Ci siamo abituati a mostrare la vita, forse è arrivato il momento di tornare a viverla.

C’è un momento, sotto l’ombrellone, in cui il mare smette di essere semplicemente mare. Succede quando abbassiamo finalmente il telefono, quando le conversazioni intorno diventano un rumore lontano e davanti a noi rimane soltanto quella linea sottile in cui l’acqua sembra incontrare il cielo. È allora che comincia la mia filosofia dell’anima. Non servono grandi trattati. Non servono cattedre. Non servono parole difficili, a volte basta osservare il mare per comprendere una verità che durante l’anno facciamo di tutto per evitare: possiamo fuggire da molti luoghi, ma non possiamo andare in vacanza da noi stessi; ed è forse questa la grande contraddizione dell’estate contemporanea.
Partiamo per riposare, ma portiamo con noi tutto ciò da cui avremmo bisogno di riposare.
Il telefono, le notifiche, le fotografie. Il bisogno di raccontare dove siamo, cosa mangiamo, con chi siamo. La necessità quasi compulsiva di dimostrare agli altri che stiamo bene. Abbiamo trasformato perfino la felicità in qualcosa che deve essere documentato.
Una volta conservavamo i ricordi, oggi, troppo spesso, li produciamo pensando già a chi dovrà guardarli e mentre cerchiamo l’inquadratura perfetta del tramonto, rischiamo di perderci il tramonto. Non è nostalgia del passato e non è una guerra contro la tecnologia; sarebbe una posizione troppo facile e anche poco intelligente. La tecnologia è una straordinaria conquista dell’uomo e l’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il nostro modo di lavorare, conoscere e comunicare.
Il problema comincia quando gli strumenti che abbiamo creato per servirci iniziano a decidere il ritmo delle nostre giornate.
Quando sappiamo essere raggiungibili da chiunque, ma diventiamo irraggiungibili a noi stessi. Quando conosciamo ciò che accade dall’altra parte del mondo e non ci accorgiamo del silenzio della persona seduta accanto a noi. Quando abbiamo migliaia di contatti e sempre meno persone alle quali telefonare alle tre del mattino dicendo semplicemente: “Ho bisogno di te”. Questa estate, allora, provo a farmi una domanda diversa. Che cosa resta di noi quando nessuno ci guarda? È una domanda scomoda, perché viviamo nella società dell’esposizione,il successo deve essere mostrato, il dolore possibilmente nascosto, la fragilità corretta, il corpo filtrato, l’età combattuta, la solitudine mascherata.
Dobbiamo sembrare sempre felici, efficienti, desiderabili, occupati, ma l’anima non conosce filtri. L’anima sa perfettamente quando siamo stanchi. Sa quali assenze continuiamo a chiamare distrazioni. Sa quali ferite abbiamo coperto con il lavoro.
Sa quante volte abbiamo detto “sto bene” soltanto perché spiegare il contrario sarebbe stato troppo complicato e forse proprio sotto un ombrellone, mentre intorno qualcuno ride, qualcuno legge, qualcuno dorme e qualcuno continua a scorrere uno schermo, possiamo concederci il lusso più rivoluzionario del nostro tempo:
non fare niente, non produrre,
non pubblicare, non rispondere,
non dimostrare,semplicemente essere.
Abbiamo confuso per troppo tempo il valore con la prestazione, se non produciamo ci sentiamo inutili. Se ci fermiamo ci sentiamo in colpa. Se non rispondiamo immediatamente temiamo di perdere qualcosa e invece alcune delle cose più importanti della vita accadono proprio quando apparentemente non sta accadendo nulla.
Un pensiero che finalmente trova spazio. Una paura che riusciamo a chiamare per nome.
Un figlio che comincia a raccontarci qualcosa perché, per una volta, non stiamo guardando altrove.
Due anziani che camminano lentamente sulla battigia tenendosi per mano e ci ricordano, senza saperlo, che forse il vero successo nella vita non è arrivare primi, ma avere ancora qualcuno accanto quando il passo diventa più lento. Queste sono le immagini che mi interessano, non quelle perfette, quelle vere.
Perché siamo entrati in un’epoca capace di costruire macchine sempre più intelligenti, ma la grande sfida del futuro sarà conservare esseri umani capaci di sentire.
Capaci di compassione.
Capaci di indignarsi.
Capaci di aspettare.
Capaci di perdonare.
Capaci perfino di annoiarsi.
Sì, annoiarsi perché dall’infanzia abbiamo quasi cancellato persino la noia. Ogni vuoto deve essere riempito da uno schermo. Ogni attesa anestetizzata. Ogni silenzio occupato, eppure proprio dalla noia sono nate fantasie, domande, giochi, libri, amori, invenzioni. Forse dovremmo restituire ai nostri figli anche il diritto di guardare il mare senza sapere immediatamente cosa fare. Lasciarli costruire un castello destinato a essere distrutto dall’acqua. È una piccola lezione filosofica: impegnarsi profondamente in qualcosa pur sapendo che non durerà per sempre.
In fondo è quello che facciamo tutti, costruiamo, amiamo,
perdiamo, ricominciamo.
La vita non ci promette permanenza, ci offre presenza,
ed è una differenza enorme.
Il mare questo lo insegna da millenni: arriva un’onda, cancella ciò che sembrava definitivo e subito dopo la spiaggia torna disponibile per una nuova storia, forse crescere significa proprio questo.
Non diventare invulnerabili, ma imparare a ricominciare senza trasformare le ferite in muri.
Per questo la mia filosofia dell’anima sotto l’ombrellone non contiene formule per essere felici; diffido profondamente delle ricette della felicità.
La felicità non è un protocollo,
è fatta di frammenti,
una risata improvvisa. Una mano cercata senza pensarci. Un pranzo troppo lungo. Una telefonata inattesa. Il profumo della crema solare che un giorno, tra vent’anni, ci riporterà inspiegabilmente a questa estate e allora forse la domanda non è quanto dureranno le vacanze.
La domanda è quanto di noi riusciremo a riportare a casa,
perché settembre arriverà.
Torneranno gli appuntamenti, il traffico, le responsabilità, le password, le scadenze e quella velocità assurda con cui abbiamo organizzato il mondo,
ma sarebbe bello tornare diversi, non abbronzati, più presenti. Con qualche certezza in meno e qualche domanda in più. Con meno bisogno di essere approvati e maggiore coraggio di essere autentici.
Con la consapevolezza che non tutto ciò che conta può essere fotografato, misurato, archiviato o trasformato in un dato.
Esistono ancora territori dell’essere umano che nessun algoritmo può abitare al nostro posto.
Il dolore di una perdita.
La vertigine di un amore.
La paura davanti a una scelta.
La tenerezza di una madre.
La dignità di chi cade e decide di rialzarsi.
Il bisogno profondissimo di essere guardati da qualcuno non per ciò che rappresentiamo, ma semplicemente perché esistiamo.
Quella è la parte di umanità che dobbiamo difendere, non dalle macchine.
Da noi stessi, quando cominciamo a comportarci come macchine.
Così oggi resto qualche minuto a guardare il mare.
Il telefono può aspettare.
Il mondo continuerà perfettamente anche senza di me. E questa, paradossalmente, è una sensazione bellissima.;
perché quando smettiamo per un momento di voler essere indispensabili al mondo, possiamo finalmente tornare indispensabili alla nostra vita.
Il mare continua ad andare e venire, non chiede attenzione,
non cerca consenso, non conta quanti lo stanno guardando,
esiste e forse, dopo aver trascorso tanto tempo a imparare come apparire, questa estate potremmo provare a imparare qualcosa dal mare: avere il coraggio, semplicemente, di essere.


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Letizia Bonelli

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