di Mahmoud Mushtaha (+972 Magazine)
Articolo originale pubblicato sul sito +972 Magazine e tradotto per gentile concessione della testata. Per sostenere il lavoro di +972 Magazine è possibile donare tramite questa pagina.
Le luci si abbassano e, per un attimo, dimentico di stare guardando uno schermo. Si riempie dell’immagine di un tetto a Tel Aviv di notte, nero e grigio. La telecamera scende con una panoramica. Attraverso le finestre, vediamo persone che guardano a loro volta i propri schermi: coppie che si stringono l’una all’altra, che seguono le notizie, che mangiano. Sembrano completamente assorte nei loro mondi, e perché non dovrebbero esserlo?
È questa cosa che non riesco a superare, guardandoli: ecco com’è fatta davvero la sicurezza. Semplicemente una serata tranquilla, senza aerei militari che volano sulle loro teste, senza droni che ronzano incessantemente. Nel frattempo, uomini e donne sul tetto sopra di loro parlano con calma di come hanno deciso quanti di noi sarebbero morti in una data notte.
Sono i soldati, per lo più ufficiali dell’intelligence, che hanno aiutato Israele a portare a termine la distruzione di Gaza, e le cui testimonianze costituiscono la base di “NAZA”. Il documentario prende il titolo da un termine usato all’interno dell’esercito israeliano — l’acronimo ebraico di “danni collaterali” — che si riferisce al numero di persone che un attacco dovrebbe uccidere.
“NAZA” non mostra l’aspetto di quella violenza: la polvere, le urla, le chiamate in preda al panico per sapere chi è sopravvissuto, le madri che cercano i loro figli tra le macerie, i nomi dei propri cari dispersi condivisi freneticamente nei gruppi WhatsApp di famiglia, prima che la notizia devastante venga confermata. Ho vissuto tutto questo a Gaza.
Ma mentre guardavo il film, ho realizzato che, mentre noi eravamo ancora ignari degli orrori che ci attendevano, c’erano persone che osservavano, calcolavano e prendevano decisioni che avrebbero segnato il futuro di intere famiglie.
Questo è ciò che il film mi ha rivelato, una parte del crimine di cui ero a conoscenza ma che non ero mai riuscito a cogliere appieno: il momento prima della violenza, quando una vita umana sta scorrendo come sempre ma è già stata messa in conto come una perdita accettabile; quando una persona che sta cenando, è sdraiata a letto o parla con la moglie o il figlio, diventa un numero su uno schermo.
Ciò che mi ha sorpreso non è stata l’enorme vastità della strage, né tantomeno la sua freddezza, ma la competenza. Quanto sembrassero esperti i soldati nel film mentre descrivevano la distruzione delle vite altrui, con la calma di chi parla di una faccenda che ha già sbrigato molte volte.
Uno ha descritto il lavoro semplicemente come una “missione”. Un altro lo ha paragonato a un “videogioco”. Uno ha persino detto che era “molto divertente!”. E poi il pensiero a cui continuo a tornare anche molto tempo dopo la fine del film: questi non sono esseri umani, sono NAZA.
Un soldato ha raccontato di sapere esattamente cosa stessero facendo alcune di quelle persone nei momenti prima che le uccidesse. Ha ricordato di aver sentito un uomo parlare con sua moglie a letto. Un bambino che piangeva. Il suono della TV. Ha ascoltato tutto questo, e poi ha dato l’autorizzazione a sganciare la bomba.
Poi, ha spiegato, la sera usciva con gli amici e la mattina dopo tornava a farlo di nuovo. Per questi soldati israeliani, uccidere i palestinesi era semplicemente un compito che poteva essere messo in pausa e ripreso in un secondo momento.
Non c’era esitazione nelle loro voci, né la sensazione che stessero descrivendo qualcosa che fosse difficile da dire ad alta voce. Parlavano con la disinvoltura di chi ha imparato a fare questo, a parlarne e ad andare avanti dopo — come ha detto uno di loro, con “zero” considerazione per le vite che annientavano.
Uno sguardo dentro la macchina
“NAZA” rende visibili la pianificazione, il linguaggio, i sistemi e le decisioni che precedono il lancio di un attacco. Ma anche questa è solo una parte della storia.
Alcuni degli esecutori erano sul campo a Gaza, dove la stessa violenza diventa molto più diretta mentre si muovevano tra i quartieri palestinesi, entrando nelle case, dandole alle fiamme e imponendo “zone di morte”.
Eppure, per ogni atto descritto nel film, ce ne sono molti altri che non sono mai stati documentati e con cui non si faranno mai i conti: la sorveglianza costante, le restrizioni alla libertà di movimento, lo sfollamento di intere popolazioni. “NAZA” apre una piccola finestra sulla macchina della morte a Gaza, qualcosa di molto più grande di quanto qualsiasi film possa cogliere.
Un soldato ha descritto il suo lavoro come “sistematico”, e per lui era sinonimo di rassicurazione, di prova di professionalità. Ma la mia mente continuava a vedere le persone vittime di questi sistemi.
Durante tutta la proiezione, non sono riuscito a smettere di attribuire nomi ai luoghi in cui il film metteva i numeri. Ogni calcolo mi riportava alla mente un volto. Ogni riferimento alle vittime mi richiamava una strada. Ogni descrizione di un’operazione militare mi faceva pensare alle persone che avrebbero dovuto convivere con le conseguenze.
Quando un soldato ha descritto come le forze israeliane abbiano massacrato i palestinesi nei punti di distribuzione degli aiuti, ho pensato a mio cugino, Raed Majed Mushtaha, 35 anni, ucciso nel “massacro della farina” all’inizio del 2024 mentre cercava del cibo da portare alla sua famiglia. Mi sono ricordato del mio amico Youssef Maher Dawas, ucciso nella prima settimana del genocidio, il cui corpo è stato ritrovato in seguito sotto le macerie.
Altri soldati hanno descritto come l’esercito autorizzasse sistematicamente l’uccisione di 20 civili per catturare un singolo bersaglio di basso rango, e fino a 500 per catturare un obiettivo di alto livello. Questi bersagli, tuttavia, erano stati prevalentemente “incriminati” da un sistema di intelligenza artificiale che, come ammettono i soldati, era noto per commettere errori in circa il 15 percento dei casi: eppure li uccidevano comunque, insieme alle loro intere famiglie.
Mi sono sentito come inchiodato ascoltando quella frase. Ho pensato a mio zio Hisham Zafer Mushtaha, a sua moglie Hanan, ai loro figli Basel e Mohammed, e ai loro quattro nipoti Raged, Hisham, Lana e Abdrahman, tra i 3 e i 12 anni d’età. Li ho immaginati mentre venivano uccisi perché un algoritmo di intelligenza artificiale aveva ipotizzato che lì potesse esserci un bersaglio.
Per i soldati, questi momenti sono semplicemente parte di una “missione” quotidiana, nascosti da una macchina in una sequenza di comandi su uno schermo che termina con una pausa caffè. Per loro, Raed, Youssef, Hisham, Hanan, Basel, Mohammed, Raged, Hisham, Lana e Abdrahman sono tutti NAZA. Per me, sono persone che conoscevo e amavo, di cui aspettavo le telefonate, la cui assenza farà per sempre parte delle nostre vite.
È proprio questo che ho continuato a rifiutarmi di accettare per tutto il film: la facilità con cui una persona può scomparire nel linguaggio di un’operazione e diventare un semplice dato. Una volta che hai conosciuto qualcuno come essere umano, diventa quasi impossibile accettarlo come qualcosa di meno.
Per tanto tempo mi sono chiesto come fossero state uccise queste persone che conoscevo. Guardando il film, la mia mente continuava a tornare alla domanda opposta: come ho fatto a sopravvivere? Ho trascorso gran parte della mia vita a Gaza pensando che, siccome non appartenevo a nessuna fazione, sarei stato al sicuro. Credevo che se Israele stava giustificando le sue uccisioni davanti al mondo descrivendo coloro che uccideva come obiettivi militari, allora ne sarei uscito vivo, perché non ero uno di loro.
Ma la differenza tra me e le persone che ho perso potrebbe essere stata nient’altro che ciò che un algoritmo di intelligenza artificiale ha segnalato e ciò che qualcuno ha deciso, attraverso uno schermo a Tel Aviv, che fosse una quantità accettabile di NAZA. Ho realizzato, forse per la prima volta, che non c’era alcuna precauzione che avrei potuto prendere per garantirmi la sopravvivenza. Il fatto che io sia sopravvissuto è stato completamente casuale e del tutto fuori dal mio controllo. E quando ci penso, mi si stringe il cuore.
Più di un numero
Quello che voglio, guardando questo film, non è la catarsi. Ne ho avuta abbastanza. Proprio come insisto nell’attribuire nomi alle persone che i soldati avevano in programma di uccidere, voglio associare dei nomi ai soldati stessi — quelli che hanno detto che era “divertente” distruggere Gaza, che consideravano i palestinesi a Gaza come semplici dati statistici. Questo è l’unico modo in cui la natura “sistematica” della macchina di morte israeliana smette di fungere da scudo, uno scudo che permette ai responsabili di sentirsi meri ingranaggi.
Quando finalmente sono uscito dalla proiezione, ho capito cosa l’avesse resa così dolorosa. Ero entrato aspettandomi di vedere un film su Gaza. Ne sono uscito pensando a quanto poco di Gaza potrà mai essere racchiuso in un film, in un articolo, in una fotografia, in un numero. Avevamo raccontato al mondo cosa si provasse a vivere sotto quel cielo, quale suono avesse l’oscurità, e che dietro ogni numero c’era un padre, una madre, un nonno, un fratello o un amico.
Non ho avuto la sensazione che il film mi avesse finalmente dato una voce: sapevo di averne già una. Ciò che mi ha dato è stata la strana ed estenuante esperienza di sentire l’eco di cose che diciamo da anni per poi rendermi conto di come una stessa verità possa risuonare in modo del tutto diverso quando a pronunciarla è qualcun altro.
Quando il film è finito, ho chiamato la mia famiglia a Gaza, come faccio ogni sera. Li ho chiamati spesso per dire loro dove spostarsi, quale strada evitare, pensando di poterli tenere al sicuro. Ma ora, parlando con loro, continuavo a pensare alla sorveglianza e ai sistemi capaci di seguire i loro movimenti e trasformarli in un bersaglio.
Ma seduto lì dopo il film, un nuovo pensiero ha preso il sopravvento: e se le persone che li osservano sapessero dove si trovano più di me? E se potessero vedere ciò che io non riesco a vedere? La mia famiglia potrebbe essere seduta insieme, a bere il tè, a discutere di qualcosa di poco conto, a ridere di una battuta di uno dei miei fratelli — pochi minuti di vita ordinaria che appartiene ancora a loro — mentre da qualche parte, molto lontano, quegli stessi minuti potrebbero già essere diventati dati su uno schermo.
Immagine in anteprima: frame video rainews.it
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




