Le imprese italiane tornano a crescere dopo due anni di arretramento e portano gli investimenti ai massimi dell’ultimo decennio. Nel 2025 il fatturato aggregato delle 1.700 società industriali e terziarie analizzate dall’Area Studi Mediobanca è aumentato dello 0,5%, dopo il -6,2% del 2023 e il -3% del 2024. A sostenere la ripresa è soprattutto l’export, cresciuto del 3,3%, mentre il mercato interno registra un altro calo dell’1%.
Nella manifattura il quadro è migliore, con ricavi in aumento dell’1,7%, grazie alle vendite internazionali salite del 2,9%. Guardando all’intero periodo 2016-2025, il fatturato nominale delle aziende considerate è cresciuto del 39,6% e l’export del 45,6%. A distinguersi sono soprattutto il made in Italy, con ricavi aumentati del 55,3%, e il cosiddetto IV Capitalismo, cioè le imprese medie e medio-grandi, a +50,4%.
Investimenti mai così alti negli ultimi 10 anni
Il dato più rilevante riguarda gli investimenti materiali lordi, che a prezzi costanti hanno raggiunto 35,5 miliardi di euro: il livello più elevato del decennio osservato da Mediobanca, il 47,2% sopra il 2016 e il 22,4% oltre il 2019. Rispetto all’anno precedente aumenta anche il rapporto tra investimenti materiali netti e fatturato, salito al 4,1%, contro una media del 3,2% tra il 2016 e il 2023. La crescita rispetto alla fase pre-pandemica ha interessato sia le imprese pubbliche, passate da 11,6 a 14,5 miliardi di investimenti, sia quelle private, da 17,5 a 21,1 miliardi. La spinta si concentra però soprattutto nelle attività industriali, dove gli investimenti sono cresciuti del 32,8% a 25,7 miliardi, mentre nel terziario l’aumento si limita all’1,6%, a 9,9 miliardi. L’accelerazione degli investimenti è avvenuta senza un peggioramento della struttura finanziaria: nel 2025 il rapporto tra debiti finanziari e mezzi propri si è attestato al 73,8%, sotto la media del 78,9% registrata nei nove anni precedenti.
Anche la redditività rimane su livelli relativamente elevati. L’Ebit margin complessivo è stato del 6,7%, con una media del 6,8% nel triennio 2023-2025 contro il 5,6% dei sette anni precedenti. Emergono però differenze significative: le imprese pubbliche raggiungono il 9,3%, contro il 6% delle private. Nella manifattura, le società a controllo estero arrivano all’8,1% e quelle del made in Italy al 7,5%, entrambi massimi del decennio, mentre i maggiori gruppi manifatturieri si fermano al 3,6%. Alcuni indicatori mostrano inoltre un rallentamento rispetto ai picchi recenti. Il Roi è sceso all’8,8%, dal 9,5% del 2023, e il Roe al 9,2%, dal 10,9%, pur restando entrambi sopra i valori del 2019 e le rispettive medie del decennio.
Le medie imprese creano più valore
La dimensione aziendale diventa ancora più rilevante quando Mediobanca misura la creazione di valore attraverso l’Eva 2.0, l’indicatore che considera quanto rimane dopo avere remunerato tutti gli stakeholder, compresi i portatori di capitale proprio. La media delle 1.700 società nel decennio è di 9.300 euro annui per addetto. Le medie imprese arrivano però a 12.700 euro per dipendente e le medio-grandi a 11.100 euro, mantenendo entrambe un indicatore positivo in tutti i dieci esercizi considerati. Le altre manifatturiere, che comprendono i grandi Gruppi italiani e le società a controllo estero, si fermano invece a 4.600 euro.
Il legame con l’allocazione delle risorse è netto: i comparti con un Eva 2.0 medio positivo concentrano il 73% degli investimenti materiali, il 77% del capitale investito e il 78% dei mezzi propri. La crescita del fatturato, inoltre, non coincide necessariamente con una maggiore capacità di creare valore. L’impiantistica, per esempio, ha più che raddoppiato i ricavi nel decennio (+142,5%), ma presenta un Eva 2.0 medio negativo per 18.800 euro ad addetto. Anche le costruzioni, cresciute del 131,1% in termini di fatturato, registrano un valore negativo di 2.600 euro. Al contrario, farmaceutico-cosmetica, bevande, gomma e cavi, cartario, legno e mobili, alimentare e meccanica hanno mantenuto l’indicatore positivo in tutti i dieci anni.
Cresce il divario sul lavoro
Tra gli elementi meno favorevoli dello studio emerge il terziario. Nel decennio ha registrato un Eva 2.0 medio negativo per 1.600 euro a occupato, contro i 12.800 euro delle attività industriali. Anche la dinamica della produttività diverge: nel terziario è diminuita dello 0,4%, mentre il costo del lavoro per addetto è aumentato del 10,2%.
Le differenze sono evidenti anche nell’occupazione, cresciuta complessivamente dell’11,8% dal 2016 e dell’1,3% nel solo 2025. In dieci anni le imprese private hanno aumentato gli organici del 16,3%, mentre quelle pubbliche li hanno ridotti del 4,9%. La crescita raggiunge il 20% nelle società a controllo estero, il 17% nel IV Capitalismo e il 15,7% nel made in Italy. Sul fronte opposto, le telecomunicazioni hanno perso il 26,8% degli addetti e la stampa-editoria il 13,5%.
Resta infine aperto il nodo del potere d’acquisto. Tra il 2016 e il 2025 la produttività nominale per addetto è aumentata del 22,6%, più del costo del lavoro pro capite, cresciuto del 18,8%. Tenendo però conto di un’inflazione cumulata del 21,4%, nel 2025 il costo del lavoro per dipendente risulta in termini reali inferiore del 2,2% rispetto al 2016 e del 5,9% rispetto al 2021.
Per recuperare integralmente la perdita accumulata dal 2021, secondo Mediobanca il costo medio del lavoro avrebbe dovuto raggiungere circa 71.500 euro per dipendente, contro i 67.300 effettivamente registrati: una differenza di circa 4.200 euro. Nella manifattura il divario è stimato in 2.400 euro per addetto, nelle attività industriali in 3.400 euro. Su un orizzonte ancora più lungo, le principali imprese italiane hanno comunque mantenuto un ritmo di crescita superiore a quello dell’economia nazionale: tra il 1968 e il 2025 il loro fatturato reale è aumentato del 190,4%, contro il 162,6% del Pil.
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