Una ‘’quercia’’ del pensiero critico del terzo millennio che ha messo a nudo le pratiche e gli effetti devastanti del tecnocapitalismo e delle derive autoritarie di sfruttamento, di conflittualità che puntano al profitto e ad annullare idenittà e dignità. E Morin, figura eclettica, dalle mille definizioni, come lo descriva Santa De Siena, nelle riflessioni che seguono, ha lasciato un esempio concreto di buone pratiche per attraversare le acque inquiete e spesso torbide del quotidiano affidandosi alla reliance,’’ un neologismo da lui coniato che unisce le parole francesi relier (unire/collegate) e alliance (alleanza), che agita come atto morale di resistenza per connettere ogni individuo alla comunità di destino’’. Una bussola, per stare ai termini marinari, che aiuta a districarsi nel sistema della complessità. E, tecnicismi a parte, Santa De Siena, che l’ha frequentato e apprezzato il pensiero, ci offre tanti spunti ed esempi per comprendere, analizzare, quanto accade e dovrà accadere in una ‘’Comunità’’ in evoluzione. Ne evidenziamo un passaggio che rafforza l’autonomia di scelta, decisionale di quanti non hanno portato il ‘’cervello all’ammasso del pensiero unico e indifferente come ripete un modo di pensare e di fare . “…Abbiamo bisogno -scrive Santa De Siena- di applicare la complessità alla complessità del vivere e del mondo, farla diventare il nostro abituale stile di pensiero, il nostro modo di esistere e di comprendere i problemi del nostro tempo. Cogliere consapevolmente la sfida che Morin ha lanciato e lasciato, e portarla avanti. Fare nostro “lo spirito della valle” e rigenerare la Democrazia cognitiva, perché: ciò che non si rigenera è destinato a perire.
“L’unica conoscenza che valga è quella che si alimenta di incertezza e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria distruzione”.
Edgar Morin
Edgar Morin avrebbe compiuto 105 anni il prossimo 8 luglio, e mi mancherà quell’appuntamento per gli auguri del suo compleanno, quando la risposta alla mia mail giungeva pochi minuti dopo averla inviata. Così lucido, attento e affettuoso era Edgar Morin nel coltivare i rapporti, le relazioni, gli affetti, le amicizie e le speranze. La sua era pratica ed etica della reliance, un neologismo da lui coniato che unisce le parole francesi relier (unire/collegate) e alliance (alleanza), agita come atto morale di resistenza per connettere ogni individuo alla comunità di destino.
Una prodigiosa singolarità della natura la sua, un unicum, un ultracentenario nel Pantheon dei Centenari storici, insieme a Claude Lévi-Strauss, Eric Hobsbawm, Jurgen Habermas, Rita Levi Montalcini, Norberto Bobbio, Ernest Junger; memoria vivente di menti che hanno influenzato la cultura del XX e XXI secolo.
Come singolare è il titolo autoironico di uno dei sui ultimi lavori Ancora un momento, come disse al boia la contessa Du Barry, nel 1793, prima di essere ghigliottinata. Quasi ad esprimere un ultimo desiderio: fermare il tempo per completare l’opera e poi dirci addio. Cosa che ha fatto ne Le lezioni della storia recentemente pubblicato, nel quale concentra un’intera vita di storia vissuta con osservazioni, esperienze, dubbi e incertezze per farci apprendere ad apprendere che la storia non obbedisce né a leggi né a direzioni prefissate. Avanza nella contraddizione, sotto il segno dell’imprevedibile.
Edgar Morin non è stato soltanto un pensatore originale, un teorico, un sociologo, un filosofo, un antropologo, un poeta, uno scrittore, un epistemologo, uno storico, un politologo, un pedagogista (in tanti hanno letto La testa ben fatta, I sette saperi) e un divulgatore di fama internazionale, ma anche uno scrittore, saggista, regista, conosciuto in tutto il mondo per i suoi libri tradotti e letti in più di quaranta lingue.
Dell’intera sua opera colpisce l’unità di mente-corpo, l’inseparabilità tra vita e gioia di vivere, l’originalità del pensare, il candore entusiastico, la poeticità del vivere in una intrinseca relazionalità con il mondo. Ne sono testimoni le sue Autobiografie: «Penso il mondo e penso me stesso in modo inseparabile», o l’affresco storico di un secolo vissuto dal suggestivo titolo I ricordi mi vengono incontro, nel quale ha narrato storie di sé e dell’Europa, e ricostruito analisi storico-politiche.
Morin è stato soprattutto, come l’ho definito in occasione del suo centenario, un ecologista planetario, il teorico della complessità, del pensiero ecologico, un pensiero transdisciplinare esposto nell’opera monumentale in sei volumi de La Méthode scritti tra il 1977 e il 2004. Metodo anticipato dalla svolta paradigmatica del 1973, Le Paradigme perdu: la nature humaine.
E’ dentro tale teoria che vediamo all’opera la complessità, dove troviamo le innumerevoli connessioni, le interdipendenze più straordinarie in e tra i saperi situati, non solo tra le discipline umanistiche e scientifiche, ma tra le asimmetrie della società-mondo, tra i pensatori e le filosofie, tra le differenti sensibilità culturali e artistiche, tra gli eventi del passato e le urgenze del presente, tra l’insufficienza delle politiche dei governi e la gravità delle crisi ecologiche, tra le molteplici e sistemiche crisi di civiltà, le policrisi, e la ricerca della via d’uscita.
L’impegno costante nel ribadire la comune appartenenza alla nostra Terra-Patria, a sviluppare una coscienza ecologica, con un afflato sempre aperto alla fraternità umana. In ogni forma ha sostenuto la riforma del pensiero, la rigenerazione della democrazia e delle relazioni umane attraverso la comprensione, quella che Ivan Illich ha chiamato la convivialità.
Per Morin la complessità non è solo metodo d’indagine ma anche etica, filosofia, pedagogia, modo di pensare e vivere la reliance, un’antropolitica capace di ristabilire le relazioni ecosistemiche tra gli esseri umani nella società, tra i popoli, tra i viventi e la biosfera. Un universo complesso di auto-eco-organizzazione nel quale soggettività bio-logiche ed eco-logiche interconnesse cooperano in uno spazio-tempo ricco di relazionalità dove non si danno idee dominanti, ma differenze.
Il suo pensiero enciclopedico, poligrafico sfugge a ogni determinismo, rivolto sempre ad esplorare con categorie nuove il «mistero dell’organizzazione dell’Universo». Figlio di Rousseau e Pascal, Morin è rimasto sempre fedele all’insegnamento scettico di Montaigne, e da lui diceva di avere ereditato la «lotta permanente contro la maschera della pseudo-oggettività», mentre di Diderot conservava la «misteriosa connessione fra le differenti dimensioni dell’esistenza». Per poi in-tessere la crisi del soggetto e la fine della metafisica con lo strutturalismo di Lacan, Foucault, oltre che di Deleuze, Derrida. Mentre nelle teorie scientifiche ha, invece, riposto la sua fiducia nel fallibilismo di Popper e nell’indecidibilità logica del teorema di Gödel.
Con il suo paradigma della complessità, ha inventato un linguaggio inedito, ha creato nozioni e termini, coniato parole nuove, stabilito collegamenti interdisciplinari, L’autos, il bios, anteposto ad ogni formula paradigmatica serviva ad accentuare l’autonomia dei sistemi viventi, l’ambivalenza dei processi e la molteplicità delle connessioni tra natura e cultura. “Tutto è connesso”, e affermava: “il riduzionismo è immorale”, asfissiato dalla semplificazione e dall’iperspecializzazione.
Pensare la complessità – complexus vuol dire “ciò che è tenuto insieme” – significa acquisire una coscienza ecologica planetaria, “ri-legare” e “connettere” l’umano al bios e ristabilire le reti della vita necessarie alla vita. Come in natura tutti gli esseri viventi sono inter-dipendenti e non cessano di relazionarsi, convivere e coevolvere insieme, così è necessario unire le discipline, le conoscenze, i popoli in una nuova organizzazione inter-trans-disciplinare dei saperi fisici, biologici e antropologici. Una prospettiva che mi ha talmente affascinato, alla quale ho dedicato la mia vita e la pubblicazione di un volume: La Sfida globale di Edgar Morin.
Ne La Via. Per l’avvenire dell’umanità, ha delineato un cammino riformatore di rigenerazione alle diverse crisi del nostro tempo. Dove mondialismo, sviluppismo, tecnologie, manipolazione genetica e controllo dell’informazione si scontrano in modo antagonista e non complementare con gli inediti fenomeni emergenti del tecnocapitalismo sempre più simile al tecnofascismo.
Ma la sua, come la nostra, è una speranza non disperante di fronte ai destini del pianeta, e a ragione amava dire: «Mi sono sentito in contatto con il patrimonio del pianeta, animato dalla religione di ciò che unisce, dal rifiuto di ciò che rifiuta; animato da un’infinita solidarietà».
Tuttavia, nonostante il successo e la fama internazionale di Morin nelle accademie, nelle scuole e tra gli studiosi e studiose, la riforma del pensiero della complessità che mette al centro l’idea di auto-organizzazione non ha trovato ancora un riscontro reale tra i saperi, nei sistemi universitari, nelle discipline umanistiche, scientifiche e mediche, nelle imprese, nell’economia, nell’informazione, nei rapporti politici tra gli stati, dove prevale ancora la separazione, la disunione e la scissione.
Mai come oggi abbiamo, invece, bisogno di pensare in modo complesso, perché le policrisi del nuovo millennio vedono l’intrecciarsi e l’accelerarsi di una molteplicità di crisi, ambientale, politica, demografica, scientifica, economica, e l’emergere di fenomeni estremi, cambiamenti climatici, guerre, migrazioni, povertà, conflitti e nuovi poteri geopolitici sempre più devastanti, mentre il mondo è dominato fideisticamente dall’idea di progresso, di sviluppo, di crescita, da una razionalizzazione economicista prepotente, predatoria, incurante delle ingiustizie, dei destini futuri dell’umanità e del pianeta.
Morin, fedele alla sua sociologia del presente, ha messo in questione la civiltà neoliberista, mostrando quanto il regresso e il malessere psichico accompagnassero il progresso del benessere materiale. E dimostrato come lo sviluppo scientifico e tecnico non abbia prodotto alcun progresso morale: Auschwitz, Hiroshima, Gaza ne sono le tragiche prove.
Abbiamo bisogno di applicare la complessità alla complessità del vivere e del mondo, farla diventare il nostro abituale stile di pensiero, il nostro modo di esistere e di comprendere i problemi del nostro tempo. Cogliere consapevolmente la sfida che Morin ha lanciato e lasciato, e portarla avanti. Fare nostro “lo spirito della valle” e rigenerare la Democrazia cognitiva, perché: ciò che non si rigenera è destinato a perire.
Mancherà molto al mondo intero! Mi mancherà molto questo singolare Maestro, l’unico maestro di vita che ho avuto e che mi ha insegnato tanto. Proprio il suo complesso pluriverso di differenze e di mondi vitali mi ha permesso di connettere la critica femminista all’impegno ecologico e farmi intravedere la possibilità di un nuovo immaginario femminista ed ecologista capace di risignificare positivamente la nozione di biopolitica, l’aspirazione a un modello societario paritario alternativo al patriarcato maschile nella prospettiva ecopolitica di un nuovo egualitarismo ecosistemico.
Ciao Edgar
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Franco Martina
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