Milano, 25 giugno 2026 – “L’ho ucciso io”. Ha confessato il 19enne fermato per l’omicidio di Roberto Guerrino, l’interprete di fama internazionale ritrovato morto lo scorso 13 giugno con numerose ferite alla testa all’interno del suo appartamento in via Oxilia, in zona Nolo a Milano. Diciannove anni, di origine marocchina, residente a Melzo in provincia di Milano, è stato fermato la sera del 22 giugno dai carabinieri della compagnia Duomo e del nucleo investigativo del comando provinciale di Milano: la convalida del fermo è arrivata la mattina di mercoledì 24 giugno.
I carabinieri davanti alla palazzina di via Nino Oxilia, non lontano dalla Stazione Centrale, dove il 60enne è stato trovato morto
“Non volevo ucciderlo, me ne pento ogni giorno”, ha ripetuto diverse volte Jawhar Kadir, durante l’udienza di convalida in cui ha confessato l’omicidio. “Ammetto il fatto”, ma – ha aggiunto subito il 19enne, parlando nel corso dell’interrogatorio con il giudice per le indagini preliminari Sonia Mancini – “non è stato volontario”.
Il giovane sostiene anche di non essersi “accorto che era morto, pensavo fosse vivo”. Quando “sono andato via – assicura – respirava ancora”. Durante l’udienza di convalida, Kadir – che pratica Mma, le arti marziali miste – prima ha ammesso di aver colpito Guerrino a pugni, spiegando che la statuetta metallica di Buddha, ritrovata insanguinata, era semplicemente caduta dal tavolo. Poi ha cambiato versione e riconosciuto: “L’ho colpito una volta con la statuetta“, ma – ripete – “non volevo ucciderlo. Me ne pento ogni giorno”. “Mi servivano i soldi. Sono andato” in via Oxilia “per avere un rapporto a pagamento”, ma una volta all’interno dell’appartamento “non mi sentivo a mio agio”, ha continuato Kadir, cercando di spiegare durante l’udienza di convalida il perché del delitto. Poi racconta com’è arrivato a fissare un incontro con Guerrino.
Le indagini dei carabinieri per inchiodare l’assassino si sono avvalse delle analisi sul wi fi di casa e delle immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nel quartiere
“Per la mia situazione economica, stavo cercando un po’ di soldi”, è l’incipit. Così il 19enne chiede a un conoscente, il quale gli parla di un “ricco signore”. Dal sito “Bacheca incontri” trova l’annuncio di Guerrino, con il numero di telefono. Chiama. “Gli ho detto ‘ciao sei disponibile?’ e lui mi ha detto di sì e di venire dopo 10 minuti. Mi ha dato indicazioni per salire”, racconta Kadir, precisando che nell’annuncio lasciato in rete dall’interprete “non si parlava di soldi”. Nemmeno al telefono sarebbe stata pattuita una cifra. “Mi ha detto di andare e che poi mi avrebbe ricompensato, non mi ha detto quanto. Sono andato al buio“, spiega il 19enne. L’obiettivo dell’incontro per il giovane era “avere un rapporto a pagamento”, ma una volta all’interno dell’appartamento “mi sono bloccato, non mi sentivo a mio agio. In quel momento mi sono sentito usato, non so come dire”. Da qui “la mia reazione è stata quella di attaccarlo”. Prima a mani nude, poi con la statuetta metallica.
Accanto gli specialisti del Ris di Parma, durante il sopralluogo effettuato lunedì 22 giugno, hanno repertato un’impronta di Kadir. Dopo aver colpito più volte al cranio e al volto il sessante, il 19enne si è messo a girare per l’appartamento. “Ho cercato un asciugamano, ho rovesciato anche il secchio. Preso dal panico, ho lasciato tutto così e sono andato”, dice. Prima però ha preso 150 euro da un barattolo – “mi facevano comodo”, si è giustificato – oltre a due telefoni, il pc, il tablet e un paio di cuffiette della vittima. Li ho “portati via senza pensarci, ero preso dal panico”, spiega Kadir, che risponde, oltre che di omicidio, anche di rapina. La sera stessa del delitto consegnerà il tablet alla ragazza e altri oggetti presi in via Oxilia a un amico, che se ne disferà. A quanto dice ancora non aveva capito che l’interprete fosse morto. “L’ho saputo dopo il weekend, l’ho visto dal notiziario e ho capito subito che era lui”.
Il cadavere di Roberto Pietro Guerrino portato via dalla mortuaria
A quel punto il viaggio in Sicilia, per “trovare lavoro. Con questa cosa avevo la coscienza sporca, volevo andare là e sistemarmi”, la spiegazione del 19enne. L’ammissione ieri nell’udienza di convalida a San Vittore davanti al gip del tribunale di Milano, Sonia Mancini. Al magistrato il giovane ha raccontato di aver concordato un appuntamento per un incontro sessuale a pagamento. Una volta arrivato nell’appartamento di via Oxilia, però, ha raccontato di aver cambiato idea e di essersi bloccato. Poi l’aggressione, prima a mani nude e poi con la statuetta di Buddha. Secondo l’autopsia, i colpi inferti al 66enne sono stati almeno dieci, con violenza contro il cranio e la parte superiore del volto con un oggetto contundente. Dopo l’omicidio il 19enne ha preso dall’appartamento della vittima i contanti che ha trovato e lo zaino di Guerrino, ci ha infilato dentro tablet, telefono e pc dell’interprete, poi ha afferrato anche le chiavi di casa, ha chiuso la porta con una mandata ed è scappato.
A portare gli investigatori sulle sue tracce è stato il router wi-fi nell’appartamento, da cui i militari – coordinati dal pm Carlo Scalas – hanno rilevato che tutti i dispositivi della vittima si erano scollegati contemporaneamente alle 20.30 di venerdì 12 giugno, il giorno prima che il corpo venisse ritrovato. Circoscrivendo l’omicidio a quell’ora, hanno esaminato le immagini delle telecamere della zona, notando la presenza del 19enne e di un suo amico 17enne, indagato. Il fermato sarebbe rimasto nell’appartamento di via Oxilia circa tre quarti d’ora.
Proprio dai sistemi di videosorveglianza i carabinieri sono riusciti a ricostruire telematicamente gli spostamenti dei due giovani nelle fasi immediatamente successive all’omicidio: da via Oxilia hanno raggiunto la fermata della metro Rovereto, scendendo poi a Porta Venezia, dove sono saliti su un treno che li ha riportati a Melzo, il comune dell’hinterland dove i due, residenti rispettivamente a Settala (Milano) e Rivolta d’Adda (Cremona), dormivano spesso nel vano che ospita i contatori del condominio in cui vive la mamma del 19enne. Il giovane è stato bloccato dai carabinieri mentre, carico di bagagli, stava per prendere un treno alla stazione di Melzo.
Con lui c’era la sua ragazza, a cui la sera dell’omicidio aveva ‘donato’ il tablet del sessantenne, poi ritrovato e sequestrato. Non era il primo tentativo di fuga fatto da Jawhar Kadir, che una settimana dopo l’omicidio, il 19 giugno, è stato controllato dai carabinieri a Patti, in provincia di Messina, mentre dormiva in un’auto da demolire. A quel punto il giovane ha deciso di rientrare a Melzo, ha avvertito gli amici e ha chiesto loro soldi e vestiti puliti, prima di rimettersi in viaggio. Destinazione – a suo dire – una meta di montagna nella Bergamasca. Nato a Treviglio, in provincia di Bergamo, Kadir, con precedenti per maltrattamenti verso una ex e lesioni personali, il 4 giugno, pochi giorni prima dell’omicidio di Guerrino, aveva aggredito un ragazzo a Melzo.
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