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SAN FRANCESCO IN GIUSEPPE BERTO TRA ANTICO TESTAMENTO E LA GLORIA

 

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PIERFRANCO BRUNI

 

Prima della Gloria ci fu l’Ecclesiaste. In Giuseppe Berto la religione non arriva alla fine. È sempre stata lì, sotto, come una corrente che sale. Nei romanzi giovanili la copri la rabbia, l’ironia, la guerra. In quelli maturi la rabbia si fa domanda. Negli ultimi libri la domanda si fa preghiera. E l’ultimo libro, La Gloria, è tutto attraversato da un nome che Berto non cita per ornamento: Francesco d’Assisi. Francesco non è un personaggio. È un metodo. È il modo in cui Berto decide di guardare l’uomo quando l’uomo ha finito con le illusioni. E guardare l’uomo, per Berto, significa spogliarlo.

Prima di Francesco c’è l’Ecclesiaste. Berto lo cita, lo riscrive, lo abita. “Vanità delle vanità, tutto è vanità”. È la frase che fa da cornice a un’intera stagione della sua scrittura. L’Ecclesiaste è il libro che insegna l’inutilità del possesso, la fatica del correre, il tempo che passa e non resta. Berto lo prende sul serio. Non come letteratura. Come esperienza. Perché se tutto è vanità, allora cosa resta? Resta l’uomo nudo. Resta la relazione. Resta il grido.

 

È da qui che nasce la necessità di Francesco. L’Ecclesiaste dice: togli. Francesco dice: togli e ama. L’Ecclesiaste dice: tutto passa. Francesco dice: passa, ma passa cantando. Tra i due libri c’è una continuità segreta. Uno svuota, l’altro riempie con altro. Non con cose. Con presenza.

Il romanzo Oh Serafina sembra il francescanesimo prima del francescanesimo. Molto prima de La Gloria, in Oh, Serafina!, Berto aveva già scritto un romanzo francescano senza dirlo.

 

C’è la Calabria, sì, ma non è sfondo. È creazione. È terra che parla, alberi che ascoltano, animali che entrano nella storia come fratelli. Serafina vive in un mondo povero e luminoso. Non ha dottrine. Ha mani. Ha pane. Ha il cielo addosso.  È l’atmosfera dei Fioretti. È la stessa gioia povera, lo stesso stupore per il creato. Berto non costruisce un paesaggio. Costruisce una parentela. L’uomo non sta sopra la natura. Ci sta dentro. Ci sta come fratello minore. Questo è francescano nel senso più puro: non ecologismo, non idillio. È riconoscimento. È dire “sorella acqua, fratello fuoco” senza citarlo, solo vivendolo. In Oh Serafina la natura non consola. Accoglie. E nell’accoglienza l’uomo perde la superbia. È il primo passo della spoliazione. Mente in La Gloria c’è uno spogliarsi fino all’osso. Con La Gloria, infatti, Berto chiude il ciclo. E lo chiude come Francesco: spogliandosi. Il protagonista è un uomo che ha avuto tutto e ha capito che tutto non basta. Ha avuto successo, donne, denaro, parole. Poi arriva la malattia. Arriva la fine. E la fine non è dramma. È rivelazione.

 

“Spoliazione” è la parola chiave. È la parola di Francesco davanti al vescovo di Assisi, quando si toglie anche i vestiti e li restituisce al padre. È dire: non sono più mio. Sono di Dio.  Berto prende quel gesto e lo fa diventare struttura narrativa. Il romanzo spoglia il personaggio delle certezze, delle sicurezze, dei ruoli. Lo lascia nudo davanti alla morte. E in quella nudità appare altro. Appare la gloria. Non la gloria del mondo. La Gloria di Dio.

 

È qui che Cristo entra in scena non come dottrina ma come annuncio. L’annuncio della Croce. Francesco ha capito la Croce perché l’ha guardata senza schermi. Ha visto che Dio si fa povero, si fa ultimo, si fa ferita. Berto fa la stessa operazione: guarda la propria ferita e ci vede un luogo teologico. Non una sfortuna. Una chiamata.

In fondo  c’è il pensiero che guida. Ovvero la povertà, la natura, la fraternità. Tre punti tengono insieme Francesco in Berto.

Eccoli. La povertà. Non è miseria esibita. È libertà. Spogliarsi per non essere più schiavi delle cose. In La Gloria il protagonista perde tutto e guadagna se stesso. È la logica francescana: meno hai, più sei.  La natura. Da Oh Serafina a La Gloria la natura non è decorazione. È sacramento. È il luogo dove Dio si fa vedere perché non ha bisogno di parole. Gli alberi, il mare, il vento sono presenze. Sono fratelli.  La fraternità. Francesco chiama tutti fratelli. Berto, che è stato uomo di solitudini feroci, arriva a capire che senza l’altro non c’è salvezza. Anche l’avversario è fratello. Anche la malattia è sorella. È una durezza che diventa tenerezza.

Il centro resta la Croce. Francesco l’ha guardata a San Damiano. Berto la guarda nel corpo che si spegne. Ma la Croce, in entrambi, non è fine. È passaggio. E dopo la Croce c’è il Cantico. Francesco canta alle creature. Berto canta alla vita anche quando la vita lo sta lasciando. È lo stesso movimento: dal dolore alla lode. Non è ottimismo. È fede. È la convinzione che anche la vanità dell’Ecclesiaste può trasformarsi in Gloria se la si attraversa con lo sguardo giusto. Francesco insegna quello sguardo a Berto. Gli insegna a non maledire. Gli insegna a benedire. Gli insegna che spogliarsi non è perdere. È ritrovare. Berto non sceglie Francesco per moda. Lo sceglie perché Francesco è l’unico che ha saputo tenere insieme due estremi che lacerano l’uomo moderno: la radicalità e la gioia. La radicalità di dire no al potere, al denaro, all’immagine.  La gioia di dire sì al sole, all’acqua, al fratello lebbroso.

 

In un Novecento che ha fatto dell’ideologia una nuova idolatria, Berto ritrova in Francesco un antidoto: un cristianesimo senza compromessi e senza durezza. Un cristianesimo che sa piangere e cantare nello stesso giorno. La Gloria è l’approdo. È il libro in cui Berto smette di cercare protagonisti e cerca testimoni. E il testimone più grande è Francesco. Non perché sia perfetto. Perché è vero. Perché ha vissuto la spoliazione fino in fondo e ne è uscito con un nome nuovo. Il nucleo religioso di Berto è tutto qui: spogliarsi. Spogliarsi delle vanità dell’Ecclesiaste.  Spogliarsi delle maschere di Oh Serafina.  Spogliarsi della paura de La Gloria.  E in quella spoliazione incontrare Cristo. Non il Cristo dei trionfi. Il Cristo della Croce di Francesco. Il Cristo che non promette successo. Promette presenza. Giuseppe Berto chiude così il suo ciclo. Non con un romanzo. Con una testimonianza. Con un Cantico laico eppure religioso, amaro eppure luminoso. Francesco gli ha insegnato che la vera gloria non è avere. È essere spogliati e restare in piedi. Con le mani aperte. Come fece Berto nel suo viaggio tra Antico Testamento e San Francesco d’Assisi.

 

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