Riforma elettorale? Paterino: certo, ma rispettando Parlamento ed elettori


Si è capito eccome quale sia la volontà e l’obiettivo del governo guidato da Giorgia Meloni di garantirsi continuità in una sorta di premierato camuffato, che guardi anche alle opportunità di pesare anche nelle scelte per la elezione del presidente della Repubblica. Le forze di Governo, spaccate sul nodo delle preferenze, hanno finora giustificato la Riforma elettorale con la necessità di garantire stabilità al Paese. Michele Paterino, una vita tra i banchi del consiglio comunale, non ha smesso di fare politica e con ‘’preoccupazioni’’ mette in guardia su forzature, colpi bassi che alla fine rischiano di ripercuotersi sulla tenuta della democrazia, accrescendo il divario tra cittadini e rappresentanti della Cosa Pubblica. Per farla breve una democrazia non si rafforza con un premio di maggioranza. Naturalmente ci sono delle alternative Basta volerne discutere in Parlamento.:doppio turno o ritorno al proporzionale.Ma il governo ha fretta ed è in campagna elettorale da tempo…

Legge Elettorale: Una democrazia non si rafforza con un premio di maggioranza.
La riforma elettorale in discussione in Parlamento ripropone un interrogativo che accompagna da decenni il dibattito istituzionale italiano: come conciliare l’esigenza della governabilità con quella, non meno fondamentale, della rappresentanza democratica.
L’ipotesi di attribuire un premio di maggioranza alla coalizione o al partito che raggiunga il 42% dei voti validamente espressi viene presentata come la soluzione per garantire governi stabili e capaci di completare la legislatura. È un obiettivo certamente condivisibile. Meno convincente è lo strumento scelto.
La politica sembra infatti dimenticare un dato ormai strutturale della nostra democrazia: l’astensionismo. Nelle ultime elezioni politiche quasi quattro elettori su dieci hanno rinunciato al voto. Se questa tendenza dovesse confermarsi, una forza politica che ottenesse il 42% dei voti validi rappresenterebbe in realtà poco più di un quarto dell’intero corpo elettorale. Eppure, grazie al premio di maggioranza, potrebbe disporre di una solida maggioranza parlamentare, con la possibilità di approvare le leggi ordinarie e sostenere stabilmente il Governo.
Il problema non è soltanto politico, ma anche democratico. Il principio della rappresentanza rischia infatti di essere sacrificato sull’altare della governabilità.
La questione assume oggi un rilievo ancora maggiore proprio a causa della crescente disaffezione al voto. Una legge elettorale costruita sui voti validamente espressi, senza considerare il peso dell’astensione, rischia di attribuire un potere molto ampio a una forza politica sostenuta da una minoranza del corpo elettorale. Sarebbe un effetto difficilmente conciliabile con il principio di uguaglianza del voto sancito dall’articolo 48 della Costituzione e con il carattere rappresentativo delle Camere delineato dall’intero impianto costituzionale.
Esisterebbero alternative più equilibrate.
La prima è il doppio turno. Chi vince il ballottaggio lo fa dopo avere ottenuto un consenso diretto e politicamente più ampio. La governabilità deriva dalla scelta degli elettori e non da un meccanismo premiale deciso dal legislatore.
La seconda è il ritorno a un sistema proporzionale, nel quale ogni forza politica ottenga una rappresentanza corrispondente ai voti ricevuti. Sarebbe poi il Parlamento a costruire una maggioranza sulla base di un accordo programmatico trasparente. È ciò che avviene, con diverse varianti, in numerose democrazie europee. In Germania, nei Paesi Bassi, in Austria, nei Paesi scandinavi e in altri ordinamenti, i governi nascono attraverso il confronto parlamentare e la definizione di programmi comuni. Non è un segno di debolezza, ma di maturità istituzionale.
Del resto, la Costituzione italiana è stata concepita proprio per valorizzare il Parlamento quale luogo della mediazione politica. I governi traggono la loro legittimazione dalla fiducia delle Camere, non dall’investitura diretta derivante dalla legge elettorale. Cercare di trasformare artificialmente una minoranza relativa in una maggioranza assoluta significa modificare, almeno nello spirito, questo delicato equilibrio costituzionale.
La giustificazione addotta dai sostenitori della riforma è quella della governabilità. Ma è lecito chiedersi se esista una dimostrazione che una maggioranza parlamentare più ampia produca automaticamente governi più efficaci o politiche pubbliche migliori. Non esiste un rapporto automatico tra stabilità numerica della maggioranza e qualità dell’azione di governo.

L’esperienza della Repubblica induce a una riflessione diversa. Dal 1946 fino alla riforma elettorale del 1993 l’Italia ha adottato un sistema sostanzialmente proporzionale. È vero che in quel periodo si sono succeduti numerosi governi, ma è altrettanto vero che il Paese ha conosciuto trasformazioni economiche e sociali straordinarie: la ricostruzione del dopoguerra, il cosiddetto miracolo economico, l’industrializzazione, l’espansione dello Stato sociale, l’allargamento dell’istruzione e l’ingresso tra le principali economie mondiali.
Ciò dimostra che la durata formale dei governi non coincide necessariamente con la capacità dello Stato di programmare e realizzare politiche efficaci. Molte delle scelte che hanno determinato la crescita del Paese hanno avuto carattere bipartisan o sono state sostenute da maggioranze parlamentari che, pur mutando nella composizione dei governi, hanno garantito continuità all’azione pubblica.

Anche l’esperienza più recente suggerisce prudenza nel ritenere che una solida maggioranza parlamentare costituisca, di per sé, garanzia di efficacia. L’attuale Governo dispone di una maggioranza ampia e stabile, eppure il giudizio sull’incisività delle riforme realizzate e sui risultati conseguiti in termini di crescita economica, produttività, salari, servizi pubblici e coesione sociale resta oggetto di un legittimo dibattito politico. La semplice disponibilità di numeri parlamentari consistenti non è sufficiente, da sola, ad assicurare buone politiche o migliori risultati per il Paese.
La governabilità è uno strumento, non un valore assoluto. Il valore costituzionale primario resta la rappresentanza democratica. Una legge elettorale dovrebbe garantire anzitutto che il Parlamento rispecchi fedelmente la volontà degli elettori; la stabilità dei governi deve essere la conseguenza della qualità della politica, non l’effetto di un artificio matematico nella distribuzione dei seggi.
Luglio 2026
Michele Paterino


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 Franco Martina

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