrifood e Motor Valley, un’analisi di dati ufficiali e una consultazione qualitativa dei CEO di grandi gruppi industriali. Ne emerge un sistema produttivo aperto all’innovazione, ma ancora lontano da un utilizzo dell’intelligenza artificiale capace di incidere in modo strutturale sull’organizzazione e sulla competitività delle imprese.
Due PMI su tre non utilizzano l’AI in modo strutturato
Secondo il modello di stadiazione elaborato da Nomisma, il 45% delle PMI si ferma a un utilizzo informale dell’intelligenza artificiale, affidato prevalentemente all’iniziativa dei singoli dipendenti, mentre il 21% non ne fa ancora uso. Complessivamente, due imprese su tre non utilizzano l’AI in modo strutturato. Più che di resistenza, però, si tratta di attesa: il 45% di chi non ha ancora integrato l’intelligenza artificiale prevede di farlo entro due anni. Il 22% ha automatizzato singole attività, l’8% ha sviluppato processi AI-driven e appena il 4% la impiega per trasformare il proprio modello di business.
La chiave di lettura della ricerca è che tale modello proprietario non misura il grado di adozione dell’AI, ma la profondità del cambiamento organizzativo che essa genera: uno strumento di orientamento per le imprese, più che di valutazione.
Il quadro cambia tra le aziende che hanno superato la fase informale: il 78% ha avviato un processo per individuare nuovi ambiti di utilizzo, il 73% ha integrato, almeno parzialmente, l’AI con i sistemi aziendali e il 60% ne misura gli impatti o sta definendo indicatori specifici. Resta però il problema dell’integrazione digitale: il 43% delle Pmi utilizza sistemi che non dialogano tra loro e soltanto il 5% ha raggiunto una digitalizzazione completa e integrata.
Competenze, dove si gioca la partita dell’AI
La mancanza di competenze interne è indicata dal 50% delle Pmi come principale ostacolo all’adozione dell’intelligenza artificiale e il 57% individua proprio nel loro rafforzamento la leva più importante per accelerarne la diffusione. Eppure, ad oggi, sette aziende su dieci non hanno ancora attivato percorsi di formazione sull’AI e soltanto l’8% offre programmi avanzati e continuativi.
Sul fronte degli investimenti, il 56% delle PMI che utilizzano l’AI o prevedono di introdurla destina meno dello 0,5% del fatturato, mentre il 23% non prevede risorse specifiche. Senza benefici chiari, l’investimento non entra nemmeno tra le priorità aziendali: il 36% delle imprese non riconosce ancora un’utilità chiara dell’intelligenza artificiale per il proprio business. Ne deriva un margine di crescita ancora inespresso che business case solidi e risultati misurabili possono tradurre in investimenti.
AI, dall’uso individuale ai processi: le condizioni per il salto
Oggi l’intelligenza artificiale viene utilizzata soprattutto nel marketing e nella comunicazione (26%) e nell’analisi dei dati (22%), mentre resta marginale nelle attività operative. Le intenzioni per i prossimi due anni indicano tuttavia un possibile cambio di passo: le PMI prevedono di estenderne l’impiego all’analisi dei dati (77%), al monitoraggio delle performance e all’automazione dei processi interni (68%), alla logistica e supply chain (49%) e alla definizione dei prezzi (44%).
Per trasformare queste prospettive in risultati, Nomisma individua cinque priorità: rendere misurabili i benefici dell’AI, avviare progetti pilota con obiettivi definiti, integrare dati e sistemi aziendali, investire nella formazione di competenze capaci di unire tecnologia e conoscenza dei processi e costruire una governance chiara. Un percorso che richiede il coinvolgimento delle imprese, delle università, delle istituzioni, dei finanziatori e delle associazioni di categoria.
Bontempi (Nomisma): il rischio è restare indietro
“La ricerca ci restituisce l’immagine di una manifattura che non ha paura dell’intelligenza artificiale, ma che non ne ha ancora fatto una scelta strategica. Il punto non è moltiplicare le applicazioni, ma utilizzare l’AI per cambiare processi, organizzazione e modello di business. Occorre partire da progetti misurabili, integrare dati e sistemi, formare competenze capaci di unire mestiere e tecnologia e costruire una governance chiara”, dichiara Andrea Bontempi, Direttore Generale di Nomisma.
“Le aziende che sapranno integrare tecnologia, competenze e organizzazione costruiranno un vantaggio competitivo difficilmente recuperabile. Quelle che resteranno in attesa rischiano invece di perdere terreno: l’intelligenza artificiale richiede un’accumulazione di dati, competenze ed esperienze che non si costruisce dall’oggi al domani. Serve una rotta comune tra imprese, università, istituzioni, finanziatori e associazioni, perché l’AI diventi un nuovo motore della produttività italiana”.
“Questa trasformazione deve però procedere su due binari paralleli. Il primo è la competitività delle imprese: aumentare la produttività, innovare e redistribuire il valore generato. Il secondo è la centralità della persona: garantire regole chiare, accessibilità dell’innovazione, formazione e coinvolgimento dei lavoratori. Se uno dei due binari resta indietro, la trasformazione perde equilibrio. Se avanzano insieme, l’intelligenza artificiale può produrre valore economico e progresso sociale”, conclude Bontempi.
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