la prova più politica dell’esame


Più che una fotografia degli studenti, le tracce della Maturità raccontano sempre qualcosa del Paese che le sceglie. Quest’anno, oltre mezzo milione di maturandi si è confrontato con temi molto diversi: da Cesare Pavese a Vitaliano Brancati, dalla riflessione sulla fatica proposta da   al tema dell’incanto, fino alla creatività scientifica e alla nascita della Repubblica attraverso le parole di Giuseppe Saragat. Tra tutte le proposte, però, una sembra intercettare in modo particolare le tensioni che attraversano il dibattito contemporaneo: quella costruita attorno alle riflessioni del sociologo Frank Furedi.

A prima vista potrebbe apparire come uno dei tanti testi argomentativi. In realtà è forse la scelta più politica dell’intera prova. Nel saggio I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere, pubblicato in Italia nel 2021, Furedi sostiene una tesi controcorrente: le frontiere non sono soltanto linee di separazione, ma strumenti attraverso cui individui e comunità costruiscono significati, identità e appartenenze.

Sociologo ungherese naturalizzato britannico, Furedi è da anni una figura influente nel dibattito culturale europeo. Dal 2021 dirige il centro di Bruxelles del Mathias Corvinus Collegium, think tank sostenuto da realtà vicine al governo ungherese di Viktor Orbán. Le sue riflessioni sui confini si inseriscono all’interno di una più ampia critica alla cultura della fluidità che caratterizza parte del pensiero contemporaneo. Secondo Furedi, l’abbattimento indiscriminato dei limiti geografici, morali, culturali e generazionali non produce maggiore libertà, ma disorientamento individuale e fragilità collettiva. Una visione che molti osservatori collocano nell’area del pensiero conservatore europeo e che presenta evidenti punti di contatto con alcune sensibilità sovraniste emerse negli ultimi anni.

Per il sociologo il tema non riguarda soltanto gli Stati nazionali. Esistono confini geografici, ma anche culturali, morali e generazionali. Limiti che consentono di distinguere tra pubblico e privato, tra infanzia ed età adulta, tra ciò che una società considera accettabile e ciò che non lo è.

Nel brano proposto agli studenti, l’attenzione si concentra soprattutto sul rapporto tra giovani e adulti. Furedi critica una cultura che, a suo giudizio, tende a dissolvere il passaggio all’età adulta. La figura dell'”adultescente” – l’adulto che rifiuta responsabilità e stabilità per inseguire una giovinezza permanente – diventa il simbolo di una società che fatica a riconoscere il valore della maturità e della trasmissione educativa.

Frank Furedi

Frank Furedi

È una posizione che si colloca in aperto contrasto con molte delle narrazioni contemporanee fondate sulla fluidità delle identità e sul superamento delle categorie tradizionali. Non sorprende quindi che le sue tesi abbiano alimentato un ampio dibattito. Molti studiosi osservano infatti come la rivalutazione delle frontiere possa trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Quando il confine viene elevato a valore in sé, il rischio è quello di alimentare esclusioni e chiusure identitarie, riducendo la capacità di leggere la complessità che caratterizza le società contemporanee.

Quando il confine viene elevato a valore in sé, il rischio è quello di alimentare esclusioni e chiusure identitarie

È proprio qui che la traccia assume un significato che va oltre il semplice esercizio scolastico. In una fase storica segnata da guerre, migrazioni, crisi climatiche, instabilità economiche e trasformazioni tecnologiche rapidissime, il tema del confine è tornato al centro del dibattito pubblico. Non soltanto come questione geopolitica, ma come risposta culturale all’incertezza e alla percezione diffusa di smarrimento che attraversa molte democrazie occidentali.

Da questo punto di vista la scelta di Furedi appare tutt’altro che neutrale. In un momento in cui il confronto politico è attraversato da questioni legate alle migrazioni, alla sicurezza, alle identità nazionali e al ruolo dello Stato, proporre agli studenti un autore che rivaluta il ruolo delle frontiere significa introdurre nel dibattito scolastico una precisa prospettiva culturale. Non perché la scuola debba evitare le idee controverse, ma perché ogni selezione di testi riflette inevitabilmente le domande che una società considera oggi più urgenti. La questione che emerge dalla traccia non riguarda soltanto la natura dei confini. Interroga il rapporto tra apertura e appartenenza, tra inclusione e identità, tra libertà e bisogno di protezione.

Forse è questa la riflessione più significativa proposta ai maturandi. Dopo decenni in cui il lessico dominante è stato quello della globalizzazione, delle connessioni e dell’abbattimento delle barriere, tornano al centro del discorso pubblico parole come limite, appartenenza, identità e confine.

Resta però aperta una domanda fondamentale. Il ritorno dei confini rappresenta uno strumento utile per orientarsi in una realtà sempre più complessa oppure è il sintomo di una società che, di fronte all’incertezza, cerca rassicurazione nella delimitazione degli spazi e delle appartenenze?

Le nuove generazioni sono cresciute in un mondo attraversato da connessioni globali, mobilità internazionale, fluidità e sfide che non si fermano davanti alle frontiere. La crisi climatica, le disuguaglianze economiche, le guerre e le trasformazioni tecnologiche richiedono infatti risposte capaci di cooperazione e visioni condivise.

Per questo la domanda posta dalla traccia va ben oltre il rapporto tra giovani e adulti. Interroga il modo in cui immaginiamo il futuro. E forse suggerisce qualcosa anche sul presente: il ritorno del confine come tema centrale del dibattito pubblico racconta una società alla ricerca di punti di riferimento in un’epoca segnata dall’incertezza. Resta da capire se quei riferimenti debbano essere costruiti attraverso nuove frontiere o attraverso nuove forme di convivenza capaci di tenere insieme identità e apertura.  


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