Non una sola banda e neppure alleanze nate esclusivamente per un colpo. Le carte dell’inchiesta sull’assalto ai portavalori del 27 ottobre 2025 sull’A14, a Porto Recanati, restituiscono un quadro più ampio: quello di gruppi criminali della provincia di Foggia capaci, secondo gli investigatori, di mettere temporaneamente da parte confini e appartenenze per unire uomini, armi, mezzi e competenze quando l’obiettivo sono i grandi assalti.
È l’asse Cerignola-Foggia-Gargano che emerge dall’ordinanza del gip di Ancona. Nell’operazione sono stati arrestati i foggiani Giuseppe D’Angelo e Andrea Baratto, il sammarchese Luigi Ferro, detto “Gino di Brancia”, e il cerignolano Francesco Caggiano Scelsi. A loro si aggiungono Savino Costantino, Savino Pugliese e Giuseppe Rubbio, i tre cerignolani arrestati nell’immediatezza dell’assalto.
Nel mirino c’erano due blindati Mondialpol con quasi 3 milioni di euro. Secondo l’accusa, Baratto, Ferro e Caggiano Scelsi avrebbero fatto parte del gruppo operativo, mentre D’Angelo avrebbe avuto un ruolo logistico e funzionale alla fuga. Kalashnikov, esplosivi, auto rubate, targhe clonate e chiodi a quattro punte disseminati sull’autostrada compongono lo scenario ricostruito dagli investigatori.
Ma leggendo le carte insieme a quelle di altre recenti indagini emerge un elemento ancora più interessante: alcuni nomi diventano punti di contatto tra vicende apparentemente differenti. Due, in particolare, meritano attenzione: Luigi Ferro e Biagio Barrasso detto “Gino”.
Ferro, l’uomo tra Gargano, Foggia e Cerignola
Ferro, 57 anni, di San Marco in Lamis, è la figura sulla quale le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sembrano convergere con maggiore forza. Non viene descritto soltanto come un uomo particolarmente abile alla guida, caratteristica preziosa negli assalti ai blindati, ma come un personaggio dotato di relazioni criminali molto più estese.
Andrea Quitadamo, interrogato dalla Dda di Bari il 14 novembre 2025, ha dichiarato di appartenere al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre, descrivendo una struttura nella quale ai vertici sarebbero arrivati Lombardi, Ricucci (ucciso nel 2019), Scirpoli e La Torre.
Quando gli investigatori gli chiedono di Ferro, Quitadamo ne traccia un profilo netto. Lo colloca nel loro stesso gruppo, lo definisce “quasi pari a Lombardi” e, alla domanda se potesse essere considerato un capo, risponde indicandolo come riferimento per San Marco in Lamis e Apricena, aggiungendo che avrebbe avuto “molta influenza su San Severo” e contatti con i foggiani.
Non solo. Secondo il collaboratore, Ferro sarebbe stato automaticamente in relazione anche con altre componenti criminali, citando espressamente il clan Moretti e i cerignolani. Quitadamo racconta inoltre di avere partecipato insieme a lui a una rapina a un portavalori nel 2011 a San Nicandro Garganico.
Il quadro trova riscontro anche nelle dichiarazioni di Danilo Della Malva, che colloca Ferro nel gruppo garganico e ne sottolinea ancora una volta le capacità alla guida: in occasione di un progetto di assalto a un portavalori, sarebbe stato proprio lui l’uomo incaricato di guidare una ruspa con la quale rovesciare il blindato per poi aprirlo.
È questa la caratteristica che rende Ferro particolarmente interessante nella lettura complessiva degli atti: un uomo del Gargano che, secondo le dichiarazioni raccolte dalla magistratura, avrebbe avuto rapporti con più mondi criminali e una specializzazione immediatamente spendibile nelle operazioni più complesse.
Le carte dell’inchiesta di Porto Recanati collocano infatti l’assalto dentro una struttura composta da tre anime: quella foggiana, quella garganica e quella cerignolana. Gli investigatori ritengono che proprio questa composizione rifletta la frammentazione della criminalità organizzata della provincia e, allo stesso tempo, la sua capacità di fare rete.
Il duplice omicidio di Apricena
Ma il nome di Ferro non compare soltanto negli assalti ai portavalori. Al momento dell’ordinanza di Ancona era già detenuto per un’accusa molto più grave: il concorso nel duplice omicidio di Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, assassinati ad Apricena il 20 giugno 2017.
Secondo la ricostruzione della Dda, Ferro avrebbe guidato la BMW station wagon utilizzata per inseguire il Fiat Doblò sul quale viaggiavano le vittime. A bordo con lui ci sarebbero stati Francesco Scirpoli, Pietro La Torre e Matteo Lombardi. Durante l’inseguimento sarebbero stati esplosi numerosi colpi con un kalashnikov, un fucile calibro 12 e una pistola. Dopo l’uscita di strada del Doblò, gli uomini sarebbero scesi dall’auto continuando a sparare contro Ferrelli e Petrella.
Per l’accusa quell’agguato si inseriva nella guerra mafiosa per il controllo di Apricena e delle aree limitrofe, compresa San Marco in Lamis, e sarebbe stato commesso anche per agevolare il gruppo mafioso garganico e la Società Foggiana, con particolare riferimento alla batteria Moretti-Pellegrino.
Un altro tassello, dunque, di quel sistema di relazioni che negli atti giudiziari sembra superare i confini delle singole organizzazioni.
E nelle carte spunta Barrasso
Poi c’è Biagio Barrasso, detto “Gino”, 41 anni. Il dato va chiarito: Barrasso non è tra gli indagati dell’ultima operazione sull’assalto di Porto Recanati. Eppure il suo nome compare nelle carte, all’interno della ricostruzione delle attività investigative che precedono il colpo dell’A14.
Ed è un passaggio significativo.
Gli investigatori avevano cominciato a seguire Ferro e Rocco Mazzeo già nell’estate del 2025. Il 26 agosto sarebbe stato documentato un primo incontro; il 3 settembre un altro appuntamento in un terreno agricolo nell’agro di Cerignola. Due giorni più tardi Ferro e Mazzeo avrebbero incontrato anche Antonio Recchia e Luigi Perdonò.
Il 6 settembre, però, dalle intercettazioni sull’utenza di Mazzeo sarebbe emerso un “grosso intoppo” riguardante un uomo soprannominato “il ciotto”. Quell’intoppo, secondo gli atti, era proprio l’arresto di Biagio Michele Nazareno Barrasso, fermato insieme ad altre due persone mentre stavano prelevando da un box due auto già rubate.
Per gli investigatori quell’arresto avrebbe bloccato i propositi criminali del gruppo. Nei giorni successivi gli incontri sarebbero proseguiti: il 13 settembre Ferro e Mazzeo avrebbero incontrato nuovamente Perdonò e Recchia e gli investigatori ipotizzarono che si trattasse di una riunione preparatoria per un assalto a un portavalori. Il 19 settembre la squadra mobile di Foggia effettuò perquisizioni nei confronti di alcuni dei soggetti monitorati, trovando anche zaini con indumenti pronti all’uso.
Quel colpo venne rinviato. Un mese più tardi, il 27 ottobre, sull’A14 a Porto Recanati sarebbe entrato in azione il commando finito al centro dell’ultima inchiesta.
Barrasso e l’altra banda dei portavalori
Il riferimento assume ancora maggiore peso se confrontato con un’altra recente indagine della Dda di Bari. Barrasso è infatti il 41enne cerignolano indicato dal gip come presunto promotore e organizzatore della struttura criminale accusata, tra l’altro, dell’assalto al blindato Battistolli del 6 novembre 2024 sulla statale 96 a Toritto.
Anche lì lo scenario descritto dagli inquirenti è quello dei grandi colpi organizzati con modalità quasi militari: numerosi uomini, auto rubate, kalashnikov, esplosivi, mezzi incendiati per bloccare le strade e una complessa organizzazione preventiva.
Poche ore dopo quell’assalto Barrasso si presentò al pronto soccorso di Cerignola con una ferita d’arma da fuoco. Una circostanza che attirò immediatamente l’attenzione degli investigatori, poiché durante l’azione il conducente del blindato aveva reagito sparando con la propria arma.

Da lì partirono intercettazioni e pedinamenti che, secondo la procura, avrebbero consentito di ricostruire una struttura stabile impegnata nella progettazione di rapine, assalti ai portavalori, furti di mezzi e ricettazione. Nei guai anche il medico ed ex sindaco, Antonio Giannatempo accusato di favoreggiamento durante il ricovero di Barrasso.
Le intercettazioni attribuite allo stesso Barrasso restituivano, secondo il gip, un profilo di particolare pericolosità. In una conversazione spiegava come, durante le azioni, dovesse esserci un uomo incaricato esclusivamente di utilizzare il fucile nel caso arrivassero le forze dell’ordine.
Ecco perché la comparsa del suo nome nelle nuove carte è significativa pur senza attribuirgli alcun coinvolgimento nell’assalto di Porto Recanati: mostra quanto le diverse indagini sui grandi colpi si incrocino attorno a uomini, incontri e ambienti criminali che ritornano.
Portavalori come terreno d’incontro delle mafie foggiane
È probabilmente questo il dato più importante che emerge mettendo in fila le ultime operazioni.
Secondo l’impostazione investigativa, gli assalti ai blindati rappresenterebbero una delle attività nelle quali le diverse anime della criminalità della Capitanata riescono più facilmente a cooperare. Le carte citano il clan Piarulli-Ferraro per Cerignola, presunto grande burattinaio dietro ai colpi su strade e autostrade italiane. I Piarulli sarebbero guidati, secondo gli investigatori, da Michele Piarulli, oggi 64enne, nome noto della malavita ofantina, condannato negli anni ’90 nell’ambito del maxi processo “Cartagine”. Al clan sarebbero andate cospicue percentuali delle rapine ai blindati. “Sulla rapina dove ha partecipato mio cognato – il racconto del pentito Marco Raduano agli inquirenti – abbiamo preso 200 mila euro e mio cognato… io pensavo che – diciamo – su quattro milioni di euro fosse di più la parte nostra, però mi aveva proprio lui spiegato che una quota andava ai fratelli Piarulli”.
Alleati ai cerignolani sarebbero appunto il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre per il Gargano e le articolazioni della Società Foggiana, in particolare i Moretti. Gli assalti sarebbero una fonte importante di finanziamento per i gruppi e richiederebbero competenze che non sempre una singola organizzazione possiede.
I cerignolani metterebbero a disposizione una lunga esperienza nella pianificazione dei grandi colpi; dal Gargano arriverebbero uomini particolarmente esperti nell’uso delle armi e nella guida; Foggia fornirebbe ulteriori uomini e collegamenti. Una divisione delle competenze che trova un riscontro particolarmente significativo proprio nella figura di Ferro, descritto dai collaboratori come un uomo capace di muoversi tra mondi differenti.
Andrea Quitadamo ha raccontato che il suo gruppo partecipava a rapine ai portavalori insieme a “cerignolani, foggiani” e altri gruppi, operando anche fuori dalla Puglia e negli assalti ai caveau.
Ferro e Barrasso rappresentano due storie giudiziarie differenti e le rispettive posizioni non devono essere sovrapposte. Il primo è direttamente coinvolto nell’inchiesta sull’assalto di Porto Recanati; il secondo no. Ma il fatto che il nome di Barrasso compaia nella ricostruzione investigativa di un precedente progetto di assalto insieme alla presenza costante di Ferro nelle dichiarazioni dei collaboratori offre un’altra fotografia di quel reticolo criminale sul quale da tempo lavorano le Dda.
Un sistema nel quale Cerignola, Foggia e Gargano sembrano diventare, davanti ai grandi assalti, parti di una stessa geografia criminale.
Le contestazioni e le ricostruzioni riportate appartengono alla fase delle indagini e dei procedimenti cautelari. Le responsabilità individuali dovranno essere accertate nei successivi gradi di giudizio, nel rispetto della presunzione di innocenza.
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Francesco Pesante
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