Odd Arne Westad, The Coming Storm. Power, Conflict, and Warnings from History
Henry Holt / Allen Lane, marzo 2026, 256 pp.
L’autore
Odd Arne Westad, norvegese, è Elihu Professor di Storia e affari globali a Yale, dopo le cattedre alla London School of Economics e a Harvard. È tra i massimi storici viventi delle relazioni internazionali: il suo The Global Cold War ha vinto il Bancroft Prize, il più prestigioso riconoscimento della storiografia americana, e ha ridefinito lo studio della Guerra fredda spostandone il fuoco sul Terzo mondo; Restless Empire ha fatto lo stesso con la storia della Cina e del mondo, sua specializzazione di partenza — un dettaglio biografico che orienta l’intero libro, come si vedrà. The Coming Storm è il suo lavoro più dichiaratamente rivolto al grande pubblico e al presente: breve, accessibile, costruito come un avvertimento. La domanda da cui nasce è quella che, racconta, gli pongono ovunque studenti e lettori: il mondo sta andando verso una nuova guerra mondiale?
La premessa: la fine della prevedibilità
La stragrande maggioranza delle persone oggi in vita è cresciuta in un mondo di notevole stabilità, presieduto da una o al massimo due superpotenze. Non è stato un mondo pacifico, ma è stato in larga misura prevedibile: i blocchi di potere si comportavano secondo schemi attesi, e gli esiti delle crisi, se non benigni, erano perlopiù calcolabili. Questa prevedibilità si sta erodendo. Il sistema internazionale si sta spostando dall’unipolarismo e dal bipolarismo verso una costellazione instabile di potenze regionali in competizione, ciascuna impegnata a testare i limiti della propria influenza. E mentre un numero crescente di grandi potenze si contende la supremazia regionale — oltre al vantaggio competitivo nel nucleare, nell’intelligenza artificiale, nell’esplorazione spaziale e nel commercio — il mondo diventa più fragile, imprevedibile e infiammabile. Lo scoppio di una guerra globale tra le grandi potenze di oggi appare sempre più probabile; e una simile guerra avrebbe una magnitudine e una capacità di devastazione mai viste nella storia umana.
Questa è la premessa da cui muove il libro. Per capire dove stiamo andando, Westad propone di guardare non al 1938 — il paradigma dell’appeasement e del dittatore da fermare — ma al mondo di prima del 1914.
L’Ottocento: la pace degli equilibri
Dopo il 1815, il diciannovesimo secolo fu un periodo di relativa pace tra le potenze maggiori. Non perché fossero diventate pacifiche, ma perché il concerto delle potenze uscito dal Congresso di Vienna le teneva reciprocamente a freno: un sistema di equilibri, compensazioni e congressi che assorbiva le crisi prima che diventassero sistemiche. Le guerre non mancarono, ma rimasero limitate negli scopi e nella durata.
Quel sistema cominciò a incrinarsi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando l’egemonia britannica entrò in declino relativo e una Germania in rapida ascesa reclamò il proprio posto al sole. Fu il movimento a generare l’instabilità: potenze che salivano, potenze che scendevano, e una giostra di posizioni relative in cui ogni crisi locale poteva diventare la miccia di una conflagrazione generale. Le alleanze, nate per dare sicurezza, divennero trappole: catene che vincolavano i grandi alle iniziative dei piccoli.
Il luglio 1914: la meccanica della catastrofe
Nella ricostruzione di come il sistema saltò, Westad assegna un ruolo decisivo all’Impero austro-ungarico. Furono le scelte di Vienna nel luglio 1914 a costringere Berlino a coinvolgersi in quella che avrebbe potuto restare l’ennesima crisi balcanica di passaggio. La lezione è quella dell’alleato minore che trascina il maggiore: le architetture di alleanza trasformano gli incidenti periferici in guerre mondiali.
Ma il motore profondo della catastrofe fu psicologico. La guerra arrivò nell’estate del 1914 per la paura onnicomprensiva che aveva afferrato i leader delle grandi potenze, ciascuno a caccia di segnali di un attacco imminente. Quella paura si alimentava di ciò che i leader avversari avevano detto in passato, in pubblico e in privato, e di ciò che ognuno credeva di sapere sui piani di guerra degli altri. La pazienza e le garanzie reciproche — gli strumenti che normalmente prevengono lo scoppio dei conflitti — non trovarono posto in quello scenario. Ne discende una delle tesi centrali del libro: comportamento e retorica sono elementi essenziali della pace. Le parole minacciose pronunciate oggi sono il materiale con cui l’avversario costruirà la paura di domani; e una volta che la paura si è installata, i meccanismi di de-escalation smettono di funzionare.
L’analogia con il presente
Trasposta all’oggi, la griglia del primo Novecento funziona così. La Gran Bretagna di allora è l’America di oggi: l’egemone in declino relativo, che si guarda alle spalle con crescente apprensione. La Germania guglielmina è la Cina: la potenza in ascesa, ormai apertamente determinata a ottenere il dominio della propria regione — che nella prospettiva di Pechino comprende la Russia del Pacifico e le nazioni insulari a est — su una rotta che la mette in conflitto diretto con gli obiettivi degli Stati Uniti.
Attorno ai due protagonisti si muovono gli altri poli. La Russia di Putin, la cui invasione dell’Ucraina è mossa dall’intento di ristabilire il potere sugli ex vassalli sovietici — Georgia e Ucraina in testa — che però non intendono subordinarsi volontariamente alla visione putiniana della preminenza russa in quella che il Cremlino considera la propria regione. E poi l’India, il Brasile e le altre potenze che aspirano al dominio regionale, generando tensioni ulteriori in un sistema che non ha più un arbitro.
Rispetto al mondo del 1914, Westad individua nel presente due tratti aggravanti. Il primo è il ritorno dei movimenti populisti ed etno-settari come amplificatori del malcontento e della xenofobia in tutte le regioni del pianeta: l’equivalente funzionale del nazionalismo di massa che nel 1914 spinse i governi verso l’abisso, e che rende oggi più difficile per i leader fare marcia indietro nelle crisi. Il secondo è la fine dell’interventismo globale americano dell’era della Guerra fredda e del dopo-Guerra fredda, chiusasi negli anni Venti di questo secolo e sancita dalla rielezione di Trump nel 2024: il ritiro dell’egemone dalle funzioni di garanzia lascia vuoti di potere che gli altri attori si affrettano a riempire.
I punti caldi
Il baricentro geografico dell’analisi non è l’Europa ma l’Asia orientale. È lì che Westad colloca il rischio maggiore, passando in rassegna i punti caldi dove una guerra tra grandi potenze potrebbe materialmente scoppiare: Taiwan, dove uno scontro sino-americano è una possibilità reale entro il prossimo decennio, data la combinazione tra le tensioni esistenti e l’evidente intento assertivo della Repubblica Popolare; la penisola coreana; l’Himalaya, teatro della rivalità sino-indiana; le Filippine e il Mar Cinese Meridionale; l’Ucraina; e il Medio Oriente, dove lo schema è quello del tutti contro tutti.
Le differenze dal 1914 e la guerra giustificata
Westad non elude la questione delle differenze rispetto al 1914, la più evidente delle quali è l’arma nucleare. Ma osserva che la deterrenza non è una polizza automatica: i decisori tendono a comportarsi come se le armi nucleari fossero esplosivi come gli altri, solo più potenti, e le nuove tecnologie — intelligenza artificiale, armi ipersoniche, guerra spaziale e cibernetica — comprimono i tempi di decisione e moltiplicano le occasioni di errore di calcolo, riproducendo in forme nuove la logica del 1914: la convinzione che chi colpisce per primo vince.
Il libro affronta anche la questione di quando la guerra sia giustificata. Westad indica circostanze in cui il conflitto è probabile o perfino auspicabile: impedire l’espansione di regimi genocidari, o intervenire contro tali regimi per proteggere le popolazioni che vivono sotto il loro controllo. La condanna della guerra tra grandi potenze non è dunque pacifismo assoluto: è la constatazione che una guerra sistemica, a differenza degli interventi limitati, non ha vincitori.
Come evitare la tempesta
Le analogie non sono un destino, e la parte finale del libro è dedicata a come sottrarsi alla ripetizione. Anziché rigiocare la partita della Germania guglielmina — l’ascesa che sfida frontalmente l’egemone — e anziché attendere passivamente l’urto, occorre risolvere ora almeno alcuni dei conflitti che affliggono il mondo, finché la finestra è aperta.
Per l’Europa, Westad indica due mosse concrete e complementari. La prima: fare dell’ammissione dell’Ucraina nell’Unione Europea una priorità immediata, ancorando definitivamente Kiev all’Occidente per la via economica e istituzionale. La seconda, più controintuitiva: ripensare contestualmente un’architettura di sicurezza continentale che possa in qualche modo includere la Russia — perché un ordine europeo costruito sull’esclusione permanente di Mosca riprodurrebbe la dinamica dell’accerchiamento percepito che già una volta ha portato alla catastrofe.
Sul piano del metodo, la lezione del 1914 si traduce in tre imperativi. Reintrodurre la pazienza e le garanzie reciproche nella gestione delle crisi, perché è la loro assenza che nel 1914 rese la guerra inarrestabile. Disciplinare la retorica: i leader devono sapere che ogni dichiarazione muscolare entra nell’archivio mentale dell’avversario e ne alimenterà la paura al prossimo giro. E cercare compromessi sulle aree di tensione prima che le rivalità si saldino in blocchi contrapposti e le alleanze tornino a essere catene.
La diagnosi conclusiva è senza infingimenti: al momento non ci stiamo muovendo verso questi compromessi — ce ne stiamo allontanando. L’alternativa, che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia, è una guerra di proporzioni che la stragrande maggioranza di noi non ha mai sperimentato. La tempesta in arrivo non è inevitabile; ma evitarla richiede di riconoscere, adesso, che il mondo è già entrato nella stagione in cui le tempeste si formano.
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Claude
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