Guardateli quando salgono sul podio. Guardate Sara Curtis, diciannove anni, la pelle nera, il sorriso incredulo e un record mondiale appena strappato al cronometro. Guardate Andy Diaz avvolgersi nel tricolore dopo un salto che sembra cancellare la forza di gravità. Guardate Nadia Battocletti piegarsi dopo il traguardo, Larissa Iapichino cercare la madre sugli spalti, Gianmarco Tamberi urlare al cielo come se ogni volta fosse la prima.
Guardateli soprattutto quando parte l’inno. La schiena si raddrizza, la mano raggiunge il cuore, gli occhi diventano lucidi. In quel momento non importa dove siano nati i loro genitori, quale lingua abbiano ascoltato da bambini, quale Dio ringrazino o se non ne ringrazino nessuno. Importa soltanto la maglia azzurra che indossano.
Questa è l’Italia che vince e convince. Un’Italia giovane, multietnica, multiculturale e multireligiosa. Spesso ha la pelle nera, cognomi che raccontano viaggi e famiglie venute da lontano, identità nelle quali convivono più mondi. Non chiede il permesso di essere italiana: lo dimostra ogni volta che entra in pista, sale su un blocco di partenza o si prepara a saltare.
Sara Curtis, il volto dell’Italia nuova
Sara Curtis è nata a Savigliano, in provincia di Cuneo, da padre italiano e madre nigeriana. Agli Europei di Parigi ha battuto due volte in ventiquattr’ore il record mondiale dei 50 dorso, fermando il cronometro a 26”56. Ha conquistato sei medaglie ed è diventata il volto della nuova generazione del nuoto italiano.
È italiana senza avverbi, note a margine o precisazioni. Lo è quando parla con l’accento piemontese, quando studia negli Stati Uniti, quando si tuffa e quando porta sul podio il tricolore. Il colore della sua pelle interessa soltanto chi continua a osservare il Paese con categorie vecchie. L’acqua, molto più saggiamente, misura soltanto chi arriva per primo.
Accanto a lei ci sono Simona Quadarella, capace di vincere ancora 400, 800 e 1.500 stile libero; Nicolò Martinenghi, padrone dei 50 e dei 100 rana; Thomas Ceccon, Benedetta Pilato, Simone Cerasuolo, Anita Gastaldi, Alberto Razzetti e Carlos D’Ambrosio. Nei tuffi brilla Chiara Pellacani, cinque ori a Parigi, con Sarah Jodoin Di Maria, Matteo Santoro e Raffaele Pelligra. Nel nuoto artistico emergono Filippo Pelati e Lucrezia Ruggiero.
Volti, storie e discipline differenti hanno portato l’Italia a chiudere gli Europei acquatici con 43 medaglie: 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi. Una Nazionale che non ha un unico volto perché assomiglia finalmente al Paese reale.
L’atletica azzurra che viene da ogni parte del mondo
A Birmingham l’Italia ha dominato gli Europei di atletica, chiudendo al primo posto con 22 medaglie. Anche qui, basta scorrere i nomi per scoprire una geografia che attraversa continenti e generazioni.
C’è Larissa Iapichino, figlia di Fiona May e Gianni Iapichino, fiorentina, capace di atterrare a sette metri e conquistare il titolo europeo del lungo. C’è Andy Diaz, nato all’Avana e diventato cittadino italiano, oro nel triplo con uno straordinario salto a 18,15 metri. C’è Dariya Derkach, nata in Ucraina e cresciuta sportivamente in Italia, anche lei campionessa europea del triplo.
C’è Fausto Desalu, nato a Casalmaggiore da genitori nigeriani, bronzo nei 200 metri dopo essere stato uno degli uomini dell’oro olimpico di Tokyo. Ci sono Ayomide Folorunso, nata in Nigeria e cresciuta a Fidenza, ed Emmanuel Ihemeje, nato a Carrara da genitori nigeriani. C’è Yeman Crippa, nato in Etiopia, adottato da una famiglia milanese e diventato uno dei più grandi fondisti della storia azzurra.
E poi Zaynab Dosso, primatista italiana della velocità, nata in Costa d’Avorio e arrivata a Rubiera da bambina; Eseosa Desalu, Chituru Ali, Marcell Jacobs, nato negli Stati Uniti ma cresciuto sul lago di Garda; Zane Weir, nato in Sudafrica da padre britannico e madre italiana; Catalin Tecuceanu, nato in Romania; Alexandrina Mihai, nata anche lei in Romania e cresciuta in Veneto.
Accanto a loro corrono, marciano, lanciano e saltano Nadia Battocletti, regina dei 5.000 e dei 10.000 metri; Gianmarco Tamberi, ancora campione europeo dell’alto; Leonardo Fabbri, oro nel peso; Massimo Stano e Sofia Fiorini, dominatori della marcia; Sara Fantini, Pietro Riva, Matteo Sioli, Andrea Dallavalle, Francesco Fortunato e Micol Majori.
Non è un mosaico costruito a tavolino per dimostrare una tesi. È semplicemente la Nazionale italiana.
Un Paese molto più avanti della sua politica
Mentre il generale Vannacci discute di tratti somatici e Matteo Salvini insegue ogni giorno un nuovo confine da presidiare, lo sport racconta un’Italia che quei confini li ha già superati. Non nei convegni, nei programmi elettorali o nei proclami, ma nei fatti.

La pista non domanda il luogo di nascita dei nonni. La pedana non misura la purezza del sangue. La piscina non assegna corsie in base alla religione. Il cronometro non conosce etnie, il metro non distingue il colore della pelle e il traguardo non pretende dichiarazioni di appartenenza.
Questa Italia non cancella le origini: le porta con sé. Andy Diaz non deve dimenticare Cuba per essere italiano. Dariya Derkach non deve rinnegare l’Ucraina. Yeman Crippa non deve cancellare l’Etiopia. Sara Curtis non deve scegliere tra il Piemonte e le radici nigeriane della madre. Larissa Iapichino può essere figlia di una campionessa britannica di origine giamaicana ed essere totalmente, felicemente italiana.
L’identità non è una stanza nella quale può entrare una sola cultura. È una casa che diventa più grande quando si aprono le porte.
Non importa quale Dio ringrazi
Dopo una vittoria c’è chi si fa il segno della croce, chi alza gli occhi al cielo, chi si inginocchia, chi cerca i genitori sugli spalti e chi semplicemente chiude gli occhi. Qualcuno ringrazia il Dio cristiano, qualcuno Allah, qualcuno prega in silenzio e qualcuno non crede in alcun Dio.
Non importa. Non deve importare.
Ciò che li unisce non è la preghiera pronunciata dopo il traguardo, ma tutto quello che hanno fatto prima per raggiungerlo: gli allenamenti all’alba, le rinunce, gli infortuni, le sconfitte, la solitudine e quella maglia azzurra conquistata senza sconti.
Poi arrivano la medaglia, il tricolore che sale e le prime note dell’inno. Curtis, Battocletti, Iapichino, Diaz, Derkach, Desalu, Crippa, Folorunso, Jacobs, Tamberi e tutti gli altri portano la mano sul cuore. Alcuni hanno la pelle bianca, altri nera. Hanno occhi, accenti e storie differenti. Ma si commuovono davanti alle stesse parole.
È quello il momento in cui si sentono tutti a casa. Ed è quella, molto più delle sparate del Vannacci o del Salvini di turno, la fotografia dell’Italia di oggi: bella, sorridente, plurale e vincente.
Un’Italia nella quale non importa quale Dio ringrazi quando hai oltrepassato il traguardo per primo. Importa la maglia azzurra che indossi mentre lo fai.
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Luca Arnau
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