«Siamo anche noi vittime di guerra. Le sanzioni non funzionano e ci stanno uccidendo, è giunto il momento di rendersene conto».
Vittorio Torrembini è il presidente di Gim Unimpresa, l’associazione che da più di 30 anni rappresenta le aziende italiane operanti in Russia. Ex console onorario, era presente qualche giorno fa all’incontro avvenuto a Milano con Salvini e l’ambasciatore russo Paramonov. Un vertice che ha fatto alzare il polverone delle polemiche.
«Ho dovuto lanciare l’allarme: non è vero che la Russia è al collasso, riaprire il gas russo è fattibile ma ai politici italiani manca una visione strategica. Ursula von der Leyen continua a parlare di “influenze”? Le consiglierei un vaccino anti influenzale».
Le aziende italiane strette tra sanzioni e contro-sanzioni
Torrembini, cosa ci fate ancora in Russia?
«Uscire è complicato. Le nostre aziende hanno investito qui decine di miliardi. Il mercato russo è fondamentale per tante realtà imprenditoriali. Pensiamo al distretto marchigiano delle calzature, che possiede in Russia l’80 per cento del mercato. Andarsene significa accettare perdite enormi. Vale la pena resistere, e cercare di capire cosa faremo da grandi».
Di quali numeri parliamo?
«La nostra associazione riunisce 150 aziende, 7 miliardi di fatturato, 65.000 dipendenti. Siamo nati nel ’94 su impulso dell’ambasciata, i nostri associati sono soprattutto piccole e medie imprese, sempre in trincea. Prima per il Covid, oggi per la guerra».
Cosa producete?
«I settori più forti sono il food, con i grandi gruppi Ferrero, Barilla, Colussi, fino ai piccoli mozzarellifici. E poi i materiali da costruzioni, con relativo indotto. Infine la componentistica, soprattutto legata ai condizionatori e agli scambiatori di calore».
Qual è il problema numero uno?
«Le sanzioni europee e le contro-sanzioni russe. Siamo sotto il fuoco incrociato».
Cominciamo dalle sanzioni europee.
«Creano enormi difficoltà sul piano della logistica, impediscono i trasferimenti bancari, e minano la sicurezza legislativa. L’ultimo pacchetto di sanzioni, che è il ventunesimo, è un tomo di regole grande 83 pagine. Gli unici a guadagnarci sono gli uffici legali».
E le contro-sanzioni russe, invece?
«Anche quelle fanno male. In Russia le aziende italiane sono super-monitorate, non possono accedere a una serie di benefici economici, non possono trasferire utili in Italia. Così lavorare diventa quasi impossibile».
Quindi vi sentite in ostaggio?
«Diciamo che siamo tra l’incudine e il martello. E la falce potrebbe arrivare presto».
Cosa intende?
«L’Europa ha confiscato molte attività russe, e ci aspettiamo la risposta russa con misure simili contro le aziende italiane».
Cioè vi aspettate di finire confiscati?
«Pochi giorni fa in Russia è stata imposta l’amministrazione esterna a tre aziende francesi, una tedesca e una svizzera. Tutte realtà importanti. Gli attivi delle aziende europei possono finire nel mirino dei russi, in modi anche peggiori».
Di cosa ha paura?
«Dei commissariamenti, e poi chissà cos’altro. I numeri raccontano questa situazione: nella fase iniziale della guerra abbiamo perso più di 10 miliardi di contratti nel settore gas. Negli ultimi anni abbiamo visto scomparire 7 miliardi di export. Se le aziende non possono mandare gli utili in Italia, perdono le imprese ma anche il Paese».
Insomma?
«Le prospettive sono allarmanti, e ho voluto lanciare un segnale di pericolo con l’iniziativa di Milano insieme al ministro Salvini».
«Le sanzioni non funzionano»: l’allarme da Mosca
Quell’incontro a Milano ha suscitato molte polemiche, per la presenza dell’ambasciatore russo.
«Era solo un modo per sollevare apertamente la questione e dire: signori, è ora di guardare in faccia la realtà. Le sanzioni non funzionano, e bisogna capire come agire sul piano diplomatico».
Molti l’hanno interpretato come una forma di collaborazione con Mosca.
«A Milano ci sono moltissimi imprenditori a contatto con l’ambasciata, che hanno fatto pressione affinché l’ambasciatore partecipasse, e alla fine è arrivato. Ma è passato solo per un saluto, non vedo motivi di scandalo. L’unico obiettivo di quell’incontro era permetterci di illustrare la difficile situazione delle aziende italiane in Russia».
L’impero di Putin è al collasso?
«No, se hai il 3 per cento di inflazione e la produzione industriale che non cala. Mettiamoci anche la resistenza della popolazione, che anche per ragioni storiche è superiore alla nostra».
Ma cosa pensano dell’Italia in Russia?
«Sul piano dei governi, si percepisce quella forte irritazione che leggiamo nelle dichiarazioni ufficiali. A livello invece delle singole persone, c’è sempre un fortissimo attaccamento all’Italia, che non è venuto meno».
Intanto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la Russia potrà tornare ad esportare gas verso l’Europa, ma solo se a loro converrà, ammesso che sia rimasto qualcosa da esportare. Non esattamente una dichiarazione di amicizia?
«Quella di Peskov è la classica frase della moglie tradita. Per me tornare a riaprire i tubi del gas è fattibile, così come ripristinare i voli di collegamento. Sarebbe una prima boccata d’ossigeno. Detto questo, non sarà facile ricostruire la fiducia reciproca che esisteva prima del conflitto».
Da Piacenza alla Russia: la storia di Torrembini
Ma lei come ci è finito in Russia?
«Sono stato per 13 anni un funzionario del Partito comunista italiano, e ne sono uscito nel 1988. A tanti veniva offerto un impiego dal partito, e io riconosco di essere stato uno dei pochi che il lavoro se l’è trovato da solo. Chiamiamolo orgoglio contadino».
E poi, una volta crollato il Muro?
«Da Piacenza sono andato in Russia. In principio vendevo macchinari per la lavorazione del legno, poi mi sono messo a fare consulenze per le imprese italiane, sono stato promotore commerciale nella zona economica speciale di Lipetsk, dove le aziende italiane furono le prime ad investire».
Oggi?
«Sono consulente aziendale per due aziende, una si occupa di impianti di condizionamento per grandi edifici e l’altra è leader mondiale nei parchi di divertimento».
Nei giorni scorsi ha citato diversi politici italiani che in passato avevano buoni rapporti con Putin, tra cui Romano Prodi e Paolo Gentiloni. Parla di ipocrisia?
«Non voglio esprimermi sui politici italiani, preferisco parlare di economia. In ogni caso, più che ipocrisia, la chiamerei semplicemente mancanza di coraggio e visione strategica. Tutte qualità di cui abbiamo estremo bisogno. Ed è un peccato».
Un peccato?
«Sì, perché ancora oggi non ci rendiamo conto pienamente delle potenzialità economiche dell’Europa. Competiamo con il fatturato cinese e americano. Ma questa forza la stiamo disperdendo sull’onda di certe valutazioni sbagliate».
Quali valutazioni?
«Quelle della Commissione europea e di quei Paesi che portano avanti questa linea politica».
«Le imprese americane stanno tornando in Russia»
Ursula Von der Leyen, nel discorso sull’Unione, è tornata a denunciare le influenze russe che puntano a «ridurre l’Europa in frantumi».
«Consiglierei alla presidente Von der Leyen, che continua a parlare di “influenze”, un vaccino anti influenzale. La realtà è che tutti i Paesi sono attraversati da operazioni dei servizi segreti. Russi, europei, americani, israeliani. Se quelli di Mosca fossero davvero così influenti, forse i russi non sarebbero finiti così».
Cioè?
«Alle prese con una guerra impegnativa che dura da quattro anni e mezzo, quando nei loro piani iniziali doveva finire molto più in fretta. Non hanno dimostrato grandi capacità di analisi».
La guerra volge al peggio?
«Non vedo grandi schiarite. Siamo arrivati a un punto dove si è aperto un vaso di Pandora, e i russi potrebbero sfoderare strumenti più pesanti».
E dall’Europa non percepite vicinanza?
«No. Posso però dire che sentiamo il fiato sul collo delle imprese americane, che stanno tornando in Russia. Alcune sono già operative. E dunque, perdonate l’espressione, ci sentiamo cornuti e mazziati».
C’entra qualcosa Donald Trump?
«Non credo. È un modo di operare che prescinde dall’amministrazione di volta in volta al governo. Molto più semplicemente, quando devono difendere i loro interessi, anche commerciali, gli Stati Uniti non hanno dubbi. Lo fanno e basta».
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