“Siamo esausti e soli tra carenze e attacchi”



Un operatore anonimo denuncia condizioni di lavoro sempre più difficili: “Organici insufficienti, turni massacranti e una costante gogna sui social”


Una lunga e accorata lettera aperta, firmata da un operatore della Polizia Locale di Taranto, accende i riflettori sul malessere vissuto da una parte del personale del Comando cittadino. Un documento dai toni forti e profondamente personali, nel quale vengono denunciate difficoltà organizzative, carenze di organico, ritmi di lavoro ritenuti insostenibili e un crescente senso di isolamento.

L’autore descrive una condizione di profonda stanchezza fisica e psicologica, maturata nel tempo e aggravata da turnazioni che, a suo dire, lascerebbero poco spazio alla vita privata e familiare.

“Indossare questa divisa era, un tempo, un atto di promessa d’amore alla mia terra. Oggi somiglia sempre più a un esercizio di sopravvivenza”, scrive l’agente raccontando il progressivo deterioramento del rapporto tra gli operatori e il proprio lavoro.

Nel testo viene evidenziata anche la difficoltà di operare in un contesto caratterizzato, secondo il firmatario, da una carenza di direttive chiare e da una cronica insufficienza di personale. Una situazione che renderebbe sempre più complessa la gestione delle emergenze e delle attività quotidiane sul territorio.

Particolarmente duro il passaggio dedicato alla politica e alle istituzioni locali. L’agente sostiene che alla richiesta di maggiori servizi e controlli non corrisponderebbero investimenti adeguati per rafforzare il Comando attraverso nuove assunzioni.

Un altro tema centrale della lettera riguarda il rapporto con l’opinione pubblica e con i social network. L’operatore denuncia quello che definisce un costante clima di ostilità nei confronti della Polizia Locale, spesso individuata come bersaglio delle critiche per problemi che, a suo giudizio, affondano le radici in questioni strutturali e di lungo periodo.

Secondo il firmatario, gli agenti si troverebbero frequentemente esposti a giudizi sommari e attacchi personali, senza che venga riconosciuto l’impegno quotidiano svolto sul territorio.

Nella parte finale del documento emerge un forte senso di delusione. L’autore afferma che molti colleghi avrebbero avuto la possibilità di intraprendere percorsi professionali differenti, ma avrebbero scelto di restare a Taranto per contribuire al miglioramento della città.

«Non si trattano così i figli che hanno deciso di restare a difendere le mura di casa», scrive l’agente, chiedendo maggiore attenzione verso le condizioni di lavoro del personale e un confronto serio sui problemi che interessano il Corpo.

La lettera si conclude con un messaggio che, nonostante il forte disagio espresso, ribadisce la volontà di continuare a svolgere il proprio servizio al fianco della comunità tarantina, nella speranza che le criticità denunciate possano finalmente trovare risposte concrete.

La lettera completa

Lettera Aperta: Il crepuscolo del dovere

​”Caro Direttore,

Le scrivo nell’ora in cui Taranto si spegne o forse finge di dormire, sospesa tra il respiro dei suoi due mari e il peso del suo ferro. Le scrivo con quella stanchezza sottile che non si consuma con il sonno, ma che si è stratificata dentro, fino a farsi osso.

Indossare questa divisa era, un tempo, un atto di promessa d’amore alla mia terra. Oggi somiglia sempre più a un esercizio di sopravvivenza.

Siamo prigionieri di ritmi spietati che divorano i giorni, incastrati in turnazioni che non lasciano spazio al respiro, alla famiglia, al silenzio. Il nostro quotidiano è un labirinto privo di bussole, dove la mancanza di direttive chiare trasforma ogni turno in una navigazione a vista nelle tempeste dell’emergenza. E mentre noi affoghiamo nel mare della disorganizzazione, dai palazzi della politica – dal Sindaco, da chi amministra – giunge solo l’eco di pretese altissime. Pretendono l’ordine, esigono la presenza, rivendicano miracoli securitari dall’esiguità delle nostre file. Ma sono nozze celebrate con il vuoto: si esibisce la facciata senza mai nutrire le fondamenta, rifiutando di investire in assunzioni reali, stabili e consistenti che possano restituire dignità al Comando. Siamo rimasti in pochi, sentinelle stanche di un deserto che avanza.

La gogna digitale e il disprezzo gratuito

Ma il dolore più acuto non viene dalla carne sfinita, bensì dall’arena pubblica. Ogni giorno assistiamo alla nostra personale lapidazione sulle piazze virtuali dei social network.

Lì, dove l’inchiostro si fa fiele, fioriscono commenti beceri e giudizi gretti, sentenze sommarie scritte da chi cerca un colpevole per ogni male della città. Il singolo agente su strada diventa il paravento perfetto, il capro espiatorio su cui rovesciare le colpe di decenni di abbandono strutturale. Chi digita con dita rabbiose non immagina il battito che c’è dietro quel pezzo di stoffa; non sa che stiamo offrendo anima, corpo e cuore per rammendare i tessuti lacerati di questa città, spesso ben oltre ciò che il dovere imporrebbe. Ci addossano croci che non ci appartengono, dimenticando la nostra umanità.

Il novanta per cento: l’ultimo disperato atto d’amore

Direttore, la prego di non considerare queste righe come il lamento solitario di un nostalgico. Al Comando, almeno il 90% di noi condivide lo stesso identico sfinimento. Guardarsi negli occhi prima del servizio è come specchiarsi nella stessa ferita.

Siamo giunti a un punto di non ritorno, a un culmine di sofferenza tale che molti di noi, al tramonto di queste giornate infinite, avrebbero solo il desiderio disperato di strapparsi l’uniforme di dosso e gettarla a terra. E lo faremmo non per disprezzo verso l’istituzione, ma con un’amara, struggente malinconia: la disprezziamo per il dolore sordo e costante che proviamo ormai ogni singola volta che la accarezziamo per indossarla. Quello che era un vessillo d’orgoglio è divenuto un cilicio che stringe il petto e toglie il respiro. È il dramma di amare un’idea al punto da lasciarsi consumare da essa.

L’utopia tradita di chi ha scelto di restare

​Fa male. Fa un male profondo constatare che avevamo altre strade. Molti di noi avrebbero potuto vincere concorsi altrove, cercare cieli più sereni, città dove la Polizia Locale è protetta, valorizzata, rispettata. Eppure, abbiamo scelto di restare a Taranto. Siamo rimasti per non fuggire, per testimoniare la possibilità di un riscatto, per inseguire quel cambiamento che oggi ci appare come un’utopia sbiadita dal tempo.

Non si trattano così i figli che hanno deciso di restare a difendere le mura di casa. Non si abbandona chi fa da scudo umano tra il disagio e le istituzioni. Chiediamo tutele, chiediamo organico, ma soprattutto chiediamo onestà intellettuale a una cittadinanza che troppo spesso dimentica chi si trova sotto quel casco.

Siamo esausti, svuotati, ma finché la dignità ce lo imporrà, saremo ancora lì, sulla strada. Non per i teatrini della politica, ma per l’anima profonda di Taranto, che merita ancora di essere amata, nonostante tutto.

Lettera firmata da un operatore della Polizia Locale di Taranto.

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