Cosa potrebbe fare Asha Sharma per salvare XBOX?


La diagnosi è stata spietata, cruda e necessaria. Con la sua ultima, lettera aperta, Asha Sharma ha ufficialmente svestito i panni del dirigente rassicurante per indossare quello duro e realista. L’era di Phil Spencer è stata analizzata, dissezionata e archiviata sotto la voce “grandi illusioni e voragini finanziarie”. Abbiamo capito il perché XBOX si trovi in questa crisi esistenziale e finanziaria; abbiamo compreso il peso di un decennio di acquisizioni bulimiche, strategie multipiattaforma autolesioniste e gestioni hardware fallimentari.

Ma analizzare il passato, per quanto terapeutico, non cura nessuno. Il mercato non aspetta, i competitor non rallentano e i giocatori, seppur rincuorati da questa inedita trasparenza, pretendono di vedere i fatti. La vera sfida per la neo-CEO non è stata ammettere le colpe, ma lo sarà tracciare la rotta per uscirne. Inizia oggi il secondo, cruciale sprint: i prossimi 100 giorni. Un trimestre in cui Asha Sharma non dovrà limitarsi a tamponare l’emorragia, ma dovrà gettare le fondamenta di una vera e propria “Operazione Fenice”.

Cosa deve fare, all’atto pratico, la dirigenza di Redmond per trasformare questo disastro nell’opportunità del decennio? Nessuno ha la verità in tasca, ma mi sono permesso di stilare qualche idea personale in questo editoriale. 

1. Uccidere l’ambiguità comunicativa

Il primo male da estirpare, fin dal giorno uno di questa nuova fase, è la l’ambiguità comunicativa. Per anni, la community è stata frastornata da messaggi contraddittori. Un giorno XBOX era ovunque, il giorno dopo si parlava di ecosistema, il mese successivo i giochi venivano portati su PlayStation con campagne marketing imbarazzanti (il famigerato “This is an Xbox”).

Asha Sharma ha 100 giorni per instaurare un nuovo dogma. Deve salire sul palco, o usare i canali diretti del Player Voice, ed essere chiara con i consumatori. Il messaggio deve essere chirurgico e inequivocabile: “Se volete giocare ai nostri più grandi capolavori, se volete vivere l’universo di Gears of War, di Halo, di Fable e delle nostre nuove IP, avete bisogno di una console XBOX o di un PC Windows”  e se non fosse così, chiarirlo una volta per tutte.

Basta ammiccamenti alla concorrenza, basta ambiguità per compiacere gli azionisti con vendite software su altre piattaforme. La fedeltà a un marchio si costruisce sull’orgoglio dell’appartenenza, e l’orgoglio prospera solo se l’utente sente di avere tra le mani un prodotto unico, gelosamente custodito. In 100 giorni, il team marketing deve distruggere ogni traccia della vecchia campagna multipiattaforma e ricostruire l’immagine della “scatola verde” come il tempio sacro e inviolabile del videogioco.

2. Fondere per non amputare

Il punto nevralgico della crisi evidenziata da Sharma è la sovraestensione degli Xbox Game Studios. Microsoft si ritrova con una costellazione di decine di team, molti dei quali frammentati, improduttivi o focalizzati su progetti sperimentali che non rientrano dai costi. La tentazione immediata, quella richiesta dai manuali di finanza spietata, sarebbe la chiusura totale e l’amputazione di studi come Arkane, Compulsion Games, Turn10 o Double Fine.

Ma Asha Sharma ha l’opportunità di dimostrare una leadership più illuminata. Chiudere studi storici genera un danno d’immagine devastante (lo abbiamo visto con Tango Gameworks in passato). La strategia per i prossimi 100 giorni dovrebbe essere il consolidamento chirurgico. Invece di licenziare in massa e chiudere gli uffici, Sharma deve riorganizzare l’esercito (anche se so benissimo che sarà così).

Team di dimensioni ridotte o in crisi di identità dovrebbero essere fusi in “Super-Studi” o riassegnati come forze di supporto per i colossi. Se Turn10 non riesce a far decollare Forza Motorsport, le sue incredibili risorse tecniche e i suoi ingegneri dovrebbero essere integrati nel motore di Playground Games. Se Arkane fatica a trovare un mercato per i suoi immersive sim, il suo estro nel level design deve essere messo a disposizione di id Software o di Bethesda per spingere l’acceleratore sui prossimi capitoli di Doom o Fallout.

L’obiettivo di questi 100 giorni è snellire la catena di comando, eliminare i colli di bottiglia causati dai motori grafici proprietari (imponendo un passaggio globale e standardizzato all’Unreal Engine 5 dove possibile) e concentrare tutto il budget unicamente su 5 o 6 “System Seller” assoluti. Pochi, enormi e di assoluta qualità.

3. Ribilanciare il bancomat rotto

Non si può salvare XBOX senza mettere le mani nel motore del suo servizio di punta. Come ha sottolineato Sharma, il Game Pass è tornato a crescere, ma il suo modello di business con COD è stato un disastro. La scelta scellerata di includere Call of Duty al Day One nell’abbonamento base ha cannibalizzato le vendite retail e polverizzato i margini di profitto.

Nei prossimi 100 giorni, Sharma deve avere il coraggio di riformare il servizio, affrontando l’inevitabile ma momentanea ira di una parte dell’utenza. Il Game Pass non deve scomparire chiaramente, ma deve maturare. L’idea di lanciare ogni singolo gioco, a prescindere dal suo peso commerciale, al Day One nell’abbonamento potrebbe essere rivista.

Una soluzione elegante potrebbe essere la ristrutturazione dei tier. Un livello “Core/Standard” per l’accesso a un catalogo sterminato di giochi storici, indie di qualità (magari acquistati con accordi mirati di terze parti) e titoli AA. E un livello “Premium” molto più costoso per l’accesso ai Day One, o (mossa ancora più audace) l’esclusione programmatica dei “Mega-Blockbuster” dal Day One del Game Pass, concedendoli solo dopo sei mesi.

4. Disinnescare la bomba dei costi hardware

Il punto numero tre della lettera era un grido di allarme sulle catene di approvvigionamento: i componenti costano cinque volte tanto rispetto a due anni fa. Se XBOX continua sulla strada tracciata negli ultimi anni, la prossima console, Project Helix, rischia di arrivare sul mercato a 1.000 o 1.200 euro. Un suicidio commerciale garantito.

La mossa di Sharma in questo trimestre deve essere una riscrittura totale del concetto di Next-Gen. Bisogna abbandonare l’illusione fallimentare della console come “PC travestito” o l’apertura a store di terze parti (come Steam o Epic) che eroderebbero il fondamentale 30% di royalty su cui si regge il business console.

Project Helix deve tornare a essere una console nella sua accezione più pura e rassicurante. Nei prossimi 100 giorni, il team di ricerca e sviluppo deve stringere nuove e aggressive partnership con i fornitori di silicio (AMD in primis) per ingegnerizzare una macchina che baratti la rincorsa folle e inutile alla “potenza bruta e al fotorealismo patologico” in favore di un’architettura super-efficiente, ottimizzata a livello software e, soprattutto, dal costo abbordabile.

Nintendo insegna che non serve l’hardware della NASA per dominare il mercato; serve un’identità, un prezzo accessibile e un software inattaccabile. Sharma deve chiudere in una stanza gli ingegneri e dettare una regola d’oro: Project Helix non uscirà a più di 500/600 dollari. Se per raggiungere questo prezzo bisogna rinunciare al path-tracing in 4K nativo, lo si rinuncia. La vera next-gen di Xbox dovrà essere la stabilità del sistema operativo, l’azzeramento dei tempi di caricamento e un comparto di titoli proprietari ottimizzati alla perfezione, capaci di spremere ogni singolo transistor di un hardware standardizzato.

5. Ricostruire l’Ecosistema

Infine, l’ultimo tassello per questa rinascita riguarda il rapporto quotidiano del giocatore con la sua macchina. Attualmente, accendere una Xbox significa spesso scontrarsi con un’infrastruttura di sistema (la Dashboard) complessa, pesante, infarcita di pubblicità e troppo dipendente da logiche vicine a Windows.

Sharma ha citato un “Player Voice” attivo 24/7. Ora deve usarlo. In questi tre mesi, occorre dare mandato al team di ingegneria software di snellire ferocemente l’interfaccia utente. L’esperienza Xbox deve tornare a essere rapida, intuitiva e focalizzata sul gioco, non sui banner promozionali. Il sistema degli Obiettivi, da troppo tempo abbandonato a se stesso, deve subire quel rework epocale che la community invoca da anni, magari introducendo ricompense tangibili, trofei di platino in stile Sony o un sistema di progressione dell’account che faccia sentire il giocatore gratificato per la sua fedeltà all’ecosistema.

L’idea è quella di trasformare l’accensione della console in un “ritorno a casa”. Creare tornei ufficiali integrati direttamente nella dashboard, rilanciare eventi della community, far sentire che c’è una presenza umana dietro i server.

Un cuore verde che deve tornare a battere

Per fare in modo che il cuore di XBOX riprenda a battere con forza, Asha Sharma dovrà dimostrare un pragmatismo e un coraggio politico che da queste parti non si vedevano dai tempi del lancio di Xbox 360.

Non sarà un viaggio indolore. Le riforme strutturali del Game Pass, la riorganizzazione (con probabili licenziamenti) degli studi e l’abbandono di certe velleità hardware deluderanno inevitabilmente una parte dei commentatori. Ma Sharma non è stata chiamata a Redmond per raccogliere applausi sui social network; è stata chiamata per salvare un’azienda dal baratro dell’irrilevanza.

Se in questi prossimi 100 giorni riuscirà a tracciare queste cinque linee guida in modo chiaro, restituendo a XBOX un’identità fiera, elitaria e tecnologicamente sostenibile, non solo assisteremo al più grande turnaround aziendale nella storia dell’intrattenimento interattivo, ma avremo restituito a milioni di giocatori la loro casa. 


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 Andrea Riviera

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