Stipendi al palo, disuguaglianze in crescita: perché bonus e detrazioni non bastano più a sostenere i redditi



Roma, 21 lugli 2026 – In oltre trent’anni le retribuzioni reali dei dipendenti privati italiani sono diminuite, il mercato del lavoro è diventato più frammentato e le distanze salariali si sono ampliate. A impedire che questo deterioramento si trasferisse integralmente sui redditi netti è intervenuto soprattutto il sistema fiscale, attraverso sgravi, detrazioni e crediti concentrati sui lavoratori con redditi bassi e medi. E’ il paradosso che emerge dalla Nota di lavoro dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulla dinamica retributiva e sul ruolo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026. Il fisco ha attenuato le conseguenze della stagnazione salariale, ma non ne ha rimosso le cause. E, secondo l’UPB, potrebbe ormai avere margini limitati per continuare a sostenere il lavoro dipendente con gli stessi strumenti. La questione non è soltanto tributaria. Riguarda il modello di crescita, la qualità dell’occupazione, la contrattazione, la produttività e il modo in cui lo Stato ha cercato di compensare, a valle, ciò che il mercato del lavoro non riusciva più a produrre a monte. 

Trentasei anni senza crescita reale 

Il dato di partenza è severo. Tra il 1990 e il 2026 la retribuzione lorda media dei lavoratori dipendenti del settore privato si è ridotta del 6,6% in termini reali. Significa che, una volta depurati gli stipendi dall’aumento dei prezzi, il lavoratore medio dispone oggi di una retribuzione inferiore rispetto a quella di oltre trent’anni fa. La contrazione non è stata uniforme. Si è concentrata soprattutto nella parte bassa della distribuzione, cioè tra i lavoratori con retribuzioni più contenute. Nello stesso tempo è aumentata la dispersione salariale: la distanza tra chi guadagna meno e chi occupa le fasce superiori si è allargata. La lunga stagnazione non dipende da un solo fattore. Alla debole dinamica delle retribuzioni si sono accompagnate trasformazioni profonde del lavoro: diffusione del part-time, segmentazione per settore, qualifica e tipo di contratto, discontinuità contributive e maggiore differenziazione tra carriere forti e carriere fragili.

Il peso crescente del part-time

L’aumento del lavoro a tempo parziale è uno degli elementi che spiegano la maggiore dispersione delle retribuzioni annuali. Il part-time non è necessariamente sinonimo di precarietà: può rispondere a esigenze personali o organizzative. Ma quando è involontario, concentrato nei settori a bassa produttività o associato a poche ore lavorate, riduce il reddito annuo e aumenta la distanza rispetto ai lavoratori a tempo pieno. La questione, dunque, non riguarda solo il salario orario. Un lavoratore può avere una paga formalmente coerente con il contratto collettivo ma percepire comunque un reddito annuale basso perché lavora meno ore, attraversa periodi di inattività o resta intrappolato in occupazioni discontinue. La crescita delle differenze retributive riflette così una segmentazione più ampia: imprese innovative e settori ad alta produttività da una parte; servizi poveri, piccole aziende fragili e lavoro discontinuo dall’altra. L’Irpef interviene sul risultato finale, ma non può modificare questa struttura.

Come l’Irpef ha corretto le disuguaglianze

Dentro questo scenario, l’imposta sul reddito delle persone fisiche ha svolto una funzione sempre più importante. Le riforme succedutesi nel tempo hanno ridotto il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi, sostenendo il reddito disponibile e attenuando la crescita delle disuguaglianze prodotte dal mercato. Due passaggi hanno avuto un peso particolare. Il primo è stato il bonus Irpef introdotto nel 2014, poi trasformato e ampliato negli anni successivi. Il secondo è la riforma del 2025, che ha trasferito dentro l’imposta gli sgravi contributivi precedentemente applicati ai lavoratori dipendenti. Questi interventi hanno fatto sì che, a fronte di retribuzioni lorde deboli, le retribuzioni nette risultassero maggiormente protette, soprattutto nelle fasce inferiori e intermedie. Per i redditi più elevati, invece, il carico effettivo è cresciuto, anche per effetto della mancata indicizzazione completa degli scaglioni, delle detrazioni e degli altri parametri fiscali. Il risultato è un aumento significativo della capacità redistributiva dell’Irpef. L’indice utilizzato dall’UPB è più che raddoppiato, passando da 0,028 nel 1990 a 0,065 nel 2026. In termini semplici, l’imposta riesce oggi a ridurre le disuguaglianze tra i redditi da lavoro dipendente molto più di quanto facesse all’inizio degli anni Novanta.


Che cos’è il drenaggio fiscale

Una parte dell’aumento del prelievo sui redditi medio-alti deriva dal cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale. Il meccanismo si produce quando salari e redditi nominali aumentano per effetto dell’inflazione, mentre scaglioni, detrazioni e soglie dell’imposta non vengono adeguati nella stessa misura. Il contribuente può così salire verso aliquote effettive più elevate pur senza essere diventato realmente più ricco. Lo stipendio nominale aumenta, ma il potere d’acquisto resta fermo o diminuisce; nel frattempo, però, cresce la quota assorbita dal fisco. Il drenaggio fiscale ha quindi rafforzato la progressività dell’Irpef, ma in modo non sempre trasparente o desiderabile. Ha contribuito alla redistribuzione, scaricando tuttavia un peso crescente sui redditi medio-alti da lavoro dipendente, che sono anche quelli più facilmente intercettabili dal sistema tributario.

Da dove viene il raddoppio della redistribuzione

Per comprendere il cambiamento, l’UPB ha sviluppato una metodologia che distingue quattro fattori: le riforme destinate ai redditi bassi e medi, gli interventi sui redditi più elevati, il drenaggio fiscale e le trasformazioni della distribuzione dei redditi e della forza lavoro. Nel complesso, le riforme dell’Irpef spiegano circa l’80% dell’aumento della capacità redistributiva. Il contributo più forte proviene dalle misure rivolte ai lavoratori con redditi bassi e medi, che spiegano il 115,8% dell’incremento complessivo. Il valore superiore al 100% dipende dal fatto che altri interventi hanno operato nella direzione opposta. Le riforme riguardanti i redditi più elevati hanno infatti ridotto la portata redistributiva per il 36,7%. Il fiscal drag ha contribuito positivamente per il 7,4%, mentre i cambiamenti nella distribuzione dei redditi e nella composizione dell’occupazione hanno pesato per il 13,5%. Il quadro che ne deriva è chiaro: l’incremento della redistribuzione è stato trainato soprattutto dalla maggiore progressività e dalla riduzione del prelievo sulle fasce inferiori, parzialmente compensata dagli sgravi che hanno ridotto l’aliquota media complessiva.

Il rischio di sostituire il salario con il fisco

L’UPB introduce anche una cautela rilevante. Non è possibile stabilire un rapporto causale diretto tra riforme fiscali e dinamica delle retribuzioni. Non si può affermare, cioè, che gli sgravi abbiano determinato la stagnazione salariale. Ma non si può nemmeno escludere che la disponibilità di strumenti fiscali a sostegno dei redditi più bassi abbia influito sugli esiti della contrattazione. Il rischio è che una parte dell’aumento del reddito netto venga affidata allo Stato invece che alla crescita dei salari lordi e della produttività. Il lavoratore riceve più denaro disponibile, ma il costo viene sostenuto dalla finanza pubblica e non dall’impresa attraverso il salario. E’ un equilibrio che può essere utile nelle fasi di emergenza, ma diventa problematico se permanente. Il fisco può integrare il salario, non sostituire una dinamica salariale adeguata. Altrimenti si crea una dipendenza crescente da bonus, detrazioni e soglie, esposte a ogni legge di Bilancio e alle compatibilità dei conti pubblici.

Una progressività concentrata sui dipendenti

Un altro limite riguarda la base imponibile. L’Irpef è formalmente l’imposta generale e progressiva sui redditi, ma negli anni numerose tipologie di reddito sono state sottratte al regime ordinario e assoggettate a cedolari, imposte sostitutive o regimi agevolati. La progressività finisce così per concentrarsi soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni, i redditi maggiormente tracciabili e soggetti a ritenuta alla fonte. Ne derivano differenze di trattamento tra contribuenti che possono avere capacità economiche simili ma pagare imposte molto diverse a seconda della natura del reddito percepito. Il sistema si espone inoltre maggiormente all’inflazione. Se il sostegno ai redditi bassi viene costruito attraverso detrazioni, crediti e soglie non automaticamente indicizzate, ogni accelerazione dei prezzi rende necessari nuovi interventi correttivi. E ogni correzione aumenta la complessità dell’imposta.

Perché l’Irpef non basta più

Il giudizio conclusivo dell’UPB è prudente ma netto: l’attuale modello redistributivo potrebbe avere raggiunto i propri limiti. Ulteriori riduzioni del prelievo sui redditi bassi e medi sono possibili, ma diventano progressivamente più costose e difficili da finanziare. Inoltre, rischiano di accentuare il carico sui redditi immediatamente superiori, creando bruschi salti di aliquota effettiva e penalizzando il ceto medio. Continuare a utilizzare quasi esclusivamente l’Irpef per compensare la debolezza salariale significa chiedere all’imposta di svolgere un compito per il quale non è sufficiente. L’Irpef può redistribuire il reddito prodotto, ma non può aumentare la produttività, migliorare la qualità dei contratti, ridurre il part-time involontario o rafforzare il potere negoziale dei lavoratori. Non può neppure risolvere da sola le differenze tra settori, territori, imprese e qualifiche che alimentano la dispersione delle retribuzioni.


Le alternative: salari, base imponibile e spesa pubblica

Secondo l’UPB, una nuova fase richiede interventi complementari. Il primo riguarda la revisione dei regimi agevolati che sottraggono redditi alla base imponibile ordinaria. Se la progressività deve essere sostenibile, deve poggiare su una base più ampia e uniforme. Il secondo è il contrasto all’evasione, necessario non solo per recuperare gettito, ma per distribuire più equamente il carico fiscale. Più redditi emergono, meno pressione deve essere concentrata sui contribuenti che già pagano integralmente. Il terzo fronte è quello delle politiche strutturali contro la stagnazione salariale: produttività, innovazione, formazione, contrattazione collettiva, partecipazione dei lavoratori e qualità dell’occupazione. Infine, il sostegno ai redditi più fragili potrebbe essere affidato maggiormente agli strumenti di spesa. Trasferimenti selettivi e servizi pubblici possono raggiungere le famiglie vulnerabili senza deformare ulteriormente la struttura dell’Irpef. Un sostegno sul lato della spesa può essere calibrato sulla composizione familiare, sui bisogni e sulle condizioni sociali, mentre l’imposta guarda principalmente al reddito individuale.

La vera questione salariale

La Nota dell’UPB consegna dunque una doppia verità. La prima è che le riforme dell’Irpef hanno protetto milioni di lavoratori, impedendo che la stagnazione delle retribuzioni lorde producesse una crescita ancora maggiore delle disuguaglianze nette. La seconda è che questa funzione compensativa non può essere infinita. Dopo oltre trent’anni, il problema italiano resta a monte: il lavoro non genera abbastanza crescita salariale reale e la distribuisce in modo sempre più diseguale. Il fisco ha corretto il risultato, ma non può continuare a essere l’unica politica salariale del Paese. La prossima stagione di riforme dovrà quindi scegliere se aggiungere un altro strato di bonus e detrazioni oppure affrontare le cause strutturali: bassi salari, produttività debole, segmentazione del lavoro, evasione e frammentazione della base imponibile. L’Irpef ha evitato che la frattura diventasse più profonda. Ora, però, serve ricostruire il terreno su cui nascono i redditi, prima ancora di decidere come tassarli.


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