E
ra primavera nella casa entrò il sole
la finestra venne aperta
comparvero i colori del prato disteso in una
vallata di papaveri e malva
all’improvviso il rumore della pioggia impose il silenzio
e da quella casa uscirono le nostre voci simili al
richiamo degli uccelli quando volano sulle
teste autunnali dei giardini verso paesi più caldi
verso nuove frontiere –
pensai che quell’allontanarsi di uccelli e voci
fosse la ceralacca apposta sulle carte dei nostri viaggi
sulla contiguità fra nord e sud fra cielo e terra
o forse soltanto un modo di essere vivi al mondo
Vivi al mondo (2023) di Daniela Attanasio, vincitrice del Premio Strega Poesia Giovani nel 2024, con la nota in quarta di copertina di Isabella Leardini, la quale sottolinea una poesia “spontanea, misteriosa, accurata”. Specificatamente “in quest’ordine” continua la Leardini, “Vivi al mondo giunge ad una sintesi di tre elementi, una lingua tangibile e leggerissima, dolorosa eppure lucente”, e azzarderei invertire l’ordine di questi elementi in “accuratezza, mistero, spontaneità”. Accuratezza nel ritmo che si infiltra nella realtà come quando ti alzi la mattina e mentre aspetti che il caffè esca fuori, prima attendi che il profumo si dilati nelle narici, per poi sentire il suono della macchina del caffè, ma dal quel rumore capisci se il caffè è venuto buono. Che poi dipende da quanto caffè ci hai messo dentro e se coincide con l’acqua, e che tipo di macchinetta stai usando, se la classica moka oppure quella nordica che ha il buco laterale, e quindi la pressione esce di lato, ma soprattutto, la cosa più importante è che tipo di stato d’animo hai nel momento in cui scegli la quantità. L’umore in quel momento, come in ogni istante della nostra realtà, del nostro quotidiano, decide il risultato delle nostre azioni. Nella poetica di Attanasio, l’azione quotidiana assume un’aura realisticamente misteriosa, elencata nei movimenti del tempo il quale “ha una sua solitudine” come “lo spazio una solitudine il tempo”.
Il concetto di tempo e di spazio, torna spesso nelle sue poesie, in forma leggera, e nel suo essere così, disarma, come l’amore puro che si presenta all’improvviso e ti cambia la gravità, per farti rivivere al mondo.
ha una sua solitudine lo spazio una solitudine il tempo –
sono due idee che si curvano ma non si toccano
come le tende che scendono sui vetri della finestra
i libri schierati nelle loro rastrelliere
come le braccia quando si chiudono in un abbraccio
senza stringere nulla
solitudini inerti che non sanno niente delle mie paure –
non è la solitudine dell’aquila in montagna
né la solitudine di chi entra in clausura a spaventarmi
ma quella dell’acqua che nella cella del freezer
si cristallizza in un cubetto di ghiaccio
Per Daniela, l’amore è la poesia stessa, per la sua levità sulla pagina, per come si dirama nel paesaggio:
non si manifesta più è dall’altro capo del mondo
una figurina sottile e pallida al margine della strada
potrebbe essere lei che avanza lentamente con la borsa a tracolla
lo sguardo trasognato di chi ha perso la direzione
[…]
si può dire che la poesia scorra ripida come l’acqua
quando scende a pioggia o si chiude a getto in una pozza
[…]
una ripresa di fiato necessaria un modo di soffiare sul
fumo della nebbia fino a trovare
il verso indolore per scomparire
Ho letto questo libro in riva al Mar Jonio in Calabria, ed è stato come se fossi dentro la solitudine delle onde, maestose nelle loro esibizioni, e nel vento si ritiravano piccole piccole, dietro l’orizzonte, perché nel loro toccarsi, smembrarsi, nell’inutile tentativo di cambiare direzione, nella speranza che il vento potesse intensificare la loro portata e facendole così strabordare per gonfiarsi e unirsi ai tuoni che:
passano
alcuni in ritardo
incerti se lasciare
sverzano
come fossero in difetto d’aria
mentre l’autunno si piega all’inverno
e scende verso basse temperature
è sempre un affare di spazio e tempo
di due linee che avanzando parallele
non si toccano mai
In questo libro, spesso l’amore veste la dipendenza sull’onda “che spinge la sabbia che rientra” per precipitare “nel moto perpetuo delle cose che si attraggono”.
Il concetto di tempo e di spazio, torna spesso nelle sue poesie, in forma leggera, e nel suo essere così, disarma, come l’amore puro che si presenta all’improvviso e ti cambia la gravità, per farti rivivere al mondo.
Attanasio prende in esame i suoi ricordi che cuciono trame nel momento in cui scrive, quasi come se il suo corpo stesse volando su una mongolfiera e la mente ancorata alla terra. Dalla sospensione tra corpo e mente nascono i versi in una sorta di dipendenza consapevole:
Intorno alla punta dell’iride s’innescano residui memoriali
crescono piante innovative
si allungano le dita delle mani
gli occhi risvegliano la brillantezza del nero
il nero più profondo più oscuro
poi i soliti rituali per evocare il distante
il piccolo –
la piega del collo l’incavo delle braccia
la linea arcuata delle sopracciglia
la fascia larga al fondo della schiena
la goccia dell’orecchio
si assommano versioni sullo stesso ricordo –
era più consapevole allora della mia dipendenza?
ero più dipendente?
“La goccia nell’orecchio” riporta un’azione erotica, in questo gioco di attrazioni tra gli elementi, mi trovo pervasa dal desiderio di entrare in relazione con ciò che non viene detto, ma percepito nell’accuratezza delle parole, nella selezione consapevole dell’immagine che vuole trasferire, evitando di cadere nella riconoscibilità collettiva del concetto di vivere per amore, pertanto si scivola nei battiti del fiato:
eppure sento ancora il battito – un colpo una pausa un colpo
costa fatica restare sdraiata a braccia aperte
sul lenzuolo notturno ancora caldo –
sono le prime ore del mattino a schiudermi gli occhi
a scoprire il mio corpo raccartocciato nel letto
ecco l’odore forte del cane il suo pelo bagnato le lenzuola sporche
dalla finestra vedo un altare di nuvole
ma non si scorgono dèi impietosi solo cornacchie schierate
su aste di antenne che giorno dopo giorno come nere custodi
ritornano dal cielo su quel ferro ossidato
Avete presente quando vivete una storia d’amore irrisolta e costantemente si ripete un ciclo nel quale vi sentite incastrate, e come in un loop si cerca di cambiare il verso, magari anche andando a ritroso, nel tentativo di trovare un buco nel quale svanire. Riapparendo poi da un’altra parte, per ricominciare un’altra volta la storia, pensando così di aver saltato le leggi della fisica. Ma ecco che l’irrisolto ritorna, con un’altra faccia, o maschera, o entità, e di nuovo si ricasca nello stesso buco. Allora rimangono i sogni, all’interno dei quali ci tuffiamo per risolverci.
Nella sua poesia si delinea la forza dell’azione attraverso l’inattività del sogno nel senso più fisico che mentale, l’attività della resa onirica con le fondamenta della realtà.
Nei sogni, si mescola l’intenzione di voler riportare alla luce quel che si vuole risolvere, ma poi interviene la natura della cosa originaria e ti ritrovi sveglia ancor più confusa. Ti soffermi sui dettagli, e ti rendi conto quanto Madre Natura abbia giocato un ruolo fondamentale per la resa del risultato, nel sogno. Quanto il vento abbia soffiato, quanto il buio sia stato forte, quanto la terra sia stata morbida, quanto il sole abbia illuminato il volto della storia. Più che la trama in sé, i luoghi dello svolgimento, della fissità del corpo, dei continui cambiamenti da un luogo all’altro, nei sogni, può giocare un ruolo importante nella resa finale. Ecco, ho l’impressione che nella poetica di Attanasio i luoghi dei sogni siano integrati spontaneamente nei versi. Nella sua poesia si delinea la forza dell’azione attraverso l’inattività del sogno nel senso più fisico che mentale, l’attività della resa onirica con le fondamenta della realtà.
la cosa che chiamiamo anima non si è accorta subito
della mia scomparsa il corpo sì
all’inizio qualche puntura una frustata al petto come
bere acqua ghiacciata con quaranta di febbre
ero interdetta dai colpi di silenzio che riempivano la stanza
sempre più vicina a cedere all’inganno della fede
all’eco che arriva dalle onde elettromagnetiche del cosmo
ricordo le tue parole poco prima di morire –
lascio – hai detto – vado da un’altra parte
esco dalla città
Il libro si chiude con una breve prosa sulla poetessa Amelia Rosselli, amica di Attanasio. A lei e alla sua casa romana di Via del Corallo, dove Amelia ha vissuto gli ultimi anni, attorno alla sua tragedia familiare, perseguitata da voci immaginarie, (chissà se poi erano davvero solo immaginarie), Daniela restituisce una testimonianza intima, una sua personale visione di come la Rosselli vivesse nel quotidiano questo suo malessere che l’ha portata al suicidio:
[…] (mi piace ricordare il suo passo ondeggiante e incerto come se fosse sempre sul punto di varcare una soglia, i movimenti delle mani che avevano la leggerezza di due ali in volo, la qualità nuvolosa e grigia dello sguardo annebbiato dagli psicofarmaci).
Sullo sfondo di questo ricordo c’è una villa dove un fotografo era impegnato a ritrarre la poetessa appoggiata a una staccionata di recinzione. Su questa staccionata dopo i primi scatti andò a posarsi una busta di plastica azzurra portata lì dal vento.
Il fotografo smise di scattare le foto e andò verso la staccionata per spostare quell’oggetto incongruo che rovinava il suo servizio. Amelia lo fermò dicendo: “Ma perché? È così bella!”.
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Jonida Prifti
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