cosa svela il voto nei Comuni simbolo


Si chiude il viaggio speciale che il nostro giornale ha intrapreso nel cuore dell’Italia che ha appena votato per le elezioni comunali. Una serie di reportage, realizzati subito dopo il primo turno delle elezioni amministrative, per andare oltre la freddezza dei numeri. Sei città simbolo (Vigevano, Venezia, Prato, Salerno, Messina e Imola) molto diverse tra loro, ma ognuna cruciale per decifrare gli umori del Paese e le scelte degli elettori.

Il racconto che QN ha offerto su sei città (Venezia, Vigevano, Prato, Imola, Salerno, Messina), andate al voto con esiti in parte imprevisti, fa riflettere su fenomeni che rendono la politica italiana ancora viva, la competizione aperta e gli elettori un po’ meno sfiduciati. Aggiungendo Reggio Calabria, che pure ha influenzato il tono delle interpretazioni sul primo turno, il quadro diventa più compiuto. Questi candidati con risultati non ordinari vanno letti, a mio avviso, come elementi dinamici, non derubricati a cacicchi. Non rappresentano casi isolati: riflettono fragilità strutturali del rapporto tra cittadini e partiti.

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Tra i sette casi ci sono due candidati del centrodestra (Venezia e Reggio Calabria), due del centrosinistra (Prato, Imola), due espressione di leader outsider minori con grandi ambizioni (Messina e Vigevano), uno (Salerno) difficile da incasellare in una sola categoria. Le prime due coppie, pur appartenendo a forze politiche contrapposte, hanno molto in comune. Biffoni e Panieri stravincono partendo da una base già maggioritaria, ma con profili diversi dai classici dirigenti Pd, magari più colti, preparati e politicamente corretti, ma percepiti come troppo chiusi nei palazzi e nella bolla della sinistra ecologista-libertaria-cosmopolita portata alle estreme conseguenze dalla segreteria Schlein.

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Radicati entrambi nella ex zona rossa, si muovono a loro agio nelle strade delle città che amministrano e parlano il linguaggio delle cose da fare. Li ha avvantaggiati il naufragio, in quei territori, delle possibili alternative: a Imola, già nel 2020, il disastro dell’amministrazione a 5 Stelle, e a Prato, a elezioni del 2026 già convocate, le faide interne al centrodestra di fronte alla porta vuota creata dalle inchieste che avevano indotto la sindaca PD a dimettersi.

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Venturini e Cannizzaro fanno qualcosa di simile nel centrodestra: conoscono palmo a palmo la loro città, stemperano i temi identitari, restano alla larga dalla contrapposizione ideologica. A Venturini non è servito, anche perché sono bastate le candidature del centrosinistra ad attivare il pregiudizio anti-islamico e anti-immigrati. Cannizzaro ha lanciato, piuttosto, critiche personali contro gli esponenti del campo avverso. Entrambi hanno beneficiato della spinta di governatori con tratti simili ai loro, reduci da vittorie recenti; e della ingiustificata sicurezza degli avversari, che hanno preso il referendum sulla giustizia come predittore del voto per il sindaco.

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Gli altri due, pur rappresentando entrambi leader politici minori e outsider (Cateno De Luca e il generale Vannacci), riflettono fenomeni completamente diversi. A Messina, il dante causa di Federico Basile, Cateno De Luca, è un leader partito dal basso, ben radicato nel territorio, che somma tre modelli di rappresentanza di solito considerati inconciliabili: quello democristiano, basato sulla costruzione di una rete di rapporti personali con gli elettori, alimentata dalla distribuzione clientelare di benefici pubblici; quello tecnocratico, fondato sulla competenza e sulla performance amministrativa; quello populista, tenuto vivo da una retorica infervorata dell’io contro tutti.

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Basile si presenta con il volto del bravo amministratore, ma è stato aiutato anche dai 480 candidati delle 15 liste a suo sostegno (e dai loro parenti), oltre che dai comizi scatenati del suo mentore. Il quale non è un caso isolato in Sicilia, come politico nato dal basso con l’ambizione di un salto di scala: ambizione destinata a naufragare sul piano nazionale, ma plausibile su quello regionale, per come si formano le maggioranze a Palazzo dei Normanni e per la competizione tra province sulle risorse che da lì si gestiscono.

Roberto Vannacci in piazza Ducale per sostenere la lista del candidato sindaco Furio Suvilla a Vigevano

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A Vigevano si è visto (ma in pochi ne ricordano il nome) il candidato di un leader che parte invece dall’alto, da una campagna mediatica nazionale: un europarlamentare cooptato dalla Lega, che ha scelto a tavolino il contesto migliore in cui costruire un messaggio pubblicitario per dare una spinta alla sua startup politica, concentrando tutta la visibilità su un solo comune. Per ora, i suoi elettori potranno solo decidere se sostenere o meno, al ballottaggio, a Vigevano, il più moderato tra i candidati di centrodestra presenti al primo turno.

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Il De Luca campano ha, per certi versi, tratti che lo accomunano ai candidati Pd capaci di sfuggire alla dottrina del leader nazionale temporaneamente in carica e di andare oltre il bacino tradizionale della sinistra. Al tempo stesso, come l’altro De Luca e prima di lui, combina i tre modelli di rappresentanza (reti personali, realizzazioni amministrative, retorica dell’io contro tutti), anche se le sue radici affondano nella tradizione organizzativa del Pci, di cui fu segretario provinciale per oltre dieci anni. Ma questo prima che il crollo dei partiti della prima repubblica e l’elezione diretta del sindaco, nel1993, cambiassero la dinamica della competizione politica e la sua stessa postura


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