Portovesme, mobilità in deroga per 210 lavoratori: perché la crisi resta aperta


Portovesme, via libera alla mobilità in deroga per 210 lavoratori su 274. Sindacati: crisi irrisolta, rischio reddito zero e accuse a Governo e Regione.


4 Luglio 2026 alle 16:00






Autorizzato il pagamento della mobilità in deroga per 210 lavoratori del polo industriale di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente. Si tratta di una misura di sostegno al reddito destinata a chi ha perso il lavoro e non rientra negli ammortizzatori ordinari: un intervento importante sul piano sociale, che però – avvertono i sindacati – non affronta le cause profonde della crisi industriale dell’area.

Mobilità in deroga: cosa è stato deciso a Portovesme

Le segreterie territoriali di Fiom, Fsm e Uilm, le principali sigle dei metalmeccanici, hanno comunicato che è stato autorizzato il pagamento di 210 delle 274 mobilità in deroga destinate ai lavoratori del polo di Portovesme.

La mobilità in deroga è uno strumento di sostegno temporaneo con cui le istituzioni, in casi particolari, estendono tutele economiche a lavoratori che non avrebbero accesso agli strumenti ordinari (come la cassa integrazione standard o l’indennità di disoccupazione). Nel caso di Portovesme, riguarda chi è stato coinvolto nel progressivo fermo degli impianti industriali dell’area.

Nonostante il via libera ai pagamenti, i sindacati sottolineano che restano 64 posizioni ancora scoperte rispetto alle 274 previste, e soprattutto che il problema centrale del territorio – la mancanza di una prospettiva industriale – non è stato affrontato.

Sindacati: “Crisi lontana dall’essere risolta”

Nella nota diffusa dalle segreterie territoriali, Fiom, Fsm e Uilm parlano senza giri di parole: “la crisi determinata da quanto sta avvenendo è lontana dall’essere risolta”.


I metalmeccanici descrivono un “disastro economico e sociale di proporzioni immani” che si sta abbattendo sul territorio. Nel mirino, in particolare, ci sono:

  • la chiusura di fabbriche già in atto;
  • le fermate imminenti per la centrale Enel di Portovesme;
  • la mancanza di prospettive di rilancio per SiderAlloys, Portovesme srl e, con molta probabilità, per Eurallumina.

Si tratta di aziende industriali – attive nella produzione di metalli non ferrosi e nel comparto energetico – che costituiscono l’ossatura produttiva dell’area. Il blocco o il ridimensionamento delle attività ha un impatto diretto su occupazione, indotto e redditi delle famiglie.

Lo scenario, sottolineano i sindacati, è definito “catastrofico, che non può subire ulteriori rinvii”.

Assemblea il 9 luglio e nuove proteste in arrivo

Fiom, Fsm e Uilm hanno convocato per il 9 luglio alle 9 un’assemblea generale dei lavoratori in mobilità, dei lavoratori di SiderAlloys e di GMS.

Nel corso dell’assemblea è prevista anche una conferenza stampa, nel corso della quale saranno annunciate nuove iniziative di protesta. Le forme di mobilitazione non sono dettagliate nella nota, ma il messaggio che arriva dal territorio è quello di una crescente esasperazione di fronte al perdurare dell’incertezza.


L’appello al Mimit: tavoli su ex Alcoa e indotto di Portovesme

Le tre sigle metalmeccaniche chiamano direttamente in causa il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, chiedendo una convocazione immediata del tavolo per l’ex Alcoa. L’ex stabilimento Alcoa, oggi sotto la guida di SiderAlloys, è uno dei nodi principali dell’area industriale di Portovesme.

I sindacati chiedono anche l’apertura di tavoli specifici per l’indotto di Portovesme, con particolare attenzione al futuro della centrale Enel di Portovesme, ai suoi lavoratori e a quelli delle imprese in appalto, che dipendono direttamente dall’operatività dell’impianto.

Le critiche alla gestione SiderAlloys e il ruolo di Invitalia

Nella loro nota, Fiom, Fsm e Uilm pongono interrogativi molto netti sulla gestione dell’ex Alcoa da parte di SiderAlloys. I sindacati chiedono: quali motivi “spingono a tenere ancora in piedi la guida dello stabilimento alla SiderAlloys, dopo i danni creati”.

Le criticità non riguardano solo la società industriale, ma anche il socio pubblico. I sindacati si interrogano infatti su Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, controllata dallo Stato: “Quali sono i motivi per cui Invitalia, costola dello stato, continua a sostenere l’attuale proprietà nonostante il fallimentare progetto?”, scrivono le sigle metalmeccaniche.

Il tema centrale è il perché, a fronte delle difficoltà del progetto attuale, non si sia ancora aperta una discussione concreta su soluzioni alternative di rilancio produttivo.


Le alternative industriali e il rischio reddito zero per i lavoratori

Nella nota, Fiom, Fsm e Uilm richiamano il fatto che esisterebbero “proposte concrete di disponibilità a rilanciare le produzioni”. Viene citata in particolare l’azienda greca Meplen, indicata come realtà industriale interessata da tempo, a cui si aggiunge ora un “interessamento ufficiale confermato dal Mimit”.

Per i sindacati, di fronte a queste aperture si continua invece a “dare credibilità e fiducia a questa gestione e non si accelera sui possibili rilanci”. La richiesta è di “cogliere le possibilità di rilancio produttivo senza ulteriori perdite di tempo, subito”.

L’allarme è legato soprattutto alla situazione economica dei lavoratori. Le tre sigle sottolineano che i dipendenti in cassa integrazione e in mobilità rischiano a breve di restare “senza reddito, senza prospettive e senza ammortizzatori”. Cassa integrazione e mobilità sono infatti strumenti a scadenza: se non subentrano nuove attività produttive o nuove misure, la tutela economica viene meno.

Accusa di immobilismo a Governo e Regione

In chiusura, Fiom, Fsm e Uilm puntano il dito contro le istituzioni a più livelli. Le tre sigle sindacali territoriali denunciano “l’immobilismo del governo e del Mimit” e, allo stesso tempo, si dichiarano “fortemente preoccupati per il silenzio della Regione e dell’assessorato all’Industria, davanti alle non risposte”.

La vertenza di Portovesme, dunque, resta aperta: la mobilità in deroga per 210 lavoratori rappresenta un sollievo temporaneo per molte famiglie, ma non sostituisce un piano industriale credibile per il futuro del polo e dell’intero Sulcis Iglesiente.


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