Il Rendiconto sociale 2025 dell’Inps evidenzia un netto calo delle pensioni anticipate in Italia, causato principalmente dalle restrizioni governative che hanno reso più difficile l’uscita precoce dal mondo del lavoro. Mentre i pensionamenti anticipati sono crollati di circa il 29% in tre anni, le pensioni di vecchiaia sono aumentate considerevolmente a causa dell’innalzamento dei requisiti anagrafici minimi. Le donne risultano le più penalizzate da questa tendenza, subendo gli effetti del drastico ridimensionamento di “Opzione Donna” e di carriere lavorative spesso frammentate.

Anche misure come “Quota 103” sembrano aver perso attrattività a causa di calcoli contributivi meno vantaggiosi e finestre di uscita più lunghe. Il settore del pubblico impiego registra la trasformazione più marcata, con un raddoppio quasi totale delle uscite per vecchiaia a discapito di quelle anticipate.

Si esce dal lavoro sempre più tardi e l’assegno dei pensionati è sempre più leggero.

Nel 2025 le pensioni previdenziali complessivamente liquidate in Italia sono scese a 834.658, segnando un calo del 5% (pari a 43.711 trattamenti in meno) rispetto alle 878.369 del 2022. Tuttavia, il vero e proprio crollo ha interessato le pensioni anticipate, passate da 270.798 nel 2022 a 192.157 nel 2025: un taglio del 29% che si traduce in quasi 79mila uscite anticipate in meno.

Il sorpasso delle pensioni di vecchiaia

La tendenza si riflette chiaramente nel progressivo allungamento dell’età pensionabile stabilito dall’esecutivo. Dal prossimo gennaio si potrà accedere alla pensione di vecchiaia solo a 67 anni e un mese, soglia che salirà ulteriormente a 67 anni e tre mesi a partire dal 2028.

Questo inasprimento ha generato una storica inversione di tendenza nei flussi pensionistici. L’analisi condotta dall’Osservatorio previdenza Cgil, sui primi semestri dal 2023 al 2026, mostra la progressiva contrazione della flessibilità in uscita.

Se nel primo semestre del 2023 le pensioni anticipate erano ancora in maggioranza (108 mila contro 94 mila di vecchiaia), il rapporto si è ribaltato già nel 2024 (103 mila di vecchiaia contro poco meno di 100 mila anticipate).

La forbice si è allargata costantemente: nel 2025 si sono registrate quasi 118 mila uscite per vecchiaia contro 98 mila anticipate, fino ad arrivare al primo semestre del 2026, in cui il distacco è diventato netto, con 132 mila pensioni di vecchiaia a fronte di 100 mila anticipate. Le pensioni di vecchiaia hanno infatti registrato una crescita ininterrotta, pari a circa il 10% nel 2024, al 15% nel 2025 e al 12% nel 2026.

Nel complesso, quindi, mentre le pensioni anticipate sono diminuite di circa 8.000 unità, quelle di vecchiaia sono salite di quasi il 41% (+38.000 unità).

La stretta sulle vie d’uscita: Quota 103 e Opzione Donna

A determinare questa situazione è la progressiva chiusura o il depotenziamento dei canali di uscita anticipata prima del limite ordinario. Tra le misure più penalizzate spicca Quota 103, resa decisamente meno conveniente rispetto ai parametri originari che prevedevano l’uscita a 62 anni di età e 41 di contributi. Negli anni, la misura è stata gravata dal passaggio al calcolo interamente contributivo, dall’introduzione di un tetto massimo all’assegno, dall’allungamento delle finestre di attesa e dalla presenza di un incentivo economico per chi decide di restare al lavoro.

Ancora più drastico è stato l’intervento su Opzione Donna, ormai quasi eliminata. Le pesanti limitazioni ne hanno ristretto l’accesso a una cerchia piccolissima di lavoratrici, innalzando l’età anagrafica e limitando la platea esclusivamente a caregiver, invalide, licenziate o dipendenti di imprese in crisi. Inoltre, nel 2026 la misura non è stata prorogata, rimanendo accessibile solo a chi aveva già maturato i requisiti in precedenza.

Il prezzo più alto lo pagano le donne

L’erosione della flessibilità non ha colpito tutti allo stesso modo. Le donne subiscono il 66% del calo complessivo delle pensioni anticipate. Secondo i dati della Cgil, le uscite anticipate femminili sono scese da circa 36.500 nel 2023 a poco più di 31.000 nel 2026, registrando un taglio del 14,5% a fronte di un calo di appena il 4% per la componente maschile. Nei fatti, ben due terzi delle oltre 8.000 uscite anticipate perse nel quadriennio analizzato (riferito ai primi semestri) sono femminili.

Raggiungere i requisiti della pensione anticipata ordinaria – fissati a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne – risulta estremamente difficile per le lavoratrici. Su di loro pesano carriere storicamente più discontinue, una maggiore diffusione del lavoro part-time e i periodi dedicati alla cura della famiglia. Per la Cgil si tratta della dimostrazione che la stretta sulla flessibilità aggrava le disuguaglianze di genere anziché essere neutrale.

La rivoluzione silenziosa nel pubblico impiego

Il fenomeno assume proporzioni macroscopiche all’interno del pubblico impiego, dove si registra l’aumento più significativo delle uscite per vecchiaia. Nei quattro anni presi in esame, i pensionamenti per vecchiaia tra i dipendenti pubblici sono quasi raddoppiati, passando da circa 7.500 a quasi 14.000 (+84%). Specularmente, le pensioni anticipate nello stesso settore sono crollate da oltre 20.000 a 14.000 (-31%). Nel 2023 si contavano ben 271 pensioni anticipate ogni 100 pensioni di vecchiaia, mentre oggi il rapporto si è quasi livellato a sole 101 pensioni anticipate ogni 100 di vecchiaia.

Le regole per chi ha iniziato dal 1996

Per i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1° gennaio 1996, l’accesso alla “Pensione anticipata contributiva” al compimento dei 64 anni è subordinato a una clausola stringente: l’importo della pensione maturata deve essere pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale. Chi non raggiunge questa soglia minima non può accedere a questa finestra d’uscita. La norma prevede una parziale agevolazione solo per le madri lavoratrici: la soglia scende a 2,8 volte l’assegno sociale in presenza di un figlio, e a 2,6 volte in presenza di due o più figli.


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Carmelo Idà

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