L’export europeo tiene in volume, ma perde valore
Il commercio comunitario di olio d’oliva presenta nei primi dieci mesi della campagna 2025/26 un andamento apparentemente rassicurante se osservato soltanto dal punto di vista dei quantitativi. Le esportazioni extra-UE hanno raggiunto 626.775 tonnellate, contro le 629.417 dello stesso periodo della campagna 2024/25: una flessione appena dello 0,4%.
Il confronto con la media quinquennale depurata dagli estremi è invece positivo. La media 2020/21-2024/25, calcolata con il criterio della media troncata utilizzato nel dataset, si colloca a circa 607.861 tonnellate. Il livello attuale è quindi superiore del 3,1%.
La stabilità dei volumi nasconde tuttavia una significativa erosione del valore economico. Nei primi dieci mesi del 2025/26 il valore delle esportazioni comunitarie ammonta a circa 3,51 miliardi di euro, contro i 4,07 miliardi dello stesso periodo dell’annata precedente: una contrazione di circa 13,9%.
Il valore medio dell’export passa così da 6,47 a 5,59 euro/kg, con una diminuzione di circa il 13,6%. È dunque il prezzo, più che la quantità, a spiegare il deterioramento del giro d’affari internazionale dell’olio europeo.
La dinamica mensile racconta bene il cambio di fase. Ottobre e novembre 2025 avevano registrato rispettivamente aumenti del 33,8% e del 25,2% rispetto agli stessi mesi della campagna precedente. Da gennaio, però, il confronto è diventato sistematicamente negativo: -12,8% a gennaio, -11,9% a febbraio, -4,1% a marzo e aprile, -8,1% a maggio, -1,3% a giugno e -7,9% a luglio.
Il risultato è quindi quello di un mercato che, dopo un avvio molto sostenuto, ha progressivamente rallentato, fino a stabilizzarsi su livelli quantitativi soltanto leggermente inferiori all’anno precedente.
Stati Uniti: resta il primo mercato, ma perde 12%
Il cambiamento più rilevante riguarda gli Stati Uniti, di gran lunga il principale sbocco dell’olio europeo.
Nei primi dieci mesi della campagna 2025/26 l’UE ha esportato verso gli Usa 201.176 tonnellate, contro le 228.658 dello stesso periodo 2024/25. La riduzione è quindi del 12,0%. Ancora più significativo è il confronto con la media quinquennale troncata: circa 219.040 tonnellate, con un divario negativo dell’8,2%.
Gli Stati Uniti assorbono comunque oltre il 32% di tutto l’export extra-UE dell’Unione, ma la loro incidenza si sta riducendo.
Il dato segnala una normalizzazione dopo gli eccezionali livelli raggiunti dal mercato statunitense negli anni caratterizzati dalla forte crescita dei prezzi europei. La riduzione delle quotazioni all’origine non si è tradotta, almeno finora, in un recupero proporzionale dei volumi europei verso gli Usa.
La Cina accelera e torna sopra i livelli storici
La Cina presenta il quadro opposto. Nei primi dieci mesi 2025/26 l’Unione ha esportato 31.210 tonnellate, contro 25.911 della campagna precedente: un incremento del 20,5%.
Il risultato è ancora più significativo rispetto alla media quinquennale, pari a circa 24.876 tonnellate: il livello attuale è superiore del 25,5%.
La Cina rappresenta ormai quasi il 5% delle esportazioni extra-UE dell’Unione e si colloca stabilmente tra i principali mercati mondiali per l’olio europeo.
La crescita cinese è particolarmente interessante perché avviene contemporaneamente alla riduzione dei prezzi medi. Il prezzo medio dell’olio europeo esportato in Cina scende da circa 4,69 a 4,37 euro/kg, ma i volumi aumentano. È quindi un mercato nel quale la maggiore accessibilità del prodotto sembra contribuire alla ripresa della domanda.
Giappone stabile, ma ancora molto lontano dalla media storica
Il Giappone presenta invece una situazione differente. Le esportazioni europee raggiungono 27.134 tonnellate, praticamente lo stesso livello dell’anno precedente, quando erano state 27.047 tonnellate: appena +0,3%.
Il problema emerge nel confronto storico. La media quinquennale troncata è di circa 37.295 tonnellate, quasi il 27,2% in più del livello attuale.
Il Giappone, dunque, non sta perdendo terreno nell’ultimo anno, ma continua a trovarsi su volumi molto inferiori a quelli registrati nella prima parte del quinquennio considerato. Anche qui la riduzione dei prezzi è evidente: il valore medio dell’olio europeo esportato passa da circa 5,84 a 5,85 euro/kg a livello complessivo UE, rimanendo sostanzialmente stabile nel confronto immediato, ma su livelli inferiori a quelli delle campagne caratterizzate dalle quotazioni più elevate.
Brasile, Regno Unito e Messico compensano parzialmente il rallentamento americano
Il ridimensionamento degli Stati Uniti non è accompagnato da una contrazione generalizzata dei mercati extra-UE.
Il Brasile cresce da 57.661 a 74.761 tonnellate, con un incremento del 29,7%, diventando il secondo mercato di destinazione dell’olio europeo.
Il Regno Unito sale dell’11,3%, da 52.729 a 58.701 tonnellate.
Particolarmente forte è la crescita del Messico, che passa da 14.261 a 20.429 tonnellate, con un incremento superiore al 43%.
Al contrario, Australia e Canada arretrano rispettivamente del 17,5% e del 30,4%.
Il quadro complessivo suggerisce quindi una ricomposizione geografica della domanda internazionale: gli Stati Uniti rimangono dominanti, ma una parte della crescita dell’export europeo viene assorbita da mercati latinoamericani e asiatici.
Spagna e Italia: due velocità diverse
La distanza tra i due principali esportatori europei è particolarmente evidente.
Nei primi dieci mesi 2025/26 la Spagna ha esportato verso i Paesi extra-UE 349.601 tonnellate, praticamente lo stesso quantitativo dell’anno precedente, 349.159 tonnellate: appena +0,1%.
Ma il dato è superiore del 3,4% alla media quinquennale troncata, pari a circa 337.978 tonnellate.
L’Italia, invece, scende a 172.814 tonnellate, contro 192.436 della campagna precedente. La perdita è del 10,2%. E rispetto alla media quinquennale, stimata in 181.202 tonnellate, l’export italiano è inferiore del 4,6%.
La differenza diventa ancora più evidente osservando il valore. L’export spagnolo vale circa 1,75 miliardi di euro, contro 2,03 miliardi dell’anno precedente: una perdita del 13,8%, nonostante i volumi siano sostanzialmente invariati.
L’Italia passa invece da circa 1,45 miliardi a 1,12 miliardi di euro, con una perdita del 23,1%.
La Spagna, quindi, riesce a difendere i quantitativi; l’Italia perde sia volume sia valore.
Stati Uniti: la Spagna riduce meno, l’Italia molto di più
Gli Stati Uniti mostrano con particolare chiarezza la differenza tra i due sistemi esportatori.
La Spagna vi ha collocato 113.601 tonnellate, il 6,0% in meno rispetto all’anno precedente. Gli Usa rappresentano il 32,5% dell’export extra-UE spagnolo.
L’Italia, invece, ha esportato negli Stati Uniti 74.232 tonnellate, con un calo del 20,7%. Il mercato americano rappresenta ben il 43% dell’export extra-UE italiano.
Il dato è economicamente importante: la maggiore dipendenza italiana dal mercato statunitense rende il sistema nazionale più esposto alla sua contrazione.
Anche il differenziale di prezzo è significativo. Il valore medio dell’olio italiano destinato agli Usa è di circa 6,31 euro/kg, contro 4,95 euro/kg per quello spagnolo. Il posizionamento italiano rimane quindi più alto, ma questo premio non ha impedito una marcata riduzione dei volumi.
Cina: la Spagna consolida, l’Italia accelera da una base piccola
Sul mercato cinese le traiettorie si rovesciano.
La Spagna esporta 25.816 tonnellate, il 14,6% in più rispetto all’anno precedente. La Cina assorbe così il 7,4% dell’export spagnolo extra-UE.
L’Italia parte da valori molto inferiori ma registra una crescita decisamente più forte: 5.140 tonnellate, il 64,9% in più rispetto alle 3.657 tonnellate precedenti.
La Cina rappresenta comunque appena il 3% dell’export extra-UE italiano. Il mercato è dunque in espansione per entrambi, ma con un peso strategico molto maggiore per la Spagna.
Giappone: mercato più importante per l’Italia, ma in arretramento
Anche il Giappone mostra una diversa struttura delle esportazioni.
La Spagna vi ha venduto 16.297 tonnellate, il 7,3% in meno? No: il dato corretto evidenzia invece una crescita del 7,3% rispetto alle 17.185 tonnellate dell’anno precedente? Questo confronto va letto con attenzione: 16.297 tonnellate rappresentano in realtà una diminuzione del 5,2% rispetto a 17.185 tonnellate.
Per l’Italia il dato è 10.539 tonnellate, in calo del 7,8% rispetto alle 12.469 tonnellate precedenti.
Il Giappone pesa comunque per il 6,1% sull’export italiano extra-UE, contro il 4,7% di quello spagnolo, confermandosi relativamente più importante per l’Italia.
Il valore medio resta inoltre nettamente più alto per il prodotto italiano: circa 7,14 euro/kg, contro 4,95 euro/kg per quello spagnolo.
Il vero segnale economico: meno valore per tonnellata
I dati suggeriscono una conclusione più interessante della semplice variazione dei volumi.
L’Europa non sta vivendo una crisi generalizzata delle esportazioni fisiche. Nei primi dieci mesi 2025/26 i volumi sono appena inferiori all’anno precedente e superiori alla media quinquennale. Il problema è piuttosto la compressione del valore unitario, che si riflette immediatamente sui ricavi dell’industria olearia.
La Spagna, grazie alla capacità di mantenere i volumi, limita l’impatto della riduzione dei prezzi. L’Italia, invece, subisce contemporaneamente la pressione sulle quotazioni e una contrazione dei quantitativi esportati.
La fotografia dei mercati conferma inoltre che il commercio mondiale dell’olio europeo sta cambiando: gli Stati Uniti rimangono il perno del sistema ma arretrano, mentre Cina, Brasile, Messico e, in misura diversa, Regno Unito stanno acquisendo maggiore peso.
Per l’Italia questo processo presenta una vulnerabilità particolare. La forte concentrazione sul mercato statunitense e la riduzione dei volumi verso diversi mercati asiatici rendono più urgente una strategia di diversificazione. La Spagna, pur subendo anch’essa la riduzione dei valori unitari, appare oggi meglio posizionata per intercettare la domanda internazionale: non soltanto per la dimensione dell’export, ma per la capacità di difendere i volumi anche nella fase discendente del ciclo dei prezzi.
In altre parole, la competizione internazionale dell’olio europeo nel 2025/26 non si sta giocando tanto sulla capacità di vendere più tonnellate, quanto sulla capacità di mantenere quote di mercato quando il prezzo scende. Ed è proprio su questo terreno che il divario tra Spagna e Italia appare oggi più evidente.
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