Una vita appesa a poche ore: la storia di Eirini
A vent’anni si immagina il domani: esami, viaggi, progetti. Non che il fegato possa smettere all’improvviso di funzionare. Eppure è ciò che è accaduto a Eirini, studentessa greca del 1998 che frequenta l’università nei Paesi Bassi.
Rientrata in Grecia, è stata travolta da un’insufficienza epatica fulminante dovuta al morbo di Wilson, rara patologia genetica che provoca l’accumulo di rame nell’organismo. Le sue condizioni sono precipitate in poche ore. Ricoverata all’Hippokration General Hospital di Atene, ha sviluppato un’insufficienza multiorgano: quando un apparato cede, il tracollo coinvolge anche gli altri sistemi vitali.
Senza un trapianto di fegato immediato, le chance di sopravvivenza erano minime. È iniziata così una corsa contro il tempo che ha unito due Paesi, più ospedali e una rete di professionisti chiamati a intervenire con urgenza.
Il morbo di Wilson: quando il rame diventa un nemico silenzioso
Il rame è indispensabile alla vita: partecipa all’attività di molti enzimi e a processi metabolici cruciali. Deve però essere regolato con precisione. In condizioni normali è il fegato a gestirne il metabolismo, smaltendo l’eccesso soprattutto tramite la bile. Nella malattia di Wilson, a causa di mutazioni del gene ATP7B, questo meccanismo si interrompe: il rame si accumula progressivamente nei tessuti, in primis nel fegato, ma anche nel cervello, negli occhi e in altri organi. Non è il rame introdotto con gli alimenti il problema, bensì l’incapacità dell’organismo di eliminarne l’eccedenza.
È una patologia ereditaria rara, che può esordire nell’infanzia, nell’adolescenza o in età adulta. In alcuni pazienti il danno epatico avanza lentamente; in altri, come per Eirini, può manifestarsi con un’insufficienza epatica acuta gravissima. Quando le cellule epatiche collassano, grandi quantità di rame passano in circolo, aggravando il quadro clinico: è ciò che rende certe forme particolarmente pericolose.
I segnali che possono sfuggire
La malattia di Wilson ha un volto mutevole. In alcuni casi prevalgono i disturbi epatici: alterazioni degli esami del sangue, astenia persistente, ittero, segni di epatite. In altri dominano i sintomi neurologici: tremori, difficoltà di coordinazione, rigidità muscolare, disturbi del linguaggio; talvolta si aggiungono alterazioni dell’umore o del comportamento.
La patologia può restare non riconosciuta per anni, perché i primi disturbi vengono confusi con condizioni comuni. Stanchezza e tremori non bastano per una diagnosi, ma se si associano ad alterazioni epatiche inspiegate nei giovani occorre approfondire: una diagnosi precoce consente terapie in grado di controllare l’accumulo di rame e prevenire complicanze.
L’appello dalla Grecia e la risposta immediata dell’Italia
Mentre Eirini lottava ad Atene, è partita una richiesta internazionale di aiuto. Il Centro Nazionale Trapianti di Roma, diretto da Giuseppe Feltrin, ha attivato il protocollo di cooperazione Italia–Grecia per i trapianti d’organo. La domanda è stata raccolta dal professor Renato Romagnoli, direttore del Centro Trapianto Fegato dell’ospedale Molinette di Torino e coordinatore regionale trapianti per Piemonte e Valle d’Aosta. Da lì si è messa in moto una complessa operazione sanitaria e logistica, coordinata dal Centro Regionale Trapianti del Piemonte guidato da Federico Genzano.
Un aereo medicalizzato ha trasferito la giovane da Atene a Torino Caselle; quindi il ricovero alle Molinette, nella Città della Salute e della Scienza di Torino. Al suo arrivo era incosciente, intubata, in ventilazione meccanica e dipendente da terapie intensive per sostenere le funzioni vitali. Il tempo per reperire un fegato compatibile era ridottissimo.
La superurgenza: quando un organo decide tra vita e morte
La dottoressa Silvia Martini, direttrice della Terapia Intensiva Epatologica, ha inquadrato subito il caso: in pochi minuti Eirini è stata inserita nella lista nazionale per trapianto di fegato in superurgenza, riservata a situazioni in cui il rischio di morte a breve termine impone un intervento immediato. La Rete Nazionale Trapianti coordina disponibilità e priorità di assegnazione secondo criteri clinici condivisi. Nel frattempo, alle Molinette si lottava per guadagnare tempo.
Nella Rianimazione Centrale del Dipartimento di Anestesia, diretta da Maurizio Berardino, sono state assicurate le terapie di supporto vitale, mentre la Banca del Sangue, guidata da Tiziana Francisci, ha avviato con urgenza la plasmaferesi, procedura che consente di rimuovere e sostituire componenti del plasma e, in casi come questo, di ridurre la quota di rame circolante. Non un’alternativa al trapianto, ma un modo per strappare ore preziose. Ore che valevano una vita.
Dodici ore dopo l’arrivo, l’intervento che cambia tutto
La svolta è arrivata poco dopo: in una regione vicina si è reso disponibile un fegato compatibile da donatore deceduto. A sole dodici ore dall’ingresso alle Molinette, Eirini è entrata in sala operatoria del Centro Trapianto Fegato. L’intervento, complesso e reso ancora più delicato dalle condizioni critiche, è durato circa dieci ore. È stato il trapianto epatico numero 4.470 nella storia del centro torinese. La battaglia, però, non era finita.
Tre mesi di ricovero per tornare alla vita
Il decorso postoperatorio è stato difficile, alla luce del grave compromesso clinico pre-trapianto. Sono stati necessari tre mesi di degenza per gestire complicanze mediche e chirurgiche, con un’assistenza multidisciplinare continua: chirurgia dei trapianti, anestesia e rianimazione, epatologia, nefrologia, infettivologia e radiologia.
Quando l’insufficienza epatica provoca un danno multiorgano, sostituire il fegato è un passaggio decisivo, ma non sempre garantisce un recupero immediato: l’organismo deve riassestarsi e superare le conseguenze della fase critica. Oggi Eirini è stata dimessa e sta proseguendo la riabilitazione psicofisica, con l’obiettivo di rientrare presto in Grecia e riprendere gradualmente la quotidianità.
Il trapianto può correggere anche il difetto del morbo di Wilson?
Nel Wilson il trapianto di fegato non sostituisce soltanto un organo malato: se il nuovo fegato funziona correttamente, ripristina la capacità di eliminare l’eccesso di rame, correggendo il difetto metabolico alla base della malattia.
Restano indispensabili controlli periodici e terapie immunosoppressive per prevenire il rigetto; eventuali danni neurologici preesistenti possono richiedere tempi lunghi di recupero. Nelle forme meno gravi, però, la maggior parte dei pazienti può essere trattata farmacologicamente se la diagnosi è tempestiva, con agenti chelanti come penicillamina e trientina, e in alcune condizioni con sali di zinco che riducono l’assorbimento intestinale. Le terapie vanno personalizzate e seguite da specialisti.
Il valore della donazione
Dietro il buon esito del trapianto di Eirini c’è un gesto decisivo: la donazione di organi. Senza un fegato compatibile, rapidità dei soccorsi e competenze chirurgiche non sarebbero bastate. Questo è il senso della donazione: offrire a un’altra persona una possibilità di sopravvivenza quando le cure disponibili non bastano più.
In Italia la Rete Nazionale Trapianti coordina un sistema complesso che coinvolge ospedali, centri regionali e professionisti, gestendo la disponibilità degli organi con procedure rigorose per sicurezza, appropriatezza e criteri condivisi di assegnazione. La storia di Eirini testimonia anche l’importanza della cooperazione internazionale: un organo donato in Italia ha salvato una giovane arrivata dalla Grecia, grazie a una rete capace di superare i confini.
«Mi hanno salvato la vita nel mio ultimo giorno»
Dopo la dimissione, Eirini ha voluto ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a «salvarle la vita nel suo ultimo giorno». Parole che restituiscono la drammaticità di quanto vissuto. «Un vero miracolo della vita. L’Italia per la Grecia. Un grande dono della vita: un fegato nuovo», ha dichiarato Livio Tranchida, direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, sottolineando il valore della donazione e dell’impegno multidisciplinare.
Una lezione per tutto il Paese
Il caso si è concluso positivamente grazie all’incrocio di più fattori: risposta rapida, disponibilità di un organo, competenze specialistiche e un coordinamento efficiente. Ma il messaggio oltrepassa il singolo intervento.
Le malattie rare sono una sfida per il Servizio sanitario nazionale: sono difficili da riconoscere e spesso richiedono centri altamente specializzati. Serve rafforzare le reti tra ospedali e regioni. Nel morbo di Wilson, una diagnosi precoce permette di iniziare terapie capaci di prevenire danni gravi al fegato e ad altri organi; quando l’evoluzione porta a un’insufficienza epatica irreversibile, il trapianto resta l’unica opzione di salvezza.
La differenza tra una patologia controllabile e un’emergenza potenzialmente fatale dipende anche dalla tempestività con cui viene riconosciuta e trattata.
Oggi Eirini può tornare a immaginare il proprio domani. Dietro quel futuro ci sono un donatore, una rete di professionisti e due Paesi che hanno collaborato per salvare una vita. Perché la medicina non può fermare il tempo, ma può usarlo così bene da regalare a qualcuno una seconda possibilità.
Fonti: Città della Salute e della Scienza di Torino – Ospedale Molinette; Centro Nazionale Trapianti – Istituto Superiore di Sanità; EASL-ERN Clinical Practice Guidelines on Wilson’s disease (Journal of Hepatology, 2025); NIDDK – Wilson Disease; informazioni su donazione e trapianti del Centro Nazionale Trapianti
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