C’è qualcosa di irresistibilmente italiano nell’idea di risolvere il problema dell’eccessiva tassazione tassando qualcos’altro. È una forma di omeopatia fiscale: al contribuente che soffre per troppo Stato si prescrive altro Stato. È, in sostanza, la tesi sostenuta da Romano Benini su queste pagine. L’Italia tassa troppo il lavoro e troppo poco le successioni; bisogna dunque aumentare l’imposta sulle successioni e utilizzare il gettito per ridurre il cuneo fiscale. L’argomento possiede quella seducente semplicità che in economia dovrebbe sempre indurre a controllare il portafoglio.

Cominciamo dal presunto paradosso. Il lavoro, scrive Benini, sarebbe tassato al 45,8 per cento, l’eredità media allo zero. Poco oltre, l’eredità diventa tassata allo 0,05 per cento del PIL. La conclusione campeggia nel titolo: “l’Italia tassa il lavoro dieci volte più dell’eredità”. Il problema concettuale è che queste grandezze non sono comparabili. Il 45,8 per cento è un tax wedge, ossia il rapporto tra imposte personali e contributi sociali, inclusi quelli a carico del datore di lavoro, e il costo complessivo del lavoro per una specifica figura di contribuente. L’OCSE lo definisce precisamente in questi termini. Lo 0,05 per cento indica invece il gettito delle imposte successorie in rapporto al PIL. Nell’articolo compare anche un terzo dato, lo 0,5 per cento, ottenuto rapportando il gettito al valore stimato dei trasferimenti ereditari. Tre percentuali, tre denominatori e tre fenomeni economici diversi. Il loro accostamento può impressionare il lettore, ma consente di stabilire quante volte il lavoro sia tassato rispetto all’eredità non più che dividere mele per chilometri.

Ancora più curiosa è l’affermazione secondo cui un milione ereditato sarebbe esente, mentre “lo stesso milione, se guadagnato in una vita di lavoro dipendente”, avrebbe lasciato circa 450.000 euro tra fisco e previdenza. Il tax wedge OCSE, riferito a un lavoratore single che percepisce il salario medio in un determinato anno, viene così applicato retrospettivamente al reddito cumulato di un’intera vita lavorativa. Scompaiono progressività, detrazioni, variazioni delle aliquote, dinamica salariale, inflazione e mutamenti del sistema previdenziale. Scompare anche la circostanza, non propriamente marginale, che una quota consistente del cuneo è costituita da contributi ai quali corrispondono diritti previdenziali. Il calcolo funziona soltanto a condizione di dimenticare che cosa stia calcolando. La parte più istruttiva arriva però con le “esenzioni generose”, tra le quali Benini include i titoli di Stato. Qui il problema precede persino la politica fiscale, perché riguarda la natura giuridica ed economica dell’attività trasferita. Un milione di euro liquido e un milione di euro nominale in BTP non sono la stessa cosa.

Il possessore di un titolo pubblico è creditore dello Stato: ha messo capitale a disposizione del Tesoro e detiene in cambio un diritto contrattuale alla restituzione e alla remunerazione secondo le condizioni dell’emissione. Alla sua morte, l’erede subentra in quel rapporto obbligatorio. Eredita, in altri termini, un credito verso lo stesso soggetto che pretende di tassarne la trasmissione. La ratio del trattamento fiscale dei titoli pubblici diventa allora meno misteriosa. Lo Stato attribuisce loro condizioni fiscali favorevoli perché ha interesse a rendere appetibile il finanziamento del proprio debito. I relativi rendimenti, peraltro, sono assoggettati all’aliquota del 12,5 per cento. Il risparmiatore presta dunque allo Stato capitale formato attraverso il proprio patrimonio; lo Stato remunera quel prestito e tassa il rendimento. Benini considera l’esenzione successoria del titolo come una semplice largesse al rentier perché ignora il rapporto finanziario che l’ha originata.

Naturalmente il legislatore potrebbe decidere di assoggettare anche i titoli pubblici all’imposta successoria. La questione interessante comincerebbe precisamente a quel punto. Quale effetto avrebbe la modifica sulla domanda domestica di debito sovrano? Quanto capitale verrebbe riallocato verso strumenti finanziari alternativi? Di quanto dovrebbe eventualmente aumentare il rendimento richiesto dal mercato per compensare il peggioramento del trattamento fiscale? Quale sarebbe l’effetto marginale sul costo di rifinanziamento del Tesoro? Sono domande particolarmente pertinenti per un Paese con tremila miliardi di debito pubblico. Eppure l’articolo contabilizza il maggiore gettito senza attribuire alcun costo alla modifica degli incentivi. Benini stima che un allineamento alla media G7 produrrebbe 5-5,5 miliardi l’anno e procede immediatamente a spenderli in riduzioni del cuneo fiscale. In questa contabilità i contribuenti, dopo l’aumento dell’imposta, continuano serenamente a detenere gli stessi patrimoni, negli stessi strumenti, nelle stesse giurisdizioni e con le stesse modalità di trasferimento.

La letteratura economica è meno fiduciosa. Anche l’OCSE, generalmente favorevole a un maggiore ricorso a imposte successorie ben disegnate, considera espressamente gli effetti sul risparmio, sull’accumulazione patrimoniale, sulle donazioni inter vivos, sulla pianificazione fiscale e, soprattutto per i patrimoni maggiori, sulla mobilità dei contribuenti. Le evidenze disponibili suggeriscono che tali effetti possano essere abbastanza contenuti, ma non inesistenti; la loro dimensione dipende inoltre dal disegno concreto dell’imposta. La proposizione di Benini secondo cui l’imposta successoria “non scoraggia né il lavoro né l’impresa di chi la paga” concede dunque alla certezza ciò che la letteratura continua prudentemente a lasciare all’analisi empirica.

Esiste poi una questione ancora più elementare. Il patrimonio ereditato non nasce fiscalmente il giorno della morte. Possiede una storia, e con quella storia bisogna fare i conti. Può provenire da redditi sui quali è già stata pagata l’IRPEF, da utili societari assoggettati a imposizione, da risparmio accumulato, da immobili acquistati con reddito netto e gravati durante il possesso, da investimenti i cui rendimenti sono stati tassati. Ciò non rende per definizione illegittima un’imposta successoria, ma impedisce di descrivere il patrimonio ricevuto dall’erede come ricchezza fiscalmente vergine sulla quale lo Stato, fino a quel momento, avrebbe cortesemente omesso di presentare il conto. È significativo che la stessa OCSE, nel sostenere l’utilità delle imposte successorie, collochi la questione all’interno dell’imposizione complessiva del capitale e riconosca che l’argomento in loro favore è particolarmente forte quando redditi da capitale e patrimonio sono altrimenti tassati poco. La desiderabilità dell’imposta dipende quindi dalla struttura dell’intero sistema fiscale, dalle franchigie, dalla base imponibile, dalle esenzioni, dalle interazioni con le altre imposte e dalle risposte comportamentali. Ridurre tutto alla contrapposizione morale fra “ricchezza prodotta” e “ricchezza ricevuta” appartiene alla scienza della campagna elettorale ma non alla scienza delle finanze.
Rimane la premessa dell’articolo, sulla quale è difficile dissentire: l’Italia tassa il lavoro in misura eccessiva.

Da questa constatazione, tuttavia, non discende logicamente che occorra aumentare l’imposta sulle successioni. Quella è una scelta distributiva, sostenibile con argomenti politici più o meno rispettabili, ma richiede di essere discussa come tale. Si può preferire un sistema che trasferisca parte del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza ereditata; si può ritenere che ciò favorisca la mobilità sociale; si può persino giudicare desiderabile una maggiore progressività intergenerazionale. Sono tutte tesi che meritano un dibattito serio. Proprio per questo non hanno bisogno di essere sostenute confrontando aliquote con percentuali di PIL, trasformando contributi previdenziali in imposte, trattando un BTP come contante e ipotizzando miliardi di gettito aggiuntivo senza che un solo contribuente modifichi il proprio comportamento.

Alla fine, depurato dai numeri che non possono essere confrontati e dalle conseguenze economiche che non vengono considerate, l’argomento si riduce a una preferenza politica perfettamente riconoscibile: tassare meno chi produce reddito facendo pagare di più chi riceve patrimonio. Nulla vieta di sostenerla. Sarebbe anzi più interessante discuterla apertamente, invece di presentarla come il risultato inevitabile dell’aritmetica. Marx non pretendeva di combattere la lotta di classe con un foglio di lavoro Excel e coi conti sbagliati.

 

Autore

*Direttore politico, Italia Atlantica-Laboratorio per il progetto neocon




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Bepi Pezzulli*

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