Levi ad Aliano, terza parte


Di fronte a un simile disastro l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia – una delle istituzioni di cui il regime più si vanta – non provvede neppure alla distribuzione di medicinali di base come le limonee peptiche, i fermenti lattici, l’acido cloridrico e lattico. Dovrebbero farlo i comuni, ma non hanno mezzi. Ad Aliano, scrive il podestà, “ la sua azione [dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, ndr]si è ridotta all’opera quotidiana che i patroni con consigli rivolgono alle mamme” |46|.

Dopo la seconda riconferma nella carica il podestà di Aliano inaugura una nuova stagione di attivismo. Lo fa da signorotto feudale, cioè imponendo di fatto ai più umili e indifesi dei suoi amministrati corvée per l’esecuzione di lavori che dovrebbero essere a carico dell’amministrazione. Nel gennaio del 1935 scrive al prefetto: “I temporali di giorni fa avevano reso del tutto impraticabile la strada Aliano Alianello: duecento o poco più cittadini, in seguito al mio invito, offrirono la loro gratuita opera eliminando gli inconvenienti più importanti”. E nel maggio del 1937: “Ammirabilmente unito, con uno sforzo eccezionale, questo popolo, con prestazione d’opera gratuita e sottoscrizione volontaria si costruisce il campanile che le frane avevano fatto crollare. […] Nello stesso sarà collocato un orologio pubblico (non esiste in questo paese) ed una sirena” |47|. Scandito da più di venti metri d’altezza, quello che in passato era tempo della Chiesa diventerà tempo dello Stato. L’ex istitutore del Convitto Mussolini contribuisce così ad associare la religione al progetto totalitario del regime |48|. Alla stessa data, con foglio a parte, fa sapere che si sta costruendo un muro di cinta al cimitero. Altri interventi realizzati, con lavoro più o meno volontario, riguardano l’adattamento di uno spiazzo a campo sportivo e la sistemazione di strade vicinali.

Di fronte a tanto attivismo il prefetto non può che congratularsi riservandosi,ad opera compiuta, di encomiare personalmente lui e la cittadinanza che dà una così “magnifica prova di comprensione di quello che il fascismo ricostruttore domanda ed ottiene dallo sforzo degli umili.” Nello stesso tempo, considerata la frequenza degli incidenti, lo invita a chiedere l’intervento del genio civile per la direzione tecnica dei lavori e a “tenere presente le disposizioni di legge riguardanti le assicurazioni contro gli infortuni”. Di questa comunicazione il ricevente sembra cogliere solo le parole di plauso. Il giorno dopo chiede al prefetto, che ha scritto che la sua opera sarebbe da portare ad esempio alle tante amministrazioni “neghittose ed incuranti” della provincia, se è possibile darne notizia ai giornali locali |49|.

Siamo così giunti all’apice della carriera del più giovane e fascista podestà del Materano.

A incrinarla è un banale incidente. Abituato ad avere nel brigadiere che c’era fino a pochi mesi prima “il suo braccio secolare, il partecipe necessario e inseparabile della sua potenza”, una sera vedendo che un gruppo di “monelli” sta importunan-do un suo zio, un anziano alcolizzato e attaccabrighe, e non avendo evidente-mente l’autorevolezza per risolvere la questione da solo, ordina a un carabiniere di passaggio di prenderli tutti a calci in culo. Intanto l’alterco fra i ragazzini e il vecchio è cessato e il carabiniere risponde di non avere motivo per intervenire. Più infuriato che mai Don Luigino, a voce sempre più alta, torna ad intimargli di obbedire e di fronte alle sue obiezioni dice: ”Non mi conosci che sono il pode-stà? Ti rifiuti?”. Poi rivolgendosi ai presenti li chiama a testimoni dell’accaduto, mentre il militare lo invita a rivolgersi al suo comandante.

Non lo farà poiché sa bene che nella stazione dei carabinieri di Aliano la musi-ca è cambiata. Già indebolito dalla partenza per l’Africa del cognato segretario politico, la sua posizione si fa, negli ultimi mesi del confino di Levi, problematica con l’arrivo di un nuovo brigadiere, giovanissimo, ma “pieno di idealismo e di di-sinteresse, si sentiva davvero il protettore della vedova e dell’orfano, e non tardò ad accorgersi di essere capitato in una miserabile tana di lupi e di volpi” |50|. Quando si ha l’incidente cui si è prima accennato, c’è stato un ulteriore cambio e al comando di stazione c’è un graduato originario della vicina Tursi. Per Ga-rambone questi sarebbe uno “strumento della volontà degli amici di famiglia” di Aliano per perseguitare gli onesti. E ossessionato dall’idea che si sia unito ai suoi nemici, scrive:

Tale fatto dimostra come i Carabinieri abbiano ricevuto ordine di non tenere in considerazione il Podestà.

Tale fatto dimostra inne che si continua a tramare dei piani nei miei riguardi che potrebbero essere dei piani di provocazione per compromettermi, non potendomi attaccare sotto ogni altro riguardo.

Per la mia dignità, per la qualità di ufciale della Milizia, per le cariche che ricopro mi attendo un pronto intervento da parte di V. E. atto ad eliminare questo stato di cose creato dal locale comandante della stazione dei carabinieri che ha creduto e crede, unendosi ai miei nemici e facendomi offendere dai suoi dipendenti, di lottarmi ed umiliarmi.

Ancora una volta minaccia di dimettersi se non avrà soddisfazione |51|. Vari giorni dopo i carabinieri danno la propria versione dei fatti e, a loro volta, chie-dono provvedimenti precisando che un podestà può fare richieste, ma non dare ordini ai militi. Con l’occasione fanno rilevare che “il Podestà è irascibile e mane-sco, spesso si altera nei fumi del vino” e maltratta chiunque gli stia vicino |52|

Nota: non sono riuscito a mettere le note relative a questa ultima parte. Me ne scuso. Chi voglia leggere l’articolo integralmente e senza i pasticci verificatisi nel passaggio da un formato all’altro, può trovarlo su  https://consiglio.basilicata.it/archivio-news/files/docs/32/36/05/DOCUMENT_FILE_323605.pdf

 

 

 

 

 

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L’arciprete di Aliano

 

 

 

 

 

 

 

stesso tempo, ritenendo incolmabile il dissidio apertosi, pur sotto l’apparenza della cordialità di rapporti, prevede che ciò porterà i due a controllarsi e spiarsi nel tentativo di scalzarsi a vicenda.

Propone quindi di aspettare che le acque si calmino e di trasferire poi il militare. Per il funzionario prefettizio inquirente infatti Garambone è stato e rimane un buon podestà. E poco conta che sia osteggiato dall’esattore, dall’arciprete e dal vecchio medico Scardaccione. A suo dire l’esattore che rimprovera al podestà di essere un ras e un beone manesco anche verso i famigliari ha poco da parlare dal momento che è lui stesso un buon bicchiere: anzi “è notorio che non c’è alcuno che beva più dell’accusatore B., che da sé si giustifica dicendo essere un alpino e quindi bevitore senza sosta e misura”. Quanto all’arciprete sarebbe un ingrato che mal ricambia l’aiuto ricevuto nella costruzione, lasciata a metà, del campanile. Il dottor Scardaccione infine ce l’ha con il podestà solo perché non ha permesso l’acquisto immediato e integrale per conto del Comune dei medicinali della farmacia del defunto fratello.

Stando così le cose, della già irrisoria cifra (cinquecento lire) stanziata in bilancio per l’acquisto di medicinali ai poveri, si spende annualmente meno della metà poiché l’altro medico e il nipote podestà non rilasciano e vidimano volentieri le prescritte ricette. Insomma, sono i poveri le vittime della guerra fra i due medi-caciucci ed è anche per questo che le figlie del farmacista non finiscono mai la scorta di medicinali lasciata dal defunto padre |53|.

Quanto al cumulo delle cariche da parte del podestà, si tratta, a dire del rela-tore, di un merito per l’accusato. Perché gridare allo scandalo per il fatto che sia anche direttore della sezione del Banco di Napoli dal momento che è stato il solo a versare la richiesta cauzione? E analoga situazione si è verificata per la carica podestarile: non c’era nessuno che potesse sostituirlo. Forse quando tor-nerà dall’Africa il centurione Guarini si potrà pensare a un cambio della guardia, anche se gli avversari diranno che si rimarrà in famiglia in quanto questi è suo cognato. Non accadrà neppure questo poiché, nel febbraio del 1939, Garambone è riconfermato podestà per un altro quadriennio |54|.

Eppure fra i suoi critici c’è anche il questore di Matera per il quale la mancanza di attriti fra chi riveste cariche pubbliche nel fascismo di Aliano è dovuta solo al fatto che a detenerle sono persone della stessa famiglia. Da parte della popola-zione si lamentano, invece, abusi e irregolarità del podestà che, padrone assoluto della situazione, agisce fuori da ogni controllo. Tanto da imporre ai cittadini per il censimento del 1937 tre lire di sovrattassa dal cui pagamento ha esonerato però amici e parenti. E da farsi compilare un mandato di 1200 lire, per una falsa for-nitura di lampadine, che poi incasserà la sorella Cristina, ispettrice dei fasci fem-minili e moglie del segretario politico |55|. Discutibile appare al questore anche il criterio d’assegnazione delle case popolari costruite dopo la frana del Rione Plebiscito: cinque sono andate agli sfollati, una alla levatrice e due ad amici |56|. E il suo impegno come maestro lascia molto a desiderare: arriva a scuola sempre in ritardo e spesso neppure ci va. Né diversamente agisce il cognato segretario del fascio e l’altro maestro. Nel dicembre del 1939, informati dell’arrivo di un ispettore, raggiungono il posto di lavoro verso le 11. Un mese dopo l’andazzo non è mutato e il provveditore preannuncia altre ispezioni |57|.

Altre pesanti accuse riguardano i criteri di distribuzione delle sovvenzioni gover-native per la Giornata della Madre e del Fanciullo |58|. Il podestà dopo aver pro-palato la notizia che il Duce ha disposto l’assegnazione di centoventi lire a ogni famiglia bisognosa, ad una con sei bambini piccoli dà soltanto un po’ di pasta e un chilo di carne mentre a un’altra che, con otto figli, vive nella più squallida miseria, arrivano solo cinquanta lire.

Fra complessi di persecuzione e deliri di onnipotenza, Garambone trasforma la casa del fascio in “un vero ufficio d’inquisizione” dove chiunque sia andato a reclamare dai carabinieri è interrogato e, se necessario, costretto a firmare un foglio in bianco e arriva a dichiarare “ che a Roma comanda il Duce ed in Aliano lui” |59|.

Oltre al monopolio delle cariche pubbliche, il duce di Aliano ha affari privati d’interesse pubblico. È, infatti, socio finanziatore di un mulino a palmento che gli frutta la metà dei guadagni ricavati dal mugnaio. Tutto sembra andare bene fino a quando nell’impresa non entra un terzo socio, suo parente, che ne rileva una quota e controlla che il gestore non li imbrogli. Intanto l’impianto perde ef-ficienza e il mugnaio propone ai soci di rinnovare il macchinario, ma questi non se ne danno per inteso e, anzi, lo citano in giudizio per mancato pagamento del canone. Questi a sua volta si rivolge al tribunale chiedendo lo scioglimento della società per inadempienze.

In attesa del giudizio il podestà, approfittando di un’assenza del gestore, va al mulino scortato dalla guardia comunale e dichiara che è da chiudere per motivi igienici e ne esige la consegna. La moglie del mugnaio deve cedere all’intimazione, ma qualche giorno dopo l’impianto è rimesso in funzione.

Il mugnaio ne rientrerà in possesso denunziando per abuso di autorità e violenza privata il podestà. Questi prova allora a liberarsene mandando un suo cugino a

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un duce per paese

provocarlo nel ircolo che durante la lite il m

è andato volontario in Africa e lo propone per il confino |60|. Vari testimoni però lo smentiscono; d’altronde, il mugnaio è un vecchio fascista e per il questore “il Garambone per ragioni economiche ed abusando della sua carica, non evitò di colpire l’industriale G.” |61|.

La vicenda avrà pesanti ricadute sulla popolazione poiché a novembre arriva la sentenza di scioglimento della società ed il mulino é chiuso. Per macinare bisogna andare a Santarcangelo o a Stigliano |62|. Si organizza un servizio di trasporto, ma il costo – dieci lire al quintale – è insostenibile per i più; qualcuno si arrangia con l’asino o il mulo, i più poveri si caricano di piccoli quantitativi e vanno a piedi. Cinquanta kilometri fra andata e ritorno.

Eppure ad Aliano ci sono adesso due mulini. Il vecchio però non può funzionare perché i consegnatari – Garambone e socio – non hanno la licenza, quello nuo-vo – impiantato dal mugnaio – neppure perché è sprovvisto dell’autorizzazione comunale. Un’autorizzazione che il podestà è ben deciso a non dare. Al questore non rimane allora che prendere atto che la questione:

è stata articiosamente fatta sorgere da quel Podestà il quale, per far trionfare i bassi scopi personali che lo hanno sempre animato ed animano, anche in questio-ni d’interesse pubblico, e di dare pieno sfogo al suo carattere prepotente e al suo spirito fazioso, non è alieno dall’infliggere ai suoi amministrati danni e sopraffa-zioni di ogni genere […]

La popolazione tace perché intimorita. In Aliano tutte le principali cariche pubbli-che [] sono afdate a un gruppo di persone fra loro parenti e tutte sono daccordo e animate dallo stesso spirito fazioso che si riscontra nel podestà.

 

Non è però affatto improbabile che la popolazione stessa, ove non sia risolta la questione della molitura del grano, finisca con il trascendere a qualche forma concreta di reazione e violenza |63|.

Si è già accennato a più favorevoli giudizi sul podestà di Aliano. Nel complesso sembra di poter dire che la sua vicenda evidenzia con chiarezza le dinamiche a un sistema viziato, come nella deprecata età liberale, da interne lotte di potere. “Abbiamo anche noi dell’influenza in prefettura” dichiara nel Cristo Donna Ca-terina |64|. Non si tratta di una millanteria. Per Guido Tamburro, per un quindi-cennio capo gabinetto ed eminenza grigia dei vari prefetti che si susseguono a Matera, il podestà Garambone è “un uomo molto attivo, che spende la sua opera a favore dell’amministrazione comunale ed è ben visto dalla popolazione che a lui si rivolge anche per questioni private. É pieno di iniziative e dà affidamento che potrà continuare a ben fare per la cosa pubblica.” Ciò che in contrario di lui si dice sarebbe, invece, dovuto solo all’ostilità del locale comandante dei cara-binieri che “vorrebbe ingerirsi nella pubblica amministrazione e dare l’impres-sione nel pubblico che tutto dipende da lui. Non permettendo il Podestà alcuna ingerenza nelle sue funzioni, non è tollerato dal Comandante la Stazione CC.RR che non lascia occasione per mettere in cattiva luce presso le autorità superiori il Garambone segnalando continuamente fatti e circostanze e non sempre in buona fede” |65|.

Ciò che il dottor Tamburro, che sarà poi prefetto di Matera nel primo dopoguer-ra, non dice è che le segnalazioni del brigadiere di Aliano sono sottoscritte dal maggiore del Comando Gruppo e dal questore.

Ad ogni modo Don Luigino resterà al suo posto. Tanto più che altre inchieste sca-ricano ogni pecca della sua amministrazione sul segretario comunale. Per Levi il segretario è un brav’uomo; per la prefettura un incapace che vegeta fra pratiche inevase e carte d’archivio in completa confusione, “un sonnambulo che richiesto non sa giustificarsi o si giustifica male e appare stordito, sfinito, abulico”. Un lau-reato di guerra che, non sapendo far nulla si era messo a fare il segretario e, pur osservando l’orario di ufficio, lo passava a pensare al suo oliveto. Fra gli addebiti a suo carico c’è l’omessa segnalazione alla prefettura dei parti gemellari che ha comportato per le famiglie la perdita del premio di seicento lire e la mancata applicazione della sovrimposta chiesta dalla Cassa Depositi e Prestiti per erogare al comune i contributi per la costruzione dell’edificio scolastico. Per rancori per-sonali non ha inoltre corrisposto al gestore del servizio automobilistico – l’ame-ricano di Levi – l’aumento di sussidio a compenso del rincaro della benzina. Non ha infine assicurato gli operai che prestano lavoro volontario |66|.

Il suo successore appena arrivato segnalerà che il servizio contabilità è un disastro, non esiste né un libro mastro né quello dei mandati, e in archivio c’è un tale caos che non è possibile trovare nulla |67|. Non s’era accorto di nulla in dieci anni il podestà cui toccava sorvegliarne l’opera?

Questa la situazione amministrativa. Le condizioni dell’assistenza sanitaria non erano migliori. Ad Aliano c’era un disperato bisogno di medici e per questo Levi fu accolto da contadini ed autorità nel modo che sappiamo. Ad essere accolto così, ancora prima che lo si conoscesse, non fu il confinato, ma il medico.

Lui fece del suo meglio per onorare la cieca fiducia che gli era stata data e dopo la sua partenza la situazione peggiora ulteriormente.

Infatti, nel giugno del 1938, il solerte brigadiere segnala che il medico condotto e ufficiale sanitario Mele è partito e non si sa se e quando tornerà, ma il nipote odestà non ha fatto nessun passo per sostituirlo. Quanto ai medicinali “esiste un armadio farmaceutico soltanto di nome” poiché in caso di necessità bisogna andare a Stigliano |68|. Tempo dopo il medico provinciale comunica che si sta cercando un medico per Aliano, intanto il dottor Scardaccione farà da medico condotto |69|.

Un anno dopo va via anche la levatrice che ha sposato un confinato serbo-croato e, a liberazione avvenuta, lo segue. Medico condotto, ufficiale sanitario e farmacia continuano a mancare e la popolazione mormora: “le tasse si pagano, ma i benefici non si hanno” |70|. Il fatto è che medici e ostetriche rifiutano quella sede cosi disagiata |71|.

A maggio, con il risveglio delle febbri malariche, aumentano i bisogni e l’insof-ferenza della popolazione; saranno i carabinieri a dare voce alle sue proteste. Da giugno, per un giorno alla settimana, arriva un medico di Santarcangelo, ma la sua opera non basta e i parenti degli ammalati continuano a protestare e rifiuta-no l’assistenza del vecchio dottor Mele che intanto è tornato |72|.

E Aliano fa paura anche a un confinato palermitano, pregiudicato per borseggi e rapine:

io non posso stari in questo paisi causa della mia salute che qui non ci sono menzi per curarmi perché il Paesi e piccolo che fa di abbitanti 1300, quindi considera come soffro io che non mi posso fare inizioni e ne meno posso fare qui altra cura, ma mi anno fatto visitare e il medico a riconosciuto che sono a malato e mi a proposto per un altro Paesi dove mi ponno dare aiuto, ma non si sa quando sarà questo cambiamento di Paesi.

Più dell’isola di Favignana da cui è stato trasferito:

a me il paese non mi va che mi sento morto ma mi devo rassegnare ogni volere, ora tu puoi credere 13 giorni di viaggio, fermare ogni carcere finche potte arrivare in questo bello Paesi che mi sembra un Cimitero, quello che ci vasi, che era buono assistemato per venire mia moglie e mia figlia, e mi anno cabbiato e non puoi credere quale dolore ho provato, ma tutto deve finire di io soffrire. […] qui danno i stanzi con tutto com preto e vogliono per me e la famiglia più da 100 lire al mesi, ai capito ora come sono situato io che all’isola aveva tutto comprato e non mi mancava più niente, la mi faceva la cura, qui non essiste, come mi sempra niente, per io fare la cura giusta ai capito? |73|.

Per il funzionario prefettizio incaricato della consueta inchiesta, le cose non vanno invece così male: “l’assistenza medica non manca completamente come si vorrebbe far credere”. E quanto a un nuovo medico condotto c’è solo da aspet-tare che la federazione riveda la posizione di un dottore cui è stata ritirata la tessera per beghismo |74|.

A fine anno la strada per Stigliano diventa impraticabile per il cattivo tempo e la popolazione non ha più farina, ma i mulini di Aliano restano chiusi. Continua a mancare il medico, ma arriva una nuova levatrice e un nuovo segretario e si mormora i due se la intendano. L’assistenza alle partorienti migliorerà l’anno dopo grazie a un’ostetrica modenese confinata per pratiche abortive |75|.

Nel clan Garambone si spettegola invece sul parroco succeduto a Don Trajella. I fedeli, scandalizzati dal rapporto che avrebbe con la perpetua, non vanno più in chiesa. Sarebbe, inoltre, avaro e fomentatore di discordie.

A dare ufficialità a queste voci è un rapporto del comando della Milizia puntualmente smentito dei carabinieri: “il parroco non è avaro, ma è economico”; non fomenta discordie, ma agisce da paciere e non è provato che abbia relazioni illecite |76|; Anche Levi che lo conosce negli ultimi giorni del suo soggiorno ne parla come di un uomo che sa vivere e attribuisce alle male lingue le voci sulla sua moralità |77|.

 

Dopo il 25 luglio 1943 spariscono i fascisti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per l’arma chi continua a dare scandalo è, invece, il podestà che, abusando della carica, concede i locali dell’asilo per feste nuziali di amici e parenti e permette che vi partecipi anche un confinato comune che gli fa da scritturale |78|. Malgrado ogni accusa, grazie agli appoggi della prefettura, Don Luigino mantie-ne la posizione.

Naturalmente non farà la guerra e nel novembre del 1942, battendo un record di longevità nella carica, è riconfermato podestà dal prefetto che aveva già avuto occasione di referenziarlo presso il Banco di Napoli dove aspira a impiegarsi |79|.

Il 23 agosto del 1943, a una ventina di giorni dall’arrivo degli anglo-americani, molti podestà si dimettono mentre i più compromessi si nascondono in attesa che la situazione si chiarisca. Per lo più cercano di farsi dimenticare, ma non Garambone che è convinto di non aver nulla da temere. Non a torto: in una nota dei carabinieri si legge che sarebbe ben visto dalla popolazione in quanto “non è mai stato un fervente fascista” e si chiede di mantenerlo in carica. La proposta è accolta.

Sarà la stessa fonte a riferire che il podestà di Aliano, esaltato dall’appello radio-fonico degli occupanti tedeschi del 9 settembre a sostegno di un nuovo governo fascista, è corso sul balcone urlando “Pianteremo la forca a quei vigliacchi traditori” accompagnato dal coro “Duce! Duce! Anche noi ci arruoleremo volontari!” di alcuni studenti che si trovano con lui.

Denunziato per disfattismo e diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubbli-co, il 3 ottobre Don Luigino è incarcerato. Non vi resterà a lungo|80|.

 

 

 

 

 

 

 


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 Cristoforo Magistro

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