la leggenda di Messi non vale la seconda stella, Argentina ko in finale



New York (Stati Uniti) 18 luglio 2026 – È stato un torneo leggendario, ma non è bastato per portare a compimento il mito albiceleste del dieci di Rosario. “Por la ultima de Leo” recita la canzone del cantautore argentino Palmito, diventata l’inno del Mondiale albiceleste, intonata senza sosta dai tifosi sudamericani in ogni occasione possibile dentro e fuori dallo stadio. Lui stesso ha ammesso di non avere più Mondiali da giocare in quello che resta della sua carriera e purtroppo l’ultimo è terminato come quello in Brasile: sconfitto ai supplementari da un’europea per 1-0.

Questo non toglie come il Mondiale di Lionel Andres Messi, al netto anche di una finale leggermente sottotono, sia stato forse la più grande esibizione di tecnica, qualità e leadership da parte del fenomeno di 39 anni. Performance capaci di far dimenticare a tutti l’età del giocatore sudamericano, giocata dopo giocata, una rete dopo l’altra, un assist dopo l’altro, fino a conquistare la vetta di entrambe le classifiche di tutti i tempi. Oggi Leo è secondo nella classifica dei migliori marcatori Mondiali di tutti i tempi a quota 21 gol, superato da Kylian Mbappé e i suoi gol nella finale 3-4° posto. Allo stesso modo l’argentino ha superato il mito di Diego Armando Maradona nella classifica di miglior assistman della competizione, superati gli 11 passaggi vincenti dell’ex Napoli.

Numeri da capogiro che non finiscono mai: 16 partite con almeno un gol segnato, record di partite consecutive a segno a quota 9, 15 avversarie diverse a cui ha segnato in questa competizione. Sei Mondiali sulle spalle e tutta la leggerezza di un campione che non ha più nulla da chiedere al gioco di cui ha riscritto la storia eppure la possibilità di diventare mito e cucire una seconda stella sulla camiseta che per lui è stata a lungo un peso. Un campione che a partita finita ha accettato la sconfitta, contemplando lo stadio e probabilmente concedendosi un solitario ultimo saluto al palcoscenico più grande di tutti.

Il peso dell’Albiceleste e quei due ritiri dalla Nazionale

Avere visto in questo mese e mezzo Leo Messi giocare con la maglia dell’Argentina è una gioia per gli occhi. Un ricordo costante di quanto forte è stato il numero 10 argentino e di come ancora oggi il suo genio calcistico trovi spiragli per sorprendere, demolendo le difese avversarie non più solo con la sua tecnica e rapidità palla al piede, ma anche con un QI calcistico sopraffino, combinato a un piede sinistro degno di un’esposizione museale.


La facilità con cui si accendeva, creando occasioni da gol dal nulla era il suo simbolo quando vestiva la maglia del Barcellona. I suoi dribbling non erano particolarmente appariscenti, come quelli delle controparti Neymar o Cristiano Ronaldo, ma dei tre era l’argentino il più efficace. Le sue giocate, i suoi gol, hanno riscritto la storia del calcio spagnolo, portando in Catalogna la Capitale della Liga, mettendo in ombra Madrid e simultaneamente in discussione il dominio del Real. Un vero e proprio incubo per i tifosi delle Merengues, è il recordman di presenze nel Clasico di Spagna insieme a Sergio Ramos, ma è per distacco il miglior marcatore a quota 26 reti, contro le 18 di Cristiano Ronaldo e Di Stefano. Con lui i Blaugrana sono passati da una sola Champions League nella propria storia, conquistata grazie al genio di Johan Cruijff in panchina, a un totale di cinque. Per lui parliamo di 10 titoli di Liga, 8 Supercoppe di Spagna, 7 Copa del Rey, 3 Supercoppe Uefa, 3 Coppe del Mondo per Club.

Se per il Barcellona la stella di Messi è coincisa con il periodo più vincente della storia del club, lo stesso non si può dire però del suo percorso con la maglia dell’Argentina. Il quadro non è però chiaro fin da subito. Inizialmente l’AFA, la federcalcio argentina non era al corrente del talento di Leo quando si trasferì in Europa al Barcellona, un passaggio avvenuto all’età di 13 anni dovuto soprattutto alle costose cure di risveglio ormonale, per il suo problema all’ormone della crescita. Nessun club in patria si voleva prendere la responsabilità di pagare cure così costose per il ragazzo, né il Newell’s Old Boys, che oggi gli ha dedicato una delle tribune del proprio stadio, né il River Plate, così come altri club europei, questo fino a quando non arrivò in Blaugrana. La sua lontananza da casa lo tenette a lungo lontano dai radar delle selezioni giovanili, fino a quando le sue imprese non arrivarono, via VHS, in Argentina, portando alla sua prima convocazione.

Il suo impatto con la camiseta albiceleste è di quelli da ricordare. Nel 2005 vince da protagonista il Mondiale Under 20, dove è miglior marcatore e miglior giocatore del torneo. Nel 2006 il suo debutto al Mondiale è di quelli da ricordare: gol e assist nel debutto contro la Serbia e Montenegro, dove diventa anche il più giovane argentino di sempre a giocare la competizione. A Pechino 2008 conquista l’oro olimpico con la selezione Albiceleste.

Sembra solo una questione di tempo prima di vederlo sollevare un trofeo, tra Copa America e Mondiale, con la Nazionale argentina, ma ogni volta sembra mancare qualcosa. Nel 2014 in Brasile, l’Argentina cade ai supplementari della finale iridata contro la Germania, merito del gol di Mario Gotze a infrangere il sogno di Messi e compagni a centimetri dal traguardo. Arrivano poi le due brucianti sconfitte in finale di Copa America contro il Cile nelle edizioni del 2015 e quella del Centenario nel 2016, entrambe arrivate ai rigori, con lo stesso Leo a sbagliare il suo penalty nella seconda di queste finali. Il dieci è schiacciato dal peso delle aspettative dei tifosi e annuncia il suo primo ritiro dalla Nazionale.

Sono però proprio i tifosi argentini a chiedere a gran voce un suo ritorno. Nonostante le critiche feroci da parte dei media nazionali, l’affetto degli argentini convince Leo a tornare, ma i risultati con l’Argentina continuano a latitare: eliminati dal Mondiale del 2018 dall’astro nascente di Mbappé e dalla Francia poi campione, arriva solo un terzo posto nella Copa America del 2019, mentre poco alla volta anche la sua stella al Barcellona sembra eclissarsi, vittima dell’erosione del tempo, ma la storia è ben lontana dalla sua conclusione.


Redenzione e successo tra Brasile e Qatar

La stella di Leo Messi sembra ormai destinata alla fine delle sue possibilità di successi con la maglia della Nazionale. A cambiare la storia ci pensa però Lionel Scaloni, tecnico salito in cattedra nel 2018 nella Nazionale argentina dopo due esperienze da assistente a Siviglia prima, poi come vice di Sampaoli già in Albiceleste. Inizialmente non sembra essere lui l’uomo predestinato a cambiare i destini della selezione argentina. Ma dopo la prima Copa America terminata al terzo posto, utile per prendere confidenza con il ruolo e mettere esperienza in panchina da ct arriva la svolta.

L’ex giocatore di Lazio e Atalanta trova un modo di sposare il talento di Leo, con il resto dei compagni. La Pulga diventa a tutti gli effetti il centro di gravità tecnico ed emotivo della squadra, che magari vanta meno talento rispetto agli anni precedenti, ma un sistema solido, atto a supportare al massimo il proprio dieci. Questo porta alla Copa America del Covid nel 2021 giocata in Brasile: un’edizione strappata all’Argentina, per insufficienti garanzie di sicurezza per mettere in atto il protocollo di protezione degli atleti dalla pandemia, spostatando così la sede della coppa. Un’edizione dove Messi si conferma il solito leader tecnico senza però dominare come in passato. Salgono alla ribalta così i gregari di Leo come il Dibu, Emiliano Martinez, Angel Di Maria, e i centrocampisti De Paul e Paredes.

Il viaggio in Brasile degli argentini è un trionfo, tanto da coniare il termine “scaloneta” per definire il nuovo corso della Nazionale, ovvero una formazione compatta attorno al suo leader. Una competizione vinta al Maracana contro i Verdeoro a sancire la fine del digiuno di Messi con la maglia dell’Argentina. Un successo che agli occhi degli appassionati argentini redime il dieci di fronte al popolo, rilanciando le ambizioni anche in ottica Mondiale, quello del Qatar 2022.

Nel primo torneo iridato giocato in inverno, la squadra argentina parte sottotono, battuta al debutto dall’Arabia Saudita. Ma è un errore cadere nell’errore di un Messi poco incisivo in Nazionale. L’argentino arriva secondo in classifica marcatori e gara dopo gara è sempre più decisivo, trascinando con sé anche i compagni. La sfida catartica è quella contro i Paesi Bassi, vinta ai rigori al termine di una vera e propria battaglia terminata per 2-2 ai regolamentari, poi vinta ai rigori, ma l’ultimo episodio è un thriller di non minore impatto. Mbappé e compagni non vogliono lasciare la corona e contro l’Argentina giocano una partita leggendaria, culminata ai rigori con il penalty vincente di Montiel dopo un 3-3 tra regolamentari (2-2 al 90′) e supplementari.

La sfida di Lusail ha chiuso il cerchio della carriera di Leo Messi. Le performance del dieci argentino da allora sono dei veri e propri show di un giocatore dal talento infinito, libero di esprimersi come vuole. In questo modo arriva la seconda Copa America nel 2024, insieme alla Finalissima conquistata contro l’Italia nel 2022. La finale non ha sorriso al fenomeno di Rosario, non ha sorriso all’Argentina, ma questa volta non c’è rabbia, non c’è frustrazione, solo la tristezza del vuoto che tutti gli amanti del calcio, non solo i tifosi albiceleste, dovranno vivere, perché da domani non esisterà più un Mondiale con Lionel Andres Messi in campo.



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