Galeotto fu quel famigerato Decreto Balduzzi (DL 158 del 13-9-2012), Ministro della Salute del governo Monti di cui più nessuno ha oggettivamente memoria, ma che con quel provvedimento omnibus, in 14 punti, riorganizzo la sanità -come altri settori del bilancio pubblico del Paese- affidata alle “competenti mani“, si vaneggiava allora, dei tecnici salvatori dele casse patrie. Lo ricorda Michele Cataldi, presidente USC (Unione Sanità Convenzionata), con la nota che segue in cui affronta una ennesima volta lo state dell’arte, in parte comatoso, della sanità pubblica e di quella “convenzionata” a latera i cui margini di manovra si sono ristretti vieppiù a causa degli scarsi investimenti nel settore da parte dei governi nazionali. Ora men che meno con questa infoiata guerrafondaia che sembra essere più importante della salute dei cittadini. Sempre più soldi per strumenti di morte e meno per curare e salvare vite. Follia pura ma tant’è. Fatta questa nostra premessa, ecco a seguire la nota integrale di Cataldi dal titolo “Liste d’attesa e mobilità sanitaria: la Basilicata è prigioniera, bisogna togliere le “manette” alla sanità lucana“. “Le liste d’attesa e la mobilità sanitaria passiva non nascono per caso. Non sono soltanto il risultato di una cattiva organizzazione, di una programmazione incompleta o di una difficoltà contingente. Sono anche il prodotto di una scelta nazionale compiuta nel 2012, quando, nel pieno della spending review, si decise di frenare la spesa sanitaria e, in particolare, di porre un vincolo rigido sulle strutture private accreditate. Quella scelta, nata con l’obiettivo di contenimento finanziario, ha congelato il Paese così com’era. Ha fotografato gli squilibri esistenti in quel momento e li ha trasformati, di fatto, in una prigione permanente. Il problema è semplice da comprendere. Nel 2012 c’erano Regioni in cui il privato accreditato aveva già un peso molto rilevante all’interno del Servizio Sanitario Regionale. Strutture ospedaliere e ambulatoriali, capaci di affiancare il pubblico, contribuire all’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza, ridurre tempi di attesa, attrarre pazienti anche da fuori regione. E poi c’erano Regioni come la Basilicata dove il privato accreditato aveva un peso bassissimo. Molto al di sotto della media nazionale, incapace per dimensione di svolgere quella funzione integrativa che in altre Regioni è diventata una componente strutturale del servizio pubblico. Da allora, la Basilicata è rimasta lì. Il vincolo nazionale ha finito per impedire alla Regione di recuperare il ritardo storico. Non ha riequilibrato il sistema: lo ha cristallizzato. Non ha ridotto le differenze: le ha rese permanenti. Ha favorito chi era già forte e ha penalizzato chi partiva da una condizione di debolezza. Oggi la conseguenza è palese. In Basilicata il privato accreditato pesa poco meno dell’1,8% sul valore complessivo della produzione della sanità regionale, e diminuisce il suo peso ogni anno, mentre il fondo regionale aumenta. È un livello bassissimo, che colloca la Basilicata all’ultimo posto in Italia per partecipazione delle strutture private accreditate all’interno del servizio pubblico. Questo dato riguarda prima di tutto i cittadini lucani. Perché quando il sistema pubblico non riesce, da solo, a soddisfare tutta la domanda di salute, l’unico modo serio per evitare l’allungamento delle liste d’attesa è mettere in campo tutta la capacità erogativa disponibile, strutture private accreditate comprese. Se però queste continuano a rimanere inchiodate al 2012, il sistema regionale non riesce a rispondere ai bisogni. È qui che liste d’attesa e mobilità sanitaria si incontrano. Il saldo di mobilità passiva non ci punisce per il grande intervento chirurgico. Nasce prima: nell’ambulatorio specialistico, nella visita che non si riesce a fare in tempi utili. Quando la specialistica ambulatoriale non riesce a rispondere, il paziente spesso finisce per spostare fuori regione non solo una visita o un esame, ma un intero percorso di cura. Le Regioni che oggi attraggono mobilità sanitaria attiva possono contare su una rete più ampia e più robusta di erogatori, pubblici e privati accreditati, integrati nel servizio sanitario. La Regione Basilicata ha certamente il dovere di programmare meglio, con criteri più chiari, superare la logica della spesa storica, valorizzare fabbisogni, qualità, distribuzione territoriale, efficienza e appropriatezza. Ma c’è un nodo che nessun governo regionale, da solo, può sciogliere fino in fondo: il vincolo nazionale del Balduzzi, che ha inferto una condanna permanente alla Regione più debole: la Basilicata. Non è un’accusa all’attuale governo regionale nè a quello nazionale. È una constatazione politica, tecnica e istituzionale. La Basilicata non può essere condannata a restare l’ultima in Italia solo perché nel 2012 si trovava già in fondo alla classifica. Il punto è proprio questo: una misura nata per evitare l’aumento incontrollato della spesa sanitaria ha trattato allo stesso modo chi aveva già un sistema accreditato robusto e chi, invece, aveva bisogno di svilupparlo per colmare un divario. E non è nemmeno un tema finanziariamente insostenibile per il Paese. La Basilicata ha un peso estremamente ridotto sul bilancio sanitario nazionale. Consentirle di recuperare gradualmente una quota ragionevole di capacità erogativa accreditata significherebbe correggere una sperequazione odiosa, illogica e dannosa. La sanità lucana non vuole privilegi. Deve chiedere di poter competere ad armi pari con le altre Regioni, di poter programmare in base ai fabbisogni reali della popolazione. La via è una sola: il Governo centrale deve togliere le manette alla Basilicata. Serve un intervento correttivo che consenta di recuperare il ritardo nella partecipazione delle strutture private accreditate al Servizio Sanitario Regionale. Per rafforzare il servizio pubblico, ridurre le liste d’attesa e trattenere i pazienti lucani in Basilicata. Perché un diritto che resta bloccato in lista d’attesa non è un diritto garantito. E una Regione che non può utilizzare tutte le proprie risorse sanitarie per curare i propri cittadini non è una Regione libera di programmare il proprio futuro.”
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Vito Bubbico
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