Si è conclusa al Rifugio della Gigliara, nel bosco di Polia, nel Vibonese, la terza edizione del Focufestival, organizzato dall’Associazione Curandera.

Tra fuoco, tradizioni, meditazione, trekking, musica e cucina calabrese, il festival ha sperimentato un’idea di turismo lontana dalla velocità e dal consumo mordi e fuggi. Nella seconda parte sono arrivati visitatori dalla Toscana, dal Veneto e dal Lazio, alla ricerca di una Calabria diversa: lenta, autentica, immersa nella natura.

Un’edizione diversa dalle precedenti, ma tra criticità e difficoltà è nata una riflessione sul rapporto tra uomo, natura, identità e benessere.

Abbiamo intervistato a Sara Grillo, Associazione Curandera, anima di questa straordinaria iniziativa.

Sara Grillo, la terza edizione del Focufestival è stata diversa dalle precedenti. Che cosa è successo?
«Alla prima edizione siamo stati tutti e tre i giorni sulle frequenze del cuore. Tutto è fluito in amore, empatia e condivisione. Alla seconda è accaduta la stessa cosa: il cuore ha guidato le dinamiche e le azioni. D’altronde noi ci definiamo una tribù. Alla terza edizione, invece, qualcosa è andato diversamente. È stato più difficile mantenere quella stessa atmosfera di armonia e di benessere. Ma proprio questa difficoltà ci ha permesso di capire qualcosa di importante».

Che cosa avete scoperto?
«Che il rapporto con la natura, con il silenzio e con la lentezza non è affatto scontato. Nel bosco alcune persone hanno vissuto un disagio profondo. Erano arrivate con le abitudini della città e si sono trovate davanti a un ritmo completamente diverso: il buio della notte, il vento tra gli alberi, l’assenza di rete, di notifiche e di distrazioni continue».

Perché il silenzio può diventare un problema?
«Perché forse non siamo più abituati a stare nel silenzio. Qualcuno ha cercato immediatamente un’alternativa, un riparo da quello che percepiva come un vuoto. Ma quel vuoto, in realtà, può essere uno spazio prezioso. Il bosco ti chiede di rallentare, ascoltare e restare. E quando vengono meno le distrazioni, rischiamo di trovarci faccia a faccia con noi stessi».

È quindi una difficoltà che va oltre il festival?
«Assolutamente sì. Quel disagio è il sintomo di un malessere più ampio della nostra società. Viviamo in un tempo che corre e che misura tutto attraverso produttività, risultati, like. Abbiamo perso il contatto con i tempi lenti, con il corpo, con la terra. Riempiamo ogni spazio e ogni silenzio perché spesso abbiamo paura di ciò che potremmo incontrare dentro di noi».

Anche le nostre “ombre”, come le definiva Jung?
«Sì. Nel bosco, senza distrazioni, possiamo incontrare entrambe le parti di noi: la luce e l’ombra. Forse abbiamo una paura atavica di vedere quelle parti che consideriamo meno belle. Il bosco, invece, non giudica. Ti mette semplicemente davanti a te stesso».

Quindi il disagio non va considerato necessariamente come qualcosa di negativo?
«No. Il disagio può essere un segnale. Non è un errore. Può dirci che c’è qualcosa che dobbiamo ritrovare. Anche in uno spazio attrezzato e sicuro come il Rifugio della Gigliara, il primo passo è riabituarsi alla natura, alla lentezza, all’ascolto. Le radici fanno rumore solo se hai il coraggio di fare silenzio e ascoltare».

E il fuoco e le tradizioni quale ruolo hanno avuto nel festival?
«Sono stati centrali. Abbiamo fatto il formaggio come una volta, a fuoco lento, con le mani e con i gesti di chi ci ha preceduto. Abbiamo cucinato direttamente sulle braci pane, patate e verdure di stagione. Sono sapori che raccontano un’identità e la memoria di una montagna che lavora, produce e accoglie».

E poi c’è stato il fuoco come momento di comunità.
«Sì. La sera ci siamo ritrovati intorno alle fiamme con i tamburi, attraverso il ritmo e il richiamo di antichi rituali. Mani, terra e musica diventano un modo per stare insieme e sentire le proprie radici. Abbiamo poi proposto momenti di ascolto guidato e meditazione, per imparare a fermarsi: prima il respiro, poi il bosco, poi se stessi».

La seconda parte del festival ha però mostrato un’altra faccia dell’esperienza.
«È stata una sorpresa molto importante. Sono arrivati turisti dalla Toscana, dal Veneto e dal Lazio. Non cercavano un concerto o un semplice weekend da consumare velocemente. Cercavano una vacanza diversa, lenta, legata al benessere autentico e alla natura».

Come hanno vissuto questa esperienza?
«Hanno dormito nelle tende e alcuni nei camper, tra gli alberi. Hanno fatto trekking, passeggiate in meditazione, camminato, impastato, suonato, assaggiato prodotti e vissuto il territorio. Cercavano identità, non soltanto relax».

È da qui che nasce l’idea di una Calabria del turismo lento?
«Sì. È forse la consapevolezza più forte che ci lascia questa edizione. Abbiamo capito che c’è fame di questo tipo di esperienza. La Calabria non deve essere raccontata soltanto attraverso il mare. Possiamo offrire montagne, boschi, rifugi attrezzati, tradizioni, fuoco, tamburi, formaggio e soprattutto silenzio».

Un turismo che può diventare anche una forma di benessere?
«Esattamente. Un turismo che parte dalle tradizioni per costruire il futuro. Un turismo che cura, che resta, che fa bene alle persone e al territorio. La Calabria ha radici profonde. Se impariamo a raccontarle e a valorizzarle, possono diventare una delle nostre grandi forze».

Il Focufestival, dunque, lascia una criticità ma anche una prospettiva.
«Sì. Non vogliamo nascondere ciò che non ha funzionato. Anzi, quella criticità è stata utile. Ci ha fatto capire dove dobbiamo lavorare. Ma allo stesso tempo ci ha mostrato una direzione: costruire una proposta di turismo lento e di benessere che abbia nella natura e nell’identità calabrese il suo punto di forza».

Qual è, allora, il significato più profondo di questa esperienza?
«Forse proprio questo: il vero fuoco sacro da accendere è la nostra identità e il nostro benessere. Il Focufestival nasce anche per riallenare la capacità di stare, di sentire e di appartenere a qualcosa di più grande. E il bosco, in questo percorso, non è soltanto uno scenario. È parte dell’esperienza».

Il Focufestival si è svolto con il patrocinio e il sostegno del Comune di Polia (VV), che ha contribuito alla realizzazione dell’iniziativa e alla valorizzazione di un territorio dove natura, memoria e comunità possono diventare parte di una nuova idea di accoglienza.


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Riccardo Montanaro

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