Un telefono intriso di schizzi di sangue sulla scena del delitto, poi inserito in un sacchetto di plastica e impacchettato con lo scotch. Quando il reperto arriva nel laboratorio dei Ris, però, una parte di quelle tracce sembrerebbe non essere più visibile. È il nuovo mistero sollevato da Francesca Bugamelli sul delitto di Garlasco.

L’autrice del canale YouTube Bugalalla Crime ha confrontato le fotografie scattate nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007 con quelle contenute nella nuova analisi della distribuzione delle macchie di sangue, la Bpa affidata ai Ris di Cagliari. Dal confronto emergerebbero differenze nelle condizioni del telefono fisso di casa Poggi.

Si tratta dell’interpretazione proposta da Bugamelli, non di una conclusione giudiziaria. Se confermata dagli accertamenti tecnici, tuttavia, porrebbe nuovi interrogativi sulla raccolta e sulla conservazione dei reperti nelle ore successive all’omicidio di Chiara Poggi.

Il telefono di casa Poggi chiuso nella plastica con lo scotch

«Ci sono le fotografie del telefono di casa Poggi, il famoso telefono sulla scena del crimine, che ad agosto era intriso di molti più schizzi di sangue rispetto a come si presenta nel laboratorio dei Ris quando lo analizzano», sostiene Francesca Bugamelli.

Una delle immagini mostrerebbe anche il modo in cui il telefono venne repertato: inserito in un sacchetto di plastica e avvolto con il nastro adesivo. Una modalità che, secondo l’autrice, meriterebbe di essere riesaminata per stabilire se possa avere alterato o disperso parte delle tracce presenti sull’apparecchio.

Il telefono potrebbe essere un reperto importante per ricostruire la dinamica dell’aggressione. La quantità, la forma e la direzione degli schizzi possono infatti fornire indicazioni sulla posizione della vittima e dell’aggressore, sugli spostamenti avvenuti nella stanza e sull’eventuale arma utilizzata.

Prima di parlare di prove inquinate, però, occorre stabilire se le differenze dipendano realmente da una perdita di materiale biologico oppure da luce, angolazione, qualità delle immagini o interventi tecnici eseguiti durante gli esami. È proprio questo confronto che potrebbe chiarire se il reperto sia arrivato in laboratorio nelle stesse condizioni in cui si trovava nella villetta.

Le macchie comparse sulle scale dopo il trasporto del corpo

Il secondo dubbio riguarda alcune tracce contrassegnate con il cartellino 55 lungo le scale sulle quali venne trovato il corpo di Chiara. Secondo Bugamelli, quelle macchie non sarebbero visibili nelle fotografie scattate il 13 agosto e sarebbero comparse soltanto in un momento successivo.

I Ris di Parma le avrebbero repertate come tracce legate al delitto. L’analisi delle immagini porterebbe invece a ipotizzare che siano state prodotte accidentalmente durante la rimozione e il trasporto della salma.

Bugamelli avanza anche l’ipotesi che il corpo possa essere scivolato o caduto durante le operazioni di recupero. Quest’ultimo passaggio non risulta però dimostrato e deve essere trattato come una possibile spiegazione delle tracce, non come un fatto accertato.

La distinzione è decisiva. Inserire nella ricostruzione dell’aggressione macchie prodotte successivamente potrebbe modificare l’interpretazione della scena, facendo apparire come conseguenza dell’omicidio ciò che sarebbe invece avvenuto durante l’intervento degli operatori.

L’intonaco dell’impronta 33 che non si trova più

Il telefono non è l’unico reperto al centro delle contestazioni. Bugamelli richiama anche la porzione di intonaco sulla quale si trovava l’impronta 33, la traccia insanguinata individuata lungo la scala che conduce alla cantina.

«L’aspetto più grave è che questo intonaco doveva essere conservato, almeno in parte, così da permettere nuovi esami», afferma. Secondo la documentazione consultata dall’autrice, una parte del materiale sarebbe dovuta rimanere disponibile, ma non sarebbe stata successivamente rintracciata.

L’assenza impedisce di sottoporre la superficie a nuove analisi con strumenti più moderni e di verificare direttamente alcune caratteristiche dell’impronta. La traccia è tornata al centro del caso dopo le nuove valutazioni sulla sua possibile origine e sulla compatibilità con una mano o con altre parti del corpo.

Comprendere che cosa sia accaduto a quell’intonaco potrebbe inoltre aiutare a ricostruire la catena di custodia degli altri reperti raccolti nella villetta.

Il video visto da Chiara e il contatto con Andrea Sempio

L’analisi di Bugamelli si estende ai dati informatici. Secondo la sua ricostruzione, il 7 agosto 2007 alle 13.15 Chiara avrebbe visualizzato sul computer un video nel quale compariva Andrea Sempio. La consultazione sarebbe avvenuta nello stesso periodo nel quale sarebbero iniziate alcune telefonate del giovane.

Il dato non dimostra la natura di un eventuale rapporto tra i due. Indicherebbe però, secondo Bugamelli, che un contatto digitale precedentemente escluso non possa più essere scartato in modo assoluto.

L’autrice collega questa circostanza anche all’ipotesi investigativa relativa ad alcuni filmati intimi che sarebbero stati copiati dal computer mentre Chiara si trovava a Londra. Gli inquirenti starebbero cercando di capire se e in quale modo uno di quei contenuti sia eventualmente arrivato nella disponibilità di Sempio.

Anche in questo caso si tratta di uno scenario investigativo ancora da dimostrare. Andrea Sempio è indagato e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Il vecchio movente contro Stasi e i dati informatici

Bugamelli torna infine sull’ipotesi secondo la quale Chiara avrebbe scoperto materiale pornografico nel computer di Alberto Stasi, provocando un litigio culminato nell’omicidio.

La perizia informatica di Paolo Dal Checco avrebbe escluso che l’accesso alla cartella denominata “militare” fosse stato eseguito manualmente, riconducendolo invece a un automatismo del sistema. Le fotografie si trovavano inoltre all’interno di ulteriori sottocartelle.

Questa ricostruzione indebolirebbe l’ipotesi del litigio, che non era comunque stata riconosciuta come un movente accertato nella sentenza. Stasi è stato condannato definitivamente a sedici anni senza che venisse individuata una causa precisa dell’omicidio.

Il nuovo filone deve ora confrontarsi con lo stesso problema: comprendere se esista un movente attribuibile ad Andrea Sempio e se gli elementi raccolti siano sufficienti a sostenere l’accusa. Ma prima ancora occorrerà distinguere le tracce originarie da quelle prodotte successivamente e stabilire quanto degli errori commessi nel 2007 possa ancora essere corretto.


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Luca Arnau

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