Il prezzo del carburante corre ma la domanda crolla. Un paradosso che riaccende il dibattito su accise, extraprofitti e margini della filiera. Il governo promette interventi, ma per milioni di italiani il pieno resta una stangata

Un click metallico, secco. Poi l’odore dolciastro e acre del gasolio che scatta al distributore, mentre il display a cristalli liquidi macina numeri a una velocità che fa venire il voltastomaco. Due euro al litro. Due euro e sette centesimi. Guardi il tabellone luminoso nell’afa dell’asfalto e capisci che la vacanza, la parentesi sospesa di chi cerca di dimenticare i conti di casa, è già finita lì, tra una pistola di plastica nera e una carta di credito che scotta.

Non è un mistero, non è una fatalità. È una resa. L’analisi muove i passi dalle lucidissime considerazioni dell’economista e divulgatore Angelo Vaccariello, che spoglia la questione da ogni infingimento. Siamo di fronte a un meccanismo perverso dove i conti non tornano mai per chi sta al volante. Il Mimit e i bollettini ufficiali registrano cifre da capogiro proprio nei giorni in cui l’Italia s’incanala nei controesodi. La favola che ci raccontano da mesi alla TV e nelle clip patinate sui social ha sempre la stessa trama, che è colpa del mercato globale, è la guerra in Iran, è il collo di bottiglia della raffinazione internazionale. Balle. O meglio, una mezza verità usata come scudo di cartone per coprire l’incapacità o la malafede politica.

Ci avevano promesso mari e monti. L’attuale presidente del Consiglio, quando era all’opposizione con la videocamera del telefono in mano, gridava allo scandalo di fronte al gabello delle accise. Diceva che uno Stato serio non deve guadagnare sul sangue degli automobilisti. Poi è arrivata al governo e la lezione di realtà è finita nel cassetto dei ricordi sgraditi. Si sono inventati il taglio condizionato, la “sterilizzazione temporanea”, i tamponi d’urgenza scattati in primavera. Pannicelli caldi per un malato di cancro. Un pannicello scaduto, peraltro, con l’ombra della fine del taglio dell’accisa che minaccia di far compiere al diesel l’ennesimo balzo letale sulle spalle di chi torna al lavoro.

Perché la verità è brutale, sostiene Vaccariello, se tagli una manciata di centesimi sul valore dell’accisa ma non metti un freno all’avidità della filiera, stai solo regalando soldi al vento. I distributori non tagliano il ricarico, i giganti della raffinazione si ingrassano e il portafoglio dell’italiano medio galleggia in un mare di usura autorizzata.

Poi senti parlare gli accademici. Quelli che pontificano dai salotti televisivi con la cravatta annodata stretta e il tono di chi ha capito tutto della vita senza aver mai dovuto fare un chilometro in riserva. “È l’effetto della domanda”, ripetono come un mantra liturgico. “Se i consumi calano, il prezzo scenderà. Funziona così la legge fondamentale dell’economia”.

Bello. Bellissimo. Peccato che i dati ufficiali dell’UNEM, l’Unione Energie per la Mobilità, gente che non fa filosofia ma numeri, dicano esattamente il contrario. A luglio 2026 i consumi di gasolio per autotrazione sono crollati dell’8,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Più di otto punti percentuali in meno. Un crollo verticale. Secondo la logica da manuale dei cattedratici, le pompe avrebbero dovuto svuotare i listini. Invece cosa è successo? La benzina e il diesel sono saliti alle stelle.

Siamo di fronte a un paradosso economico che ha un nome chiarissimo, scolpito nella realtà e cancellato dal vocabolario della politica: speculazione pura.

Quando la domanda scende e il costo per il cittadino sale, significa che la catena del valore si è trasformata in un cappio. Chi sta guadagnando su questo disastro? Certo, ci sono i blocchi geopolitici, il petrolio greggio fermo nelle stive per le crisi in Medio Oriente. Ma la responsabilità interna è un macigno. In Italia ci sono colossi energetici, anche a partecipazione statale, che accumulano extraprofitti miliardari. Bilanci da record approvati con il brindisi degli azionisti mentre la gente comune calcola se può permettersi la spesa della settimana o l’autostrada per andare a lavorare.

E il governo cosa fa? Evita di toccare quei profitti sacrileghi. Non parla di tassazione vera sugli extraprofitti, non azzarda una sterilizzazione dell’IVA che riduca quel 22% mostruoso che trasforma ogni rincaro del greggio in una tassa occulta per le casse dello Stato. L’esecutivo è un complice silenzioso. Più sale il prezzo alla pompa, più incassa in tasse percentuali. Un perverso conflitto di interessi dove lo Stato si arricchisce sul salasso dei propri cittadini.

Ma noi siamo in Italia. Un Paese addormentato. La gente torna a casa con l’ansia delle bollette di luce e gas che a settembre e ottobre faranno saltare tutti sulla sedia, eppure l’attenzione pubblica scivola via. Ci si accapiglia sui social per il caso mediatico del momento, si discute dell’ultima puntata di Report o della polemica contro Sigfrido Ranucci, mentre il carburante nel serbatoio evapora insieme ai risparmi.

Provate a immaginarlo, anche solo per un istante. Due giorni. Basterebbero due giorni di sciopero generale del volante. Due giorni in cui tutti coloro che devono andare al lavoro decidono di lasciare la macchina piantata in garage, azzerando le vendite di qualsiasi impianto dal Brennero a Lampedusa. Due giorni di vuoto cosmico nei piazzali dei distributori. Scommettiamo che la “legge di mercato” di quei luminari ritroverebbe d’incanto la sua efficacia? Scommettiamo che i prezzi crollerebbero nel giro di una notte?

Ci piacerebbe prenderli uno per uno, quei professori pagati a peso d’oro per spiegarci come funziona il mondo dalla loro campana di vetro, e portarli sul piazzale di una stazione di servizio di periferia. A guardare le mani di un operaio che contano i venti euro da infilare nell’accettatore automatico. La teoria è perfetta nei libri di testo. Sull’asfalto rovente di agosto, però, è rimasta soltanto una certezza: il conto lo paga sempre lo stesso fesso, nell’indifferenza generale.


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Gianfranco Donadio

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