Micol Lanzidei, avvocato, torna a sedersi sulla poltrona dell’assessorato alla cultura di Fermo. Un ruolo importante, specie per questa città. Le è stata inoltre assegnata la delega ai rapporti con il territorio.
Come si muoverà nei prossimi tempi? Glielo abbiamo chiesto, in questa chiacchierata che affronta anche altri problemi.
Lo slogan di Scarfini è stato: continuità e innovazione. Che cosa lei continuerà e cosa innoverà?
La continuità fa riferimento al percorso che in questi anni ha dato risultati importanti e che è frutto di un metodo di lavoro e di una visione. Di certo, continueremo ad investire nella valorizzazione del patrimonio culturale fermano, nel sistema museale cittadino, nelle grandi mostre, nel teatro e negli eventi capaci di attrarre visitatori e generare ricadute positive per il territorio. I numeri registrati dai musei e dalle esposizioni, con una crescita costante delle presenze che hanno superato quota 50 mila sia nel 2024 che nel 2025, dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta. Ma i musei sono solo uno degli esempi possibili perché lo stesso tipo di investimento è stato fatto nel teatro, negli eventi, nella biblioteca… senza tralasciare il patrimonio immateriale.
L’innovazione, accompagnata dall’innovazione, sarà invece il passo successivo. Vogliamo rafforzare ulteriormente la digitalizzazione dei servizi culturali e dei musei, sviluppare nuovi strumenti di accessibilità e nuovi contenuti multimediali, coinvolgere sempre di più i giovani attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea e della creatività urbana e consolidare il dialogo tra cultura, formazione, impresa culturale e sviluppo economico.
L’obiettivo è una Fermo che continui a custodire e valorizzare la propria identità storica, ma che sappia anche essere una città aperta alla contemporaneità, capace di attrarre nuovi pubblici e di fare della cultura un motore di crescita e di qualità della vita
C’è chi dice che la programmazione teatrale con Amat sia poco distintiva per la città. Cosa mi risponde?
Credo sia utile chiarire un aspetto: la stagione di prosa non è un prodotto che viene semplicemente “consegnato” da AMAT al Comune. Fermo partecipa attivamente alla costruzione della programmazione e, io stessa, seguo e condivido direttamente le scelte culturali che riguardano il nostro teatro.
Detto questo, ridurre l’identità del Teatro dell’Aquila alla sola stagione di prosa in abbonamento rischia di essere una lettura parziale. Un teatro non vive soltanto nei cartelloni, ma nella sua capacità di essere uno spazio aperto, vissuto e attraversato dalla comunità. Negli ultimi anni abbiamo lavorato proprio in questa direzione, tanto che il Teatro dell’Aquila è stato aperto e attivo per circa 200 giorni all’anno, ospitando prosa, musica, danza, incontri, produzioni, eventi, attività formative e iniziative di natura molto diversa.
Quanto all’idea di una programmazione “non distintiva”, credo che oggi la vera distintività non consista nell’inseguire l’eccezione per pochi, ma nel costruire una proposta culturale di qualità capace di parlare a pubblici differenti. Una comunità è fatta di sensibilità, gusti, età e aspettative diverse e un teatro pubblico ha il dovere di rappresentare questa pluralità. Più un teatro riesce a essere inclusivo senza rinunciare alla qualità, più assolve alla sua funzione culturale.
E i numeri, da questo punto di vista, sono un indicatore importante. L’aumento delle presenze, la partecipazione alle stagioni, il successo delle iniziative e la crescente frequentazione del Teatro dell’Aquila ci dicono che questa impostazione funziona. Naturalmente si può e si deve sempre migliorare, ma credo che il compito di un assessore alla cultura non sia costruire un’offerta che rispecchi il gusto di pochi, bensì creare le condizioni perché il maggior numero possibile di cittadini possa riconoscere il teatro come un luogo proprio.
Come cresce culturalmente la città?
Una città cresce culturalmente quando la cultura smette di essere un settore e diventa un ecosistema.
Trovo che sia riduttivo misurare la vitalità culturale di una comunità contando gli eventi. Gli eventi sono importanti, ma da soli non bastano. Una città cresce culturalmente quando aumenta il numero delle persone che partecipano, quando si amplia il pubblico, quando un ragazzo entra per la prima volta in un museo o a teatro e decide di tornarci, quando un’associazione trova spazio per esprimersi, quando il patrimonio storico non è soltanto qualcosa da mostrare ai visitatori, ma diventa parte della consapevolezza collettiva dei cittadini.
D’altronde sono fermamente convinta che la cultura produca cittadinanza. È lo strumento attraverso cui una comunità impara a leggere se stessa, a comprendere il proprio passato e a immaginare il proprio futuro. Per questo considero un indicatore di crescita culturale non solo il numero dei biglietti venduti, ma anche la capacità di creare relazioni, occasioni di confronto, senso di appartenenza e apertura verso il mondo.
E secondo me in questi anni Fermo è cresciuta proprio perché ha saputo mettere in dialogo la sua straordinaria identità storica con linguaggi contemporanei, perché ha investito nei musei, nelle mostre, nel teatro, nella musica, ma anche perché è stata capace di costruire una rete culturale fatta di istituzioni, associazioni, scuole, artisti e cittadini. E il risultato è la percezione della Cultura come frutto del lavoro di una comunità che ne riconosce il valore come bene comune appunto.
Come ci si trova, lei donna di sinistra, in una giunta e in una maggioranza civica fuori destrorsa dentro?
Mi trovo bene perché ho sempre concepito la politica come uno strumento per risolvere problemi e costruire opportunità per la comunità, non come un esercizio identitario. La mia storia personale e culturale è nota e non l’ho mai nascosta, ma quando si amministra una città il punto di riferimento non è l’appartenenza ideologica bensì i bisogni dei cittadini.
Una lista civica ha valore proprio quando riesce a mettere insieme sensibilità diverse attorno a un progetto condiviso. In questi anni ho lavorato con persone che hanno percorsi e culture politiche differenti dalla mia, ma abbiamo trovato sintesi su obiettivi concreti: valorizzare la cultura, sostenere le associazioni, investire sulla qualità della vita e sulla crescita della città.
Credo che oggi i cittadini ci chiedano meno etichette e più risultati. Questo non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma avere la maturità di confrontarle con quelle degli altri e trasformarle in scelte amministrative efficaci. La cultura, in particolare, mi ha insegnato che il dialogo tra idee diverse non è una debolezza ma una ricchezza. E penso che la buona politica debba saper fare esattamente questo.
La Provincia è zoppa. Fermo dovrebbe sempre più aprirsi al territorio. Come la cultura può aiutare?
Non credo che Fermo sia zoppa. Credo piuttosto che Fermo abbia una responsabilità: quella di essere il capoluogo di una provincia ricca di potenziale che non può permettersi logiche di centralismo.
La cultura può aiutare proprio perché è forse l’unico ambito nel quale la leadership non si esercita concentrando, ma condividendo in modo da generare valore intorno.
Per questo dovremmo lavorare sempre di più affinché Fermo diventi non solo un contenitore culturale, ma un motore vero e proprio capace di mettere in movimento e superare i confini.
Così facendo vedo allora una Fermo sempre più capace di dialogare con i comuni della provincia per costruire una comunità territoriale più forte.
Anche per questo ho accolto con entusiasmo la nuova delega al territorio con l’intenzione proprio di puntare sulla cultura per creare legami. Sia verso l’esterno che verso l’interno perché un’altra bella sfida è quella di accorciare le distanze tra centro e periferia.
Se la cultura ha una funzione politica, nel senso più alto del termine, è proprio questa e cioè trasformare la vicinanza geografica in appartenenza condivisa. E quando questo accade, una provincia non è più la somma dei suoi comuni. Diventa una comunità.
Mercoledì, 17 giugno 2026
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