Bologna, 9 giugno 2026 – Lei non la degna di uno sguardo, non cerca aiuto o amicizia. Invece Chat Gpt quando parla di Guia Soncini si genuflette: “Il pensiero si distingue per un cinismo affilato, un rifiuto totale della retorica sentimentale e un costante attacco alle ipocrisie moderne. La sua scrittura mira a smontare i feticci del progressismo da salotto, del femminismo da social e del moralismo digitale”. Chirurgia sociale, fiera misantropia. Una provocatrice professionista. Praticamente Ricky Gervais, il cervello gemello immune dal ricatto del consenso (Soncini lo cita spesso: perché qualcuno non fa uno sforzo per metterli insieme un paio d’ore su un palcoscenico, tutti e due con il bisturi in mano?). Al telefono confessa di “essere stata cretina fino ai 35”. Oggi pensa: “Essere se stessi non è abbastanza, bisogna sforzarsi di essere un po’ meglio o almeno di sembrarlo”. Chiaramente, da questa virgola in poi, la spontaneità potrebbe essere la prima a saltare.
Guia Soncini, questo mondo sempre più inverosimile ha costretto anche lei a compiere atti estremi, come riscrivere e ripubblicare il suo unico romanzo del 2015, ambientato l’anno prima. Qualunque cosa significhi amore (Mondadori) viene dalla preistoria. Si era ripromessa di fare qualche piccolo aggiustamento e ha ribaltato tutto. Guardi che così si rischia di lanciare una moda, gli editori ci faranno un pensiero.
“In realtà pensavo fosse rimasto tutto più o meno uguale, le date sul calendario sono ingannevoli. Nel 2014 esistevano già i social e soprattutto esisteva la telecamera sui cellulari, la cosa che più di ogni altra ha cambiato l’umanità. Però il mondo non si era ancora completamente sbriciolato. Nella prima versione del romanzo la demolizione della reputazione dei protagonisti avveniva attraverso un programma televisivo. Perché dodici anni fa un gruppo di amici vedeva davvero la stessa cosa a cena, cosa che ormai succede solo durante la settimana di Sanremo. La televisione guardata mentre va in onda è un relitto come il telefono a disco. Ho capito che andava riscritto tutto. Anche perché nel frattempo è arrivato Fabrizio Corona”.
Lei è ossessionata da quell’uomo.
“Perché un teppista di buona famiglia è straordinariamente interessante, molto più di uno come Fedez nato a Rozzano. E perché rappresenta lo sbriciolamento del mondo. Nella seconda versione c’è la ragazzina che si confida con l’intelligenza artificiale, la newsletter di pettegolezzi anonima, i segreti che rimbalzano sugli schermi. In 12 anni sono arrivate tante cose, peccato non usarle”.
Resta l’ossatura della trama: coppia altoborghese unita dal mutuo ricatto. Il resto ci conferma quanto siamo cambiati, a cominciare da Guia Soncini. Come è messa con l’intelligenza artificiale?
“Penso di essere l’unica a non averla mai usata. Si mette in mezzo quando cerco cose su Google e non capisce cosa le chiedo. L’ho detto a Cattelan e sono stata insultata a sangue dai commentatori del podcast”.
Lei osserva lo stesso orizzonte di Ricky Gervais però forse è l’alter ego di Fran Lebowitz, l’americana che fa le pulci all’America e sostiene di non essere stata cambiata dalla fama perché era già insopportabile, considera la bistecca il suo animale preferito e ricorda che basta una corsa in metro per fare diventare il Dalai Lama una persona lunatica.
“Fran Lebowitz ha capito una cosa fondamentale: scrivere non è più necessario, si può essere pagati andando a farsi fare domande nei teatri. La cosa continua a sorprendermi: io vado ai festival culturali dove la gente compra un biglietto. E non tengo i birilli sul naso, non ballo, non faccio i gorgheggi. La gente viene per sentirmi parlare. E perché? Sospetto perché la conversazione media nelle nostre vite è scadente. Con i vecchi amici non hai più niente da dire, la cognata parla solo delle sue faccende. Bisogna pagare per sentire cose minimamente interessanti, come si paga per fare pilates”.
La fama ha cambiato Guia Soncini?
“Io non sono famosa e non lo sarò mai, la fama è l’inferno. Dicono: però ti trovano subito il tavolo al ristorante. Vorrei sapere che problema c’è nel sistema di prenotazione: io trovo un tavolo anche senza dire di essere Pavarotti. Comunque la salvezza è non uscire di casa. Il mondo è diventato un posto ostile, siamo 8 miliardi e ci calpestiamo. Il mio ideale di felicità è restare rintanata con l’aria condizionata accesa”.
“Viviamo in un mondo molto cretino – le ha risposto Paolo Conte in un’intervista –. C’è un’esasperazione della stupidità che ha tolto spazio al mistero e al pudore. Io preferisco restarmene nel mio Novecento, dove le parole avevano ancora un peso e un’eleganza”. Si sarà sentita meno sola.
“Capisce perché la gente paga per sentire considerazioni intelligenti? Siamo tutti in fuga dalle nostre vite, in cerca di illuminazioni”.
Il suo lavoro si avvicina sempre di più alla psicanalisi. Dovrebbe chiedere cachet altissimi.
“Preferisco la maieutica. E comunque dipende da quale psicanalisi. Nella prima versione del libro la mia psicanalista aveva i capelli grigi, le scarpe ortopediche e diceva forse due parole. Essendo nata nel ’72, io ho avuto il feticcio di Woody Allen e a 17 anni un analista freudiano che si toglieva la fede dal dito perché i pazienti non dovevano sapere che era sposato. Adesso anche l’analista deve avere la telecamera puntata addosso se non vuole restare un poveraccio di provincia”.
A chi le ha confessato di stimarla molto ha risposto: anche io mi stimo molto. Pensa abbia capito?
“Ero seria. Non puoi adottare il basso profilo se no ti dicono poverina. Il gender gap non esiste per nessuna delle cose alle quali viene attribuito, come gli stipendi, ma si applica ad alcuni tic comportamentali. Uno è che se sei donna devi essere rassicurata. Io non chiedo rassicurazioni”.
Il suo romanzo d’amore non contempla l’amore.
“Non è vero. Quei due si amano, a modo loro, come tutti. Avrei dovuto salvare una considerazione della prima versione: dal momento in cui esiste il divorzio, i matrimoni che durano sono per forza d’amore”.
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