E l’interrogativo sugli effetti e il monitoraggio della legge restano a 40 anni da quella stesura con tutto il percorso di applicazione, i piani biennali, l’investimento dei 100 miliardi di lire, le subconcessioni, le residenze, l’avvio di attività, le riqualificazioni di lamioni, i silenzi assensi su lavori, accorpamenti, delimitazioni, lo smantellamento dell’Ufficio Sassi, le buone pratiche da manuale del recupero che avevano fatto scuola anche all’estero con MaterAvana, Matera Rio e via elencando. E restano con quel dibattito, destinato a continuare, su come uscire dalla scadenza delle subconcessioni, concesse dallo Stato al Comune di Matera, che assegnò quegli immobili a cittadini che volevano abitarci e ad altri che si sono avvicendati nell’attivare attività produttive. Quesiti allo Stato? Anche. Con quali risposte e sul come applicarle, auspicando che non si apra una stagione di contenziosi su un patrimonio immobiliare, ma anche del vissuto, che merita rispetto e per quanti si sono impegnati nel valorizzarlo.
Chiara Saponaro, raccogliendo voci e riflessioni condivise e collettive, ritorna sulla questione con una certezza ‘’I Sassi non si possiedono, si abitano!’’. Potrebbe essere il tema di un prossimo incontro sul tema, illustrato da una foto degli antichi rioni di tufo trasformati in un parco divertimenti. Suggestione del passato,una Sassiland, che avrebbe fatto la fortuna di qualcuno. Ma non è detto.L’imprenditoria da diporto spunta quanto meno te l’aspetti. Basta seguire il percorso dei soldi…che fanno breccia quando si ha poco memoria della storia e dell’identità cittadina.
I Sassi non si possiedono, si abitano!
Ridurre tutto all’urgenza del rinnovo o a una questione di “cassa comunale” da riempire sarebbe da sciocchi, soprattutto perché è esattamente ciò che il potere degli interessi ‘particolari’ vuole: metterci l’uno contro l’altra in maniera indifferenziata, come se tutte le situazioni fossero uguali, residenti e commercianti, tra questi artigiani e grandi proprietari, così che mentre ci scanniamo strappandoci il diritto alla città e alla vita, gli interessi che contano, che si muovono nell’opacità, traggono ancora una volta profitto. E allora viene da chiedersi: l’urgenza non è anche un modo per non rimettere in discussione certi privilegi e gli e/orrori fatti negli anni passati.
E sia chiaro: questa non è una lotta tra cittadine e cittadini, men che meno tra residenti dei Sassi, e neppure tra chi ha fatto “impresa” in modo sostenibile con i luoghi, creando economia e lavoro sano. Questa è una occasione di discussione contro la gentrificazione, l’overtourism, i privilegi e gli interessi economici che erodono la residenzialità, la vivibilità e l’economia della nostra città, per ripensare in modo lungimirante una città intera, sostenibile e a misura di chi la abita. Proprio per questo, nella discussione, bisognerebbe cominciare a districare più piani.
1) I Sassi come bene comune. I Sassi sono patrimonio UNESCO e come tale sono, anzitutto, patrimonio di tutte le persone, dell’umanità – per definizione: non un insieme di immobili da assegnare, ma un patrimonio collettivo da salvaguardare, un bene comune che non si possiede ma che si custodisce e si fa vivere.
2) La residenzialità. La 771 nasceva per ripopolare, per riportare vita e abitanti dentro quei luoghi svuotati. Oggi il paradosso è che servirebbe una nuova legge per arginare lo spopolamento, incentivare chi resta e disincentivare le politiche che lo allontanano. Con l’andazzo corrente avremo presto più attività turistiche che persone!
3) Overtourism contro turismo sostenibile. Il turismo non è tutto uguale: c’è un turismo pianificato, strategico, che si redistribuisce nella città attraverso politiche e visione e c’è un turismo estrattivo che nel lungo termine desertifica il territorio e la comunità, togliendo più di quanto restituisce. Perché se i prezzi delle case e degli affitti sono alle stelle, se i ristoranti diventano inaccessibili a chi ci vive, se il lavoro che si crea è povero, precario, spesso in nero, allora la domanda è una sola: chi ci guadagna davvero? La ricchezza che si concentra in una parte sola della città e soprattutto in poche mani non è economia, è sfruttamento. Sfruttamento sulla pelle delle persone e sui luoghi di cui si è concessionari e per i quali non si vuole nemmeno pagare il canone. Il turismo sostenibile è un’altra cosa: è giusto, si redistribuisce nei luoghi, nel tempo e nell’economia di tutta intera la città; non si concentra in poche settimane di alta stagione ma respira lungo tutto l’arco dell’anno e non mette le persone in competizione ma le fa cooperare. E Se non corriamo subito ai ripari, questo turismo di spoliazione si mangerà, intanto, anche i quartieri che fanno da corona ai Sassi: lo si intravede già nel Quartiere Lanera.
4) Equità e differenziazione. È banalmente necessario e logico che chi ha di più paghi di più, in maniera progressiva. Come lo è distinguere tra chi ha investito come residente e non ne ricava nulla, anzi spende solo per i costi di mantenimento delle case e i luoghi commerciali; e, ovviamente, tra le attività commerciali stesse: non è certo lo stesso essere una bottega artigiana o un albergo diffuso. Il punto, infatti, non è penalizzare il turismo e sia chiaro neppure le attività commerciali, purché siano sostenibili. È, al contrario, disincentivare chi spolia i luoghi, chi specula sulla pelle dei residenti, chi negli anni ha fatto solo i propri interessi!
Diciamocela la verità: far finta di non vedere il lavoro nero e precario, l’esproprio, l’abuso, le corti occupate, i vicinati chiusi per timore di toccare “gli interessi”, è da miopi e da opportunisti. Far finta che il Comune di questo non sia stato responsabile negli anni significa essere ancora più incoscienti.
E creare una narrazione bipolare che equipara chi guadagna e tanto e chi ci vive contro le istituzioni è solo favorevole ai super interessati che vogliono che lo status quo li protegga.
Che questa sia, allora, l’occasione per una sana de-costruzione di un paradigma sbagliato e per una democratica e dignitosa giustizia sociale.
Insomma, la domanda è: la 771 come è stata applicata? Esiste una visione dietro ai Sassi? O, come diceva qualcuna, finirà che i Sassi saranno chiusi col lucchetto e con un biglietto per entrare, come Disneyland; come già si sta facendo per il Parco della Murgia? E ancora: se i Sassi non sono un patrimonio privato, perché dare per scontato che le concessioni vengano rinnovate anche a chi quel patrimonio lo ha deturpato? Chi controlla e rende conto di quanto è stato fatto? Perché in questi anni tutto si è mosso nell’opacità, tra amichettismo e clientela, al punto da avere mille e passa luoghi per accogliere i turisti ma nemmeno un’alimentare o una farmacia per chi ci abita? Vien da chiedersi con quale logica siano state assegnate, in questi anni, le destinazioni d’uso…
Allora diciamocela questa verità: perché non premiare e sgravare, con canoni davvero simbolici, chi nei Sassi ci vive e ha curato quei luoghi con l’amore di chi ha a cuore la salute di un ambiente millenario? Perché non favorire le botteghe artigiane che li tengono vivi, chi ha un b&b e ci vive davvero, chi paga i dipendenti, chi non ha fatto abusi e non ha chiuso le corti, i vicinati ecc.? E perché chi invece ci guadagna, tra locali e alberghi, non dovrebbe redistribuire attraverso contratti di lavoro sani? Così che la giusta contribuzione possa finanziare servizi per chi vive i Sassi, il centro storico e tutta la città.
A Matera cresce l’occupazione, ma dentro un mercato del lavoro povero, frammentato e diseguale, ancor di più sul piano di genere: basta leggere gli ultimi report INPS e ISTAT. Per questo bisognerebbe parlare dello sviluppo del turismo e dell’economia, nel loro complesso.
5) La domanda vera: quale futuro vogliamo per la nostra città? Per la salvaguardia stessa del riconoscimento UNESCO del complesso Sassi-Murgia-Centro storico? Perché se vogliamo una città della cura, una città per tutte le persone, una città che considera i Sassi un quartiere come gli altri, con gli stessi servizi, popolato, vissuto, accessibile a chiunque ovviamente non possiamo dare continuità a politiche sbagliate. E se tutto questo non è stato fatto in 30 anni qual è la vera ragione? Perché se è ovvio che non dobbiamo proseguire politiche fallaci e lasciar tutto alla mano libera del mercato allora una proroga è necessaria mentre urgenti sono le pre-condizioni da cui partire:
A) Che si nomini una commissione esterna, perché di conflitti di interessi, e di interessi in generale, ne abbiamo “pieni i Sassi”. È possibile che a parlare dei Sassi siano per lo più i portatori di interesse economico? E che, questi ultimi siano pure quelli che propongano differenziazioni tra cittadini e attività indifferenziate di soli pochi centesimi? Che giochino il loro ruolo, ma che non siano e si dicano la rappresentanza dei molti né tanto meno gli unici a decidere! La situazione ha del kafkiano: chi controlla i controllori, se i controllori sono gli stessi che hanno le attività turistiche? Fa ridere se non facesse piangere!
B) che si faccia una ricognizione seria di ciò che è stato fatto in questi trent’anni, una mappatura e analisi dei dati relativi agli immobili, agli utilizzi, alle funzioni, digitalizzando i registri e acquisendo finalmente contezza dello stato reale dei luoghi e di questo percorso trascorso;
C) che si ripensi un piano di gestione del turismo e pure dell’economia, capace di tenere insieme Sassi, centro storico e Murgia, con strategia e giustizia sociale. Perché un altro pericolo grandissimo si affaccia con la nuova gestione del Parco della Murgia.
D) che si cominci a fare democrazia vera, con politiche che integrino i quartieri attraverso la coprogettazione, mettendo al centro il benessere degli abitanti e una visione che leghi le sub-concessioni dei Sassi (come gli altri locali dati in gestione), ai fondi, ai bandi, alle gare, a procedure politiche pubbliche e davvero democratiche! Affinché siano luoghi disponibili per tutte le persone, per le tante associazioni che richiedono luoghi di aggregazione, ai giovani e ai meno giovani che vanno via per la stessa assenza di visione! Basterebbe del resto ascoltare chi questo da anni lo fa già!
Matera dovrebbe avviare entro il 2026 un percorso pubblico per la costruzione di un Piano di Rigenerazione Urbana, Sociale e Territoriale della Città fondato su quattro principi:
1. Diritto alla città – contrasto alla rendita; tutela della residenza; accesso ai servizi.
2. Consumo di suolo zero – recupero prioritario dell’esistente; riuso del patrimonio inutilizzato.
3. Rigenerazione socioecologica – qualità urbana; verde; mobilità sostenibile; efficienza energetica.
4. Partecipazione attiva – quartieri; associazioni; università; imprese; mondo del lavoro; istituzioni culturali.
Che le subconcessioni nei Sassi non rappresentino solo una scadenza amministrativa, né un’altra frettolosa operazione che non giova al bene comune, che anzi possano diventare qualcosa di molto più importante: l’occasione per chiudere la lunga stagione del recupero emergenziale e aprire quella della rigenerazione integrata dell’intera città.
Concludo dicendo che alle varie assemblee e manifestazioni c’era una città over 60, per lo più maschile, anche nelle discussioni. Dove sono i ventenni, i trentenni, i quarantenni? Dove sono le donne e la loro visione? Dov’è la cittadinanza? Vogliamo più democrazia e più vicinati, in senso materiale e immateriale; una città accogliente, capace di ospitare senza escludere e che redistribuisce.
Perché anche “noi” ci siamo – non sia mai pensiate che esiste solo la bolla degli interessi e interessati!
Una visione collettiva, pubblica, giusta non è utopia: è l’unica urgenza e scelta che la politica deve fare oggi.
Chiara Saponaro, raccogliendo voci e riflessioni condivise e collettive.
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Franco Martina
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