Bari – Le interlocuzioni con Palazzo Chigi sono aperte, ma i nodi sono tutti lì. È per questo che Antonio Decaro ha incontrato i sindacati sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. In mezzo, la cessione del siderurgico, la presenza dello Stato all’interno e la crisi possibile di liquidità.
All’incontro hanno partecipato Eugenio Di Sciascio, assessore regionale allo sviluppo economico, Leo Caroli, presidente della task force regionale per l’occupazione, e le delegazioni sindacali di Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm, Usb, oltre ai rappresentanti della Cgil Taranto e della Cgil Puglia.
Decaro: “Serve una soluzione urgente”
Al termine del confronto, Decaro ha ribadito la necessità di una nuova prospettiva industriale per il sito siderurgico tarantino. “Abbiamo ascoltato le istanze dei sindacati e condiviso la necessità di una nuova azienda siderurgica che proceda con la decarbonizzazione, la necessità di una presenza dello Stato e, contemporaneamente, la necessità di una reindustrializzazione di Taranto, un’area particolarmente fragile in questo momento”, ha dichiarato il governatore.
Decaro ha spiegato che il prossimo passaggio dovrà avvenire a livello nazionale, attraverso una convocazione da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. “La questione è nelle competenze della Presidenza del Consiglio e siamo in costante interlocuzione sia con il Ministero sia con Palazzo Chigi”.
L’allarme di Cgil e Fiom
L’incontro era stato richiesto dalle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici e dai rappresentanti della Cgil, che hanno posto al centro del confronto il tema dell’urgenza.
Per Cgil Puglia, Cgil Taranto e Fiom Taranto le risorse economiche attualmente messe a disposizione dal Governo rappresentano una risposta insufficiente rispetto alle necessità dello stabilimento.
Secondo i sindacati, i fondi annunciati dal ministro Adolfo Urso, sia nella fase attuale sia in quella precedente legata al cosiddetto “Piano Corto”, non sarebbero adeguati ad affrontare questioni decisive come la sicurezza degli impianti, le manutenzioni e il percorso di transizione economica, ambientale e sociale.
I rappresentanti sindacali hanno inoltre evidenziato il rischio che, in assenza di una soluzione concreta e credibile, la fabbrica possa arrivare a fermarsi definitivamente.
La Cgil ha richiamato l’attenzione anche sulla limitata ricaduta territoriale delle risorse del Just Transition Fund e sul progressivo disimpegno di alcune grandi realtà industriali dal territorio ionico. Al tempo stesso ha ribadito l’impegno condiviso con Cisl e Uil nel rilancio della vertenza Taranto attraverso la piattaforma “Taranto è Italia”, documento che individua criticità e possibili percorsi di rilancio per il territorio.
Francesco Brigati, Giovanni D’Arcangelo e Gigia Bucci hanno sottolineato la necessità di mettere in campo strumenti straordinari per arginare il rischio di una nuova emergenza sociale, chiedendo misure di sostegno alle famiglie e l’estensione dei benefici legati all’esposizione all’amianto.
Fiom: “Tre mesi per evitare il disastro”
Tra le voci più preoccupate emerse al termine dell’incontro c’è quella della Fiom Cgil Taranto. Il segretario generale Francesco Brigati ha parlato di una situazione ormai arrivata a un punto critico. “Non abbiamo più tempo”, ha dichiarato spiegando che il presidente Decaro si è impegnato a rappresentare le richieste dei lavoratori a Palazzo Chigi.
Brigati ha inoltre richiamato l’attenzione sulle difficoltà economiche dell’azienda. Secondo quanto riferito dai commissari straordinari, le perdite ammonterebbero a circa 40-50 milioni di euro al mese. In assenza di una conclusione della procedura di vendita internazionale entro settembre o ottobre, il rischio sarebbe quello di un vero e proprio disastro sociale con la chiusura dello stabilimento.
Fim Cisl: “Riaprire subito il tavolo a Roma”
Anche la Fim Cisl Taranto Brindisi chiede un’accelerazione. Per il segretario generale Biagio Prisciano è indispensabile riaprire il confronto interistituzionale a Palazzo Chigi. Secondo il sindacalista, la vertenza si trova in una fase di stallo e richiede il coinvolgimento diretto di tutte le istituzioni per individuare strumenti straordinari a sostegno dei lavoratori e per garantire una prospettiva industriale certa. “Bisogna dare certezza a un futuro che appare sempre più incerto”, ha affermato Prisciano, evidenziando come senza un piano chiaro vengano meno le condizioni per assicurare continuità produttiva, ambientale e sociale.
Uilm: “Lo stabilimento rischia di spegnersi”
Preoccupazione analoga è stata espressa dalla Uilm Taranto. Vito Pastore ha ribadito che il tempo a disposizione si sta rapidamente esaurendo. “A noi interessa il destino dei lavoratori. Bisogna fare in fretta perché lo stabilimento ex Ilva di Taranto fra qualche mese si spegne da solo”, ha dichiarato. Per la Uilm è ormai necessario ricorrere anche a strumenti straordinari e a un intervento pubblico diretto per salvaguardare occupazione e produzione. Pastore ha ricordato come in quattordici anni di crisi si siano susseguite promesse e annunci senza risultati concreti per il territorio.
Usb: “Serve la nazionalizzazione”
Più netta la posizione dell’Usb. Francesco Rizzo ha chiesto apertamente la nazionalizzazione dell’ex Ilva, ritenendo ormai superata la stagione delle procedure di vendita. “La situazione impone un’assunzione di responsabilità da parte della politica”, ha affermato il dirigente sindacale, sottolineando la necessità di tutelare le migliaia di lavoratori coinvolti e le loro famiglie. Secondo Usb, la riconversione industriale e ambientale dello stabilimento deve procedere senza ridurre i livelli occupazionali, garantendo prospettive concrete a una città che continua a fare i conti con una profonda crisi economica e sociale.
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