Moby attacca Trump dal palco di Modena: “È un idiota, il peggior presidente della storia americana”


MODENA – “Trump è un idiota. È il peggior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto”. Le parole di Moby arrivano verso la fine del concerto. L’artista statunitense interrompe per qualche minuto la musica, si rivolge direttamente ai 6.500 spettatori e, quasi con imbarazzo, dice di sentirsi in dovere di scusarsi per ciò che sta accadendo nel suo Paese.

Subito dopo parte Lift Me Up, uno dei brani simbolo della sua produzione. Non è una scelta casuale. La canzone fu scritta nel 2004, dopo la rielezione del presidente George W. Bush, in un periodo in cui Moby arrivò perfino a dichiarare che avrebbe voluto trasferirsi in Canada in segno di protesta. Oggi, oltre vent’anni dopo, quelle parole assumono un significato ancora più forte alla luce del giudizio espresso sul presidente Donald Trump, che il musicista considera addirittura peggiore del suo predecessore.

È uno dei passaggi più intensi di una serata che ha confermato come Richard Melville Hall, questo il vero nome dell’artista newyorkese il cui prozio era il famoso scrittore (da qui lo pseudonimo di Moby), non abbia mai separato la musica dalle proprie convinzioni personali. Da oltre trent’anni Moby alterna elettronica, rock, riflessioni filosofiche, spiritualità, impegno civile e ambientalismo, trasformando ogni concerto in qualcosa che va oltre il semplice intrattenimento.

L’appuntamento modenese, all’interno del Jazz Open Festival, era particolarmente atteso. Si trattava infatti del ritorno in Italia dopo ben quindici anni di assenza. L’ultima esibizione nel nostro Paese risaliva infatti al 2011, quando si era esibito a Roma. Un’attesa lunghissima che ha spinto migliaia di appassionati ad arrivare a Modena da tutta Italia e anche dall’estero, premiando l’organizzazione con un sold out da 6.500 spettatori.


Ad aprire la serata in Piazza Roma è stata Art School Girlfriend, il progetto della produttrice, polistrumentista e cantautrice gallese Polly Mackey, impegnata da anni nella ricerca di un equilibrio tra elettronica atmosferica, elementi organici e una scrittura dalle sfumature intime. L’artista, attiva con questo pseudonimo dal 2017, ha portato sul palco di Jazz Open Modena un set caratterizzato da sonorità sospese e ambientazioni elettroniche, introducendo il pubblico alla dimensione più introspettiva della serata.

Poi, alle 22,15, l’ingresso di Moby sul palco che è affidato a Bodyrock, seguita da Go e Next Is the E, tre brani che riportano immediatamente il pubblico alle radici della sua ricerca musicale, fatta di techno, house ed elettronica contaminata dal rock alternativo. L’impatto è travolgente: il pubblico canta, salta e accompagna ogni pezzo con un entusiasmo che non diminuirà mai nel corso dell’intera serata.

La scaletta è un viaggio attraverso oltre tre decenni di carriera. Moby pesca da album diversi, alternando i pezzi più energici a quelli più introspettivi, dimostrando ancora una volta quanto il suo repertorio sia capace di attraversare generi molto differenti. Del resto, la sua produzione ha sempre spaziato dalla techno al pop elettronico, dalla dance a composizioni ambientali e contemplative come quelle raccolte in Ambient, senza rinunciare a richiami alla disco music, al punk e perfino all’heavy metal.

Arrivano così In This World e In My Heart, mentre uno dei momenti più emozionanti della serata è rappresentato dall’interpretazione di Heroes di David Bowie. Prima di iniziare il brano, Moby si prende qualche minuto per raccontare il rapporto con il Duca Bianco, definendolo il suo artista preferito e ricordando con emozione la collaborazione che li ha uniti. Ricorda di averlo conosciuto nei primi mesi del 1999, quando entrambi vivevano nel quartiere di Little Italy a New York, raccontando le lunghe chiacchierate che faceva con Bowie. Il pubblico ascolta in silenzio, prima di accompagnarlo in una versione intensa e personale del celebre capolavoro.

Il concerto entra quindi nella sua fase più emozionante con alcuni dei brani che hanno reso Moby una delle figure più influenti della musica elettronica mondiale. We Are All Made of Stars, Why Does My Heart Feel So Bad? e Natural Blues trasformano Piazza Roma in un enorme coro a cielo aperto. Sono canzoni che, a distanza di oltre vent’anni dalla loro pubblicazione, conservano intatta la capacità di emozionare e coinvolgere, fondendo melodie immediate, gospel, blues ed elettronica in uno stile unico e immediatamente riconoscibile.


moby

Ma la musica, per Moby, è soltanto una parte del messaggio. Da sempre l’artista affianca alla produzione discografica un forte impegno civile. Vegano convinto da decenni, è uno dei sostenitori più conosciuti dei diritti degli animali e della tutela dell’ambiente.

Anche questo aspetto trova spazio durante il concerto modenese. A metà serata sugli schermi compare un videomessaggio della compianta etologa e antropologa britannica Jane Goodall, scomparsa meno di un anno fa, dedicato al lavoro della fondazione che porta il suo nome e che Moby sostiene attivamente. Il messaggio richiama l’attenzione sulla necessità di proteggere gli animali, contrastare gli allevamenti intensivi e quelli in gabbia e promuovere un’alimentazione basata sui vegetali come scelta più sostenibile per il pianeta.

La quasi totalità del pubblico segue il filmato con rispetto e attenzione. Solo pochi spettatori lasciano partire qualche commento fuori luogo, rapidamente coperto dagli applausi della platea. Un episodio marginale che conferma però come il musicista americano continui a portare sul palco, senza compromessi, tutto il proprio universo ideale. Per Moby, infatti, la musica non è mai separata dalle convinzioni personali, ma rappresenta il mezzo attraverso cui raccontare il mondo e cercare di cambiarlo.

La seconda parte dello show torna ad alzare i ritmi con Raining Again, Disco Lies, Flower / Find My Baby, Honey ed Extreme Ways, il brano legato anche alla saga cinematografica di Jason Bourne, accolto da una delle ovazioni più calorose della serata.

Poi arriva il gran finale. Porcelain, con la sua atmosfera sospesa e malinconica, emoziona l’intera piazza. Lift Me Up assume inevitabilmente anche un significato politico dopo le parole pronunciate poco prima dall’artista. Infine Feeling So Real chiude una serata vissuta senza un attimo di pausa, tra balli, riflessioni e applausi interminabili.


Dopo quindici anni di assenza dall’Italia, Richard Melville Hall ha dimostrato di essere ancora uno degli artisti più originali e coerenti della scena internazionale. A Modena non ha portato soltanto un concerto sold out. Ha portato la sua musica, le sue idee, le sue battaglie e la sua visione del mondo. Perché, nel bene o nel male, Moby continua a essere uno di quegli artisti per cui ogni canzone è anche una dichiarazione di intenti.


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 Paolo Pergolizzi

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