Analisi/Export, il +4,5% nasconde un’Italia divisa in due


Nel primo semestre vendite all’estero per 337,2 miliardi: +4,5% in valore ma appena +0,7% in volume. La Toscana cresce del 23,8% e i soli metalli toscani spiegano 2,4 punti dell’aumento nazionale; nel secondo trimestre il Centro arretra dell’1,6%.

L’export italiano cresce, ma la media nazionale somiglia sempre meno alla fotografia dei singoli territori. Nei primi sei mesi del 2026 le vendite all’estero sono aumentate del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025, fino a 337,2 miliardi di euro. Il dato è robusto in valore; molto meno in quantità, che avanzano dello 0,7%. E soprattutto è il risultato di movimenti regionali molto distanti fra loro: la Basilicata segna +29,5%, la Toscana +23,8%, la Puglia +15,2% e la Sardegna +11,6%, mentre Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Valle d’Aosta e Campania chiudono il semestre in calo.

Il passaggio più importante del rapporto Istat non è però la classifica. È il peso che pochi flussi riescono ad avere sul totale nazionale. L’aumento delle esportazioni di metalli di base e prodotti in metallo dalla Toscana vale da solo 2,4 punti percentuali della crescita italiana. In altri termini, oltre la metà del +4,5% complessivo è riconducibile a quella componente territoriale e merceologica. Un ulteriore contributo positivo di 1,2 punti arriva, nel complesso, dai mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli esportati da Veneto e Marche e dai prodotti farmaceutici di Toscana e Lombardia.

La Toscana è il caso più evidente. Nel semestre le sue esportazioni aumentano del 23,8%, ma all’interno di questo balzo emergono correnti commerciali eccezionalmente concentrate: le vendite verso la Svizzera crescono del 434,1%, quelle verso la Cina del 136,4% e quelle verso gli Stati Uniti del 13,7%. Il dato non autorizza a ridurre l’intera performance regionale a un solo prodotto o a un solo mercato, ma mostra quanto possano pesare alcune direttrici quando hanno dimensioni molto elevate. Lo stesso rapporto registra, nella regione, forti cadute verso la Turchia (-61,6%) e la Spagna (-31,4%).

Il quadro diventa ancora più irregolare guardando alle grandi regioni industriali. La Lombardia cresce del 3,5%, il Veneto del 4,1%, l’Emilia-Romagna del 3%, il Piemonte del 6%. Sono incrementi positivi, ma nessuno si avvicina alla corsa della Toscana. Il Nord-ovest nel complesso sale del 4,3%, quasi in linea con l’Italia; il Nord-est si ferma all’1,9%, appesantito soprattutto dal -9,6% del Friuli-Venezia Giulia. Il Centro vola dell’11,9% nel confronto annuo, ma la media nasconde velocità molto diverse: Toscana +23,8%, Marche +9,2%, Umbria +0,6% e Lazio -6,8%.

Proprio il Centro offre il segnale più utile per capire che cosa sta accadendo sotto la superficie del dato semestrale. Nel secondo trimestre, rispetto ai tre mesi precedenti, è l’unica ripartizione a ridurre le esportazioni, con un -1,6%. Nello stesso periodo Sud e Isole crescono del 6,5%, il Nord-est del 3,1% e il Nord-ovest del 2,9%. La regione che ha spinto più di tutte l’export nazionale nella prima metà dell’anno appartiene dunque a un’area che, entrando nell’estate, ha già mostrato una battuta d’arresto congiunturale.

Anche il Mezzogiorno presenta una geografia poco uniforme. Basilicata e Puglia sono ai primi posti della graduatoria, la Sardegna è quarta e la Sicilia cresce del 7,4%; nello stesso tempo la Campania arretra del 4,6%. Le percentuali, inoltre, vanno lette insieme alla dimensione delle economie regionali: un aumento molto elevato in una regione con una base esportativa più piccola non produce sul totale nazionale lo stesso effetto di una variazione più contenuta in Lombardia, Veneto o Emilia-Romagna. È per questo che Istat affianca alle variazioni percentuali il contributo effettivo di ciascun territorio alla crescita italiana.

La classifica ufficiale Istat, che separa le Province autonome di Bolzano e Trento e presenta quindi 21 voci territoriali, è questa: Basilicata +29,5%; Toscana +23,8%; Puglia +15,2%; Sardegna +11,6%; Marche +9,2%; Liguria +8,3%; Abruzzo +8,3%; Sicilia +7,4%; Piemonte +6%; Calabria +5,4%; Veneto +4,1%; Lombardia +3,5%; Emilia-Romagna +3%; Molise +2,2%; Umbria +0,6%; Bolzano 0%; Trento -1%; Campania -4,6%; Valle d’Aosta -5,7%; Lazio -6,8%; Friuli-Venezia Giulia -9,6%. La precisazione è necessaria: nella rappresentazione statistica utilizzata per il confronto regionale il Trentino-Alto Adige non compare come valore unico, perché le due Province autonome sono contabilizzate separatamente.

La forte concentrazione territoriale dell’export non nasce nel 2026. Istat ricorda che nel 2025 il Nord-ovest rappresentava ancora il 37% delle esportazioni italiane e il Nord-est il 31%; la sola Lombardia valeva oltre un quarto del totale nazionale. Ma la lettura storica introduce una correzione importante: dal 1985 al 2025 il peso del Nord-ovest è diminuito di sei punti, mentre Nord-est e Centro ne hanno guadagnati cinque ciascuno. Sarebbe quindi eccessivo concludere che l’Italia stia diventando strutturalmente sempre più dipendente da pochi territori. Nel 2026, però, è la crescita aggiuntiva a essere particolarmente concentrata in alcuni territori, settori e mercati.

C’è poi la distanza fra valori e quantità. Il +4,5% del semestre misura la crescita monetaria delle esportazioni; l’aumento in volume è limitato allo 0,7%. Prezzi, composizione dei beni venduti e spostamenti verso produzioni di maggior valore incidono quindi in misura rilevante. Anche i dati nazionali di giugno mostrano quanto alcuni comparti possano cambiare la lettura del mese: metalli, prodotti petroliferi, mezzi di trasporto e autoveicoli sono tra le voci che hanno fornito i contributi più forti.

Il risultato è un sistema esportatore capace di generare accelerazioni molto intense, ma non distribuite in modo uniforme. Toscana, Lombardia, Veneto e Marche forniscono alcuni degli impulsi positivi più importanti; Lazio e Friuli-Venezia Giulia sono invece tra i territori che sottraggono di più alla crescita. Il +4,5% nazionale resta un risultato significativo, ma, letto insieme al +0,7% in volume e alla concentrazione dei contributi, descrive una crescita molto più selettiva di quanto suggerisca la media italiana.


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