La democrazia in vendita – by Marzia Maccaferri


Il mercato non si limita più a condizionare dall’esterno la politica: tende a diventarne la forma, il linguaggio e perfino il criterio di legittimazione. Non si vendono soltanto politiche o favori; la relazione democratica stessa viene riscritta come uno scambio fra investitori, partiti e cittadini

Marzia Maccaferri

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Trentasei milioni di sterline. Poi altri trentasei. In meno di quarantotto ore, due miliardari delle criptovalute hanno donato complessivamente 72 milioni di sterline a Reform UK: Ben Delo per primo, subito imitato da Christopher Harborne.

Due donazioni gemelle che condividono il primato di maggior finanziamento individuale mai ricevuto da un partito politico britannico e che, sommate, superano quanto raccolto da tutti i partiti del Regno Unito nell’intero 2025.

Harborne ha spiegato che sarebbe stato il suo “spirito competitivo” a spingerlo a eguagliare Delo. La democrazia, a quanto pare, è diventata anche una gara fra miliardari.

Delo, cofondatore della piattaforma BitMEX, aveva già donato otto milioni di sterline a Reform; Harborne, investitore di Tether e residente in Thailandia, ne aveva versati almeno altri nove.

Condannato negli Stati Uniti per una violazione del Bank Secrecy Act relativa all’inadeguatezza dei controlli antiriciclaggio di BitMEX, Delo è stato successivamente graziato da Donald Trump.

La sua nuova donazione equivale a un milione di sterline al mese fino alle elezioni generali previste entro il 2029. L’obiettivo dichiarato? “Garantire una competizione equa”.

La somma è stata però versata integralmente e in anticipo, ha spiegato Delo, per impedire che una futura modifica della legislazione possa interrompere il flusso di denaro.

Harborne ha quindi pareggiato la cifra, presentando i propri 36 milioni come “un dono filantropico al nostro Paese”.

In meno di due giorni, la filantropia ha così assicurato a un singolo partito – o una singola persona? – un capitale politico senza precedenti.

Le transazioni sono apparentemente legali. Nel Regno Unito non esiste infatti un limite generale alla somma che un donatore autorizzato può versare a un partito. Esistono obblighi di registrazione, verifica e trasparenza, ma non un tetto massimo.

È precisamente questa distanza fra legalità e legittimità democratica a costituire il problema.

La notizia britannica arriva quasi contemporaneamente al lancio del “Trump Dividend”. Il presidente statunitense ha promesso un pagamento di 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto qualora i repubblicani mantengano il controllo della Camera e del Senato alle elezioni di metà mandato.

La formula non potrebbe essere più esplicita: la Casa Bianca presenta l’operazione come la distribuzione degli utili di un’azienda ai suoi azionisti.

A prima vista, i due episodi sembrano opposti. In Gran Bretagna sono i miliardari a trasferire denaro a un partito; negli Stati Uniti è il presidente a promettere denaro agli elettori. In realtà, condividono la stessa immaginazione politica: la trasformazione della rappresentanza in una transazione.

Delo e Harborne comprano capacità politica; Trump compra il consenso. In un caso il denaro sale verso il vertice; nell’altro dovrebbe scendere verso la base. In entrambi, però, il rapporto politico viene tradotto nel linguaggio del dividendo, dell’investimento e del rendimento.

È la politica concepita come un mercato nel quale qualcuno anticipa il capitale, qualcuno distribuisce i benefici e tutti devono sapere da quale parte della transazione si trovano.

Naturalmente, non si tratta di un processo cominciato oggi. Lo si può ricondurre all’affermazione del neoliberismo, alla globalizzazione finanziaria e alla progressiva subordinazione della decisione pubblica alle logiche del mercato: “tutte quelle robe lì”, si potrebbe dire, che da decenni costituiscono lo sfondo quasi scontato delle nostre democrazie.

È stato un processo lento, fatto di piccoli slittamenti: la trasformazione dei cittadini in consumatori, dei servizi pubblici in prodotti, dei partiti in marchi elettorali e dei leader in imprenditori del consenso. Proprio perché graduale, questa trasformazione è stata in larga parte normalizzata.

Oggi, però, questo processo sembra aver raggiunto un livello ulteriore.

Il mercato non si limita più a condizionare dall’esterno la politica: tende a diventarne la forma, il linguaggio e perfino il criterio di legittimazione. Non si vendono soltanto politiche o favori; la relazione democratica stessa viene riscritta come uno scambio fra investitori, partiti e cittadini.

La parola lobby offre una metafora quasi irresistibile, ma la sua storia richiede una precisazione. La lobby è letteralmente la Members’ Lobby di Westminster e, materialmente, l’anticamera della Camera dei Comuni.

Non è mai stato uno sportello ufficiale per la compravendita dei voti. Tuttavia, prima dell’allargamento del suffragio e della politica di massa nel Novecento, il Parlamento britannico l’ingranaggio principale di in un sistema di patronage, interessi proprietari e dipendenze personali.

I rotten boroughs, collegi con pochissimi elettori ma ancora rappresentati ai Comuni, potevano essere controllati da singoli aristocratici e grandi proprietari, mentre i cosiddetti pocket boroughs stavano, metaforicamente ma non troppo, nella tasca di un notabile locale.

I seggi, le cariche e l’influenza parlamentare entravano così in circuiti nei quali denaro, proprietà e favori politici erano difficili da separare, i cui scambi avvenivano appunto nella Lobby.

L’uso politico del verbo to lobby si affermò soprattutto negli Stati Uniti nei primi decenni dell’Ottocento; nel discorso pubblico britannico il termine rimase, e in parte lo è tuttora, principalmente legato agli spazi nei quali deputati e cittadini possono incontrarsi.

Ancora oggi le interviste dopo un voto importante avvengono nella Lobby.

La storia della democratizzazione britannica può dunque essere letta anche come il lungo tentativo di spezzare quei circuiti e portare il rapporto politico fuori dalla Lobby.

Il Reform Act del 1832 eliminò molti collegi “putridi”; il voto segreto arrivò nel 1872 e il Corrupt and Illegal Practices Act del 1883 criminalizzò più severamente la corruzione introducendo limiti e regole uniformi per le spese elettorali.

La democrazia di massa non nacque soltanto mediante l’estensione del voto; si sedimentò anche separando progressivamente il mandato rappresentativo dal patrimonio privato.

È dunque un ritorno del vecchio lobbismo quello a cui assistiamo oggi, ma con bonifico digitale? Non esattamente.

Nessuna ricostruzione storica seria dovrebbe confondere una donazione dichiarata a un partito con le pratiche di scambio e influenza culturalmente tollerate in un sistema nel quale la democrazia era ancora concepita come un “affare tra gentiluomini”.

Proprio questa differenza, tuttavia, rende il presente più inquietante. Non occorre più presentarsi nella Lobby con una busta. Si può finanziare l’intero edificio politico e la trasformazione della sua rappresentanza.

Ma ridurre tutto alla corruzione “a viso aperto” rischia di essere insufficiente. La corruzione presuppone una deviazione dalla norma: qualcuno viola una regola e vende una decisione pubblica in cambio di un vantaggio privato. Ma che cosa accade quando la sproporzione del potere economico entra nella politica senza violare le regole?

La domanda non riguarda più soltanto la correttezza dei comportamenti individuali. Riguarda il significato intrinseco del concetto di democrazia.

Una democrazia rappresentativa non è semplicemente una macchina che produce risultati quando tutte le procedure sono state rispettate. Elezioni periodiche, donazioni registrate, rendicontazioni pubbliche e maggioranze parlamentari sono condizioni indispensabili, ma non sufficienti.

Se la democrazia viene ridotta al mero funzionamento meccanico, può continuare a rispettare formalmente le regole mentre perde progressivamente la propria sostanza politica: l’idea che i cittadini debbano disporre di una capacità, almeno tendenzialmente eguale, di incidere sulla formazione della volontà collettiva.

Settantadue milioni di sterline non acquistano automaticamente voti. Acquistano però tempo, visibilità, competenze e infrastrutture. Soprattutto ora che il partito e lo stesso Farage sono in difficoltà.

La formula del “campo di gioco paritario” usata da Delo nel rivendicare la propria decisione, poi doppiata da Harborne, rovescia così il problema: il miliardario si presenta non come colui che altera l’equilibrio democratico, ma come colui che lo ristabilisce. La concentrazione privata della ricchezza diventa lo strumento con il quale correggere la presunta chiusura di un sistema politico presentato come “corrotto”.

È lo stesso rovesciamento compiuto dal “Trump Dividend”. La promessa di denaro viene descritta come redistribuzione al popolo della “ricchezza della nazione”. Ma questa restituzione è esplicitamente condizionata a un risultato elettorale.

Il cittadino non viene interpellato come autore della sovranità democratica e membro di una collettività politica. Viene trattato come il destinatario di un pagamento promesso dal leader: non rappresentato, ma remunerato.

Da una parte, quindi, un grande patrimonio privato finanzia la costruzione del consenso; dall’altra, il potere pubblico promette una ricompensa privata in cambio della propria riproduzione.

In entrambi i casi, una decisione dalle conseguenze per l’intera comunità viene rimessa alla volontà di una sola persona. Alla democrazia, intesa come formazione collettiva della volontà politica, si sostituisce così una sorta di monocrazia – e pure privata – resa possibile della distribuzione di denaro.

Il primo paragone potrebbe essere con il Re Sole e l’assolutismo precedente il 1789; ma allora il potere assoluto di Luigi XIV aveva un ruolo e una funzione dichiaratamente pubblici. Persino le attività più intime del sovrano erano incorporate nel cerimoniale di corte e trasformate in atti pubblici. Oggi accade l’opposto.

È forse questo il dato di novità: non è il privato ad essere assorbito nella dimensione pubblica del potere, ma il pubblico a essere depoliticizzato e subordinato alla decisione privata. E tutto si compie apertamente senza disturbarsi a fingere che la democrazia sia qualcosa di più una transazione di denaro e interessi.

Non è la prima volta che la democrazia rischia di essere messa in vendita. La storia britannica e statunitense è piena di seggi controllati dai proprietari e notabili, fondi opachi e interessi economici convertiti in scranni governativi.

La novità non sta dunque nella presenza del denaro, ma nel fatto che queste transazioni si svolgono ormai in uno spazio che ha oltrepassato i confini nazionali, mentre la democrazia continua a funzionare entro un perimetro materiale preciso.

La ricchezza che finanzia la politica circola attraverso piattaforme globali, paradisi fiscali, cittadinanze multiple, imprese transnazionali e reti ideologiche che non coincidono più con quel territorio.

Mentre la democrazia rimane invece territorialmente responsabile, stretta fra una legittimità ancora nazionale e forze economiche che hanno da tempo superato lo stato, a cui si sono aggiunte pressioni politiche transnazionali: patrimoni, tecnologie, strategie e modelli di leadership capaci di spostarsi rapidamente da uno spazio all’altro.

Nel progressivo liquefarsi di questo perimetro materiale, il rischio è che venga depoliticizzato anche il concetto stesso di democrazia.

Non stiamo tornando alla politica come “affare fra gentiluomini” dell’età vittoriana, ma stiamo rischiando di regredire a qualcosa di diverso: una democrazia privatizzata come lo sono stati le ferrovie e gli acquedotti, e ridotta a transazione virtuale, nella quale l’elettore, ora diventato “smart”, viene ricompensato alla velocità del 5G.

La questione, quindi, non è se Reform UK abbia ricevuto legalmente settantadue milioni di sterline, né se Trump possa legittimamente distribuire i suoi 5.000 dollari. Ma quanto a lungo la democrazia possa conservare la propria sostanza quando il potere politico resta territorialmente circoscritto, mentre gli strumenti per finanziarlo, orientarlo e riprodurlo non lo sono più.

Non siamo di fronte a un ritorno all’età vittoriana, quando le transazioni politiche avvenivano nella lobby. Oggi non ce n’è più bisogno: la lobby ha abbattuto le pareti di Westminster e si è trasferita nello spazio globale.

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