di Sara Ferrari | Tra riforme, polemiche e tutela della fauna selvatica, ecco cosa prevede il Disegno di Legge e perché il tema riguarda anche i cittadini bresciani. Negli ultimi mesi il tema della caccia è tornato al centro del dibattito pubblico a seguito del nuovo Disegno di Legge che propone modifiche alla normativa vigente. Come spesso accade quando si parla di animali, ambiente e gestione del territorio, il confronto si è acceso rapidamente tra sostenitori e oppositori della riforma.
Per il cittadino comune, però, non è sempre facile capire che cosa stia realmente cambiando. Tra slogan, dichiarazioni politiche e commenti sui social, il rischio è quello di formarsi un’opinione senza avere un quadro completo della situazione. Si tratta di comprendere quali siano le modifiche proposte e quali interrogativi stiano emergendo nel dibattito.
LA CACCIA IN ITALIA ESISTE GIÀ
Un primo chiarimento è importante: il Disegno di Legge non introduce la caccia in Italia. L’attività venatoria è già regolata dalla Legge 157 del 1992, che disciplina le specie cacciabili, i periodi consentiti, le aree protette e le modalità di esercizio.
La discussione attuale riguarda quindi possibili modifiche a regole già esistenti.
COSA POTREBBE CAMBIARE
Tra gli aspetti più discussi della riforma ci sono l’ampliamento delle specie cacciabili, una revisione del ruolo attribuito ai cacciatori nella gestione della fauna selvatica, maggiori competenze affidate alle Regioni nella definizione delle politiche venatorie e modifiche ai calendari di caccia, allargato anche ai periodi migratori. Un altro punto centrale riguarda il ruolo dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, i cui pareri potrebbero assumere un peso diverso e ridotto rispetto a quanto previsto dalla normativa attuale. Proprio su questi aspetti si concentra gran parte del confronto tra associazioni venatorie, ambientaliste, animaliste e mondo scientifico.
COSA NON CAMBIA, NELLA TEORIA
Non cambia il fatto che la fauna selvatica continui a essere considerata patrimonio dello Stato e bene di interesse collettivo, anche se è obiettivo che le tutele siano ridotte…Non vengono meno le norme che proteggono le specie protette né il sistema di autorizzazioni necessario per praticare la caccia. Per questo motivo è importante distinguere ciò che effettivamente è contenuto nel testo.
PERCHÉ IL TEMA DIVIDE?
I sostenitori della riforma ritengono che una normativa nata oltre trent’anni fa debba essere aggiornata per rispondere a problemi che oggi sono più evidenti, come la crescita numerica di alcune specie selvatiche e i danni alle coltivazioni agricole. Chi invece critica il DDL teme un indebolimento delle tutele ambientali e della biodiversità e ritiene che il controllo della fauna debba essere affidato principalmente a figure specializzate e a valutazioni scientifiche indipendenti. Le posizioni richiamano temi reali e complessi, che meritano di essere affrontati senza semplificazioni.
In effetti è bene dire che il mondo scientifico ed accademico (come il Centro Italiano Studi Ornitologici, la Società Italiana di Biologia Marina, la Federazione Italiana di Scienze della Natura e dell’Ambiente o la Società Italiana di Ecologia, per citare alcuni nomi) contesta aspramente il disegno di legge proprio perché c’è una esclusione del parere tecnico o per lo meno una decisa marginalizzazione e c’è anche il rischio di violazione delle normative europee sulla tutela delle biodiversità, per le quali la Commissione Europea ha inviato già una lettera di richiamo formale al Governo Italiano. Ad esempio, viene contestata, tra gli altri, la violazione del regolamento REACH (Munizioni al Piombo) perché l’Europa impone restrizioni rigorose sul piombo a causa dell’altissimo livello di inquinamento e avvelenamento della fauna idrica. Ovviamente l’allentamento dei controlli previsti in alcune interpretazioni della riforma si scontra con quanto stabilisce il REACH.
UNA QUESTIONE CHE RIGUARDA ANCHE BRESCIA
Per il territorio bresciano il tema è particolarmente rilevante. La provincia è molto estesa e comprende montagne, aree agricole, boschi, laghi e zone umide frequentate da persone con interessi diversi: agricoltori, escursionisti, fotografi naturalisti, cacciatori, volontari che recuperano animali feriti e cittadini che vivono il territorio. La nostra provincia rappresenta uno dei luoghi italiani più importanti sia per la presenza di una storica tradizione venatoria sia per il passaggio di numerose specie di uccelli migratori che ogni anno attraversano le Prealpi e i valichi montani nel loro viaggio tra Europa e Africa. Quei corridoi naturali non sono semplici punti sulla cartina geografica: sono vere e proprie “autostrade del cielo”. Per molti uccelli costituiscono tappe indispensabili per riposarsi, alimentarsi e recuperare energie prima di proseguire la migrazione
Per questo motivo la tutela dei valichi montani e dei periodi di migrazione non riguarda soltanto la protezione di una singola specie, ma il mantenimento di equilibri ecologici che interessano l’intero territorio. In una provincia come Brescia, dove natura, agricoltura, montagna e attività umane convivono ogni giorno, ogni scelta richiede un equilibrio delicato tra esigenze diverse.
Per migliaia di anni l’essere umano ha cacciato per sopravvivere. La caccia ha accompagnato l’evoluzione della nostra specie, contribuendo allo sviluppo della cooperazione, della pianificazione e di molte capacità cognitive. Oggi, però, il contesto è profondamente cambiato: nella maggior parte dei casi la caccia non risponde più a un bisogno di sopravvivenza, ma rappresenta una scelta regolamentata dalla legge e oggetto di un acceso dibattito sociale. Ed è proprio questo cambiamento di prospettiva a sollevare una domanda: quale ruolo dovrebbe avere la caccia nella società contemporanea? La questione non riguarda soltanto gli animali abbattuti. Riguarda anche gli effetti che la presenza umana e il disturbo possono avere sugli ecosistemi. Già perché la caccia non è un elemento bioregolatore, non ci sono nei decenni studi che hanno avvalorato scientificamente il “valore della caccia”. Gli studi di ecologia comportamentale semmai mostrano che molte specie modificano il proprio comportamento quando percepiscono un rischio costante. Gli animali possono cambiare i percorsi migratori, abbandonare aree di alimentazione, interrompere attività riproduttive e potrebbero diventare addirittura più aggressivi, non possiamo saperlo. È il cosiddetto “paesaggio della paura” (landscape of fear): un fenomeno che non dipende solo dalla predazione diretta, ma anche dalla presenza di un disturbo ripetuto.
Il “paesaggio della paura” succede quando il pericolo cambia il comportamento degli animali. È un concetto che aiuta a capire come gli animali non reagiscano solo al pericolo reale, ma anche alla semplice percezione del rischio. Se un bosco, una zona umida o un valico montano diventano luoghi in cui gli animali avvertono una minaccia costante, molte specie modificano il proprio comportamento. Possono evitare determinate aree, cambiare gli orari in cui si alimentano, interrompere le soste durante la migrazione o consumare preziose energie nel tentativo di trovare percorsi alternativi. A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento di poco conto. In realtà, quando questi comportamenti si ripetono anno dopo anno, possono influenzare il successo riproduttivo, la sopravvivenza dei giovani e la distribuzione delle popolazioni sul territorio. Per questo motivo gli scienziati ricordano che la conservazione della fauna non riguarda soltanto il numero di animali presenti, ma anche la possibilità per le specie di vivere, nutrirsi e riprodursi in ambienti dove il disturbo rimanga entro limiti compatibili con il loro benessere. In questo senso, ridurre le tutele proprio durante periodi delicati, come la migrazione o la riproduzione, significa intervenire su equilibri costruiti nel tempo. Un piccolo cambiamento può produrre conseguenze ben più ampie di quanto si immagini. È un po’ come togliere una tessera da un mosaico: all’inizio sembra cambiare poco, ma con il tempo l’intera figura può perdere la propria armonia.
Ed in questo quadro anche il rumore rappresenta un elemento spesso sottovalutato. Gli spari ripetuti costituiscono un disturbo acustico per la fauna selvatica e possono influenzare la fruizione del territorio da parte di escursionisti, residenti e famiglie. Ogni anno si discute dell’impatto dei botti di Capodanno sugli animali domestici e selvatici…è legittimo chiedersi se una riflessione analoga possa riguardare anche altre fonti di rumore presenti in natura? Il cervello di un animale non distingue il rumore di uno sparo dal rumore di un fuoco d’artificio e dunque se più Comuni si mostrano sensibili all’eliminazione dei botti e fuochi artificiali perché sono utilizzate interpretazioni differenti per gli spari?
In questo contesto si inserisce il nuovo Disegno di Legge sulla caccia. Sono temi complessi, che coinvolgono tutela della biodiversità, gestione della fauna, attività agricole e tradizioni locali. Più che dividere tra favorevoli e contrari, forse questa è l’occasione per porci una domanda più ampia: quale equilibrio vogliamo costruire, oggi, tra le attività umane e la conservazione della natura e fauna selvatica?
La caccia può ancora avere una funzione nella gestione degli ecosistemi moderni nel 2026 oppure esistono strumenti alternativi più efficaci?
Come si possono conciliare le esigenze degli agricoltori con la tutela della biodiversità?
La ricerca scientifica e gli enti tecnici nelle decisioni che riguardano gli animali selvatici dovrebbero avere un ruolo centrale e non marginale?
Si cercano forme di vita nello spazio e si attenzionano tutti gli organismi unicellulari sui pianeti del Sistema Solare, per cui alimentare un confronto minuzioso basato sull’etica della convivenza per le forme di vita animali della terra dovrebbe essere la prima azione utile.
Queste domande meritano un confronto serio, informato e rispettoso.
Perché quando si parla di fauna selvatica non si discute soltanto di una legge e sulle sue interpretazioni. Si riflette sul modo in cui scegliamo di convivere con gli animali e con l’ambiente che condividiamo.
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CHI SONO?
Sara Ferrari… Laurea alla Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia come educatore e specializzazione in colloqui clinici ed attività consultoriali presso l’Università Cattolica passando per il corso di perfezionamento in Psicologia Clinica perinatale. La formazione professionale improntata agli studi psico-socio-educativi è stata applicata lavorando in servizi formativi ed educativi, in particolare in centri rivolti a minori per prevenzione del disagio ed alle famiglie per interventi di riduzione dell’abbandono scolastico. Parlo di animali con gli animali. Sono preda di amore folle per forme canine e gattose. Mi propongo di contribuire ad aiutare vite pure che spesso hanno zampe o ali.
PER SEGNALAZIONI, PROPOSTE E SUGGERIMENTI SCRIVETE A: codeinmovimento.contatti@ gmail.com
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Redazione BsNews.it
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